Il teatro di bande, nuove poetiche e reti di solidarietà – Andrea Porcheddu

| 28 settembre 2014

IL TEATRO DI BANDE, NUOVE POETICHE E RETI DI SOLIDARIETÁ

Il capitalismo è una forma sociale ed economica violenta e anarchica che ha come principio il desiderio di arricchimento senza limiti di alcuni individui. In questo sistema, il denaro produce denaro e, in una traiettoria che necessariamente comporta in modo disordinato momenti di espansione e altri di recessione, si creano costanti e feroci disequilibri.
In questa fase chiamata crisi, il profitto dei pochi comporta la disoccupazione dei molti e l’abbassamento dei salari e dunque del costo del lavoro. Una politica di austerità continua ha portato, come sappiamo bene, anche a una sistematica riduzione dei territori della democrazia, allo spregio della carta costituzionale, alla esaltazione della semplificazione e della velocità come modi – non importa se grossolani – di risolvere i problemi.

Ne risente, naturalmente, il mondo teatrale, che non solo cerca di rappresentare la crisi, raccontandola attraverso il sé – l’esposizione dell’artista stesso – ma anche attraverso gli strumenti abituali della scena: la scrittura, l’interpretazione, etc.
La creazione in generale dunque, narra la recessione (penso al bellissimo Nemico del Popolo, di Thomas Ostermeier, visto a Venezia, che interpolava nel testo L’insurrection qui vient (2007), scritto dal Comité invisible) e la vive, o meglio la subisce. In questo contesto, allora, sempre più spesso ci capita di vedere spettacoli dove sono resi visibili i meccanismi che hanno prodotto questa situazione.

Si vive grande difficoltà e incertezza: i tempi di spettacolo si riducono, gli sguardi si appannano, le prospettive o le visionarietà si riducono. L’autoreferenzialità, piccina, diventa la norma – e ne abbiamo avuto prova anche al recente NID – e il racconto di sé, diventa una tecnologia di sopravvivenza.
Di fatto, i meccanismi del capitale segnano la vita teatrale: i soldi sono sempre meno, è vero. Anzi, “non ci sono”, per dirla onestamente assieme a Massimo Conti.
Dal 2007 al 2009 le borse mondiali hanno perso 25mila miliardi di dollari.

Ridiamo se confrontiamo questa cifra con il FUS di quel triennio, però per capire di cosa stiamo parlando chiediamoci ancora: come circolano i pochi soldi rimasti? Dove vanno? A chi vanno?
In che misura i “piccoli capitalisti” del teatro sono stati toccati dalla crisi? Chi sono le vere vittime della crisi economica, politica, culturale di questi anni?

L’Italia, lo sappiamo, ha reagito in modo scomposto, volgare, arruffone alla crisi, nella totale incapacità della politica di tamponare o gestire la situazione.
I ladri continuano a rubare (emblematico e disarmante vedere l’arresto del sindaco di Venezia proprio mentre si apre la Biennale Architettura).
Il Fus ha vissuto momenti altalenanti, rimanendo però a livelli bassissimi: come è noto, l’Italia non investe in cultura.

A questa perdita, dunque, per molto tempo non ha seguito una razionalizzazione del sistema teatrale, che ora si sta invece avviando con il nuovo Decreto Ministeriale.
Dove si registrano molte cose buone, ricordate in questa discussione da Donatella Ferrante, ancorché perfettibili, migliorabili: il salvataggio degli enti lirici; il sostegno alle periferie; il disegno generale del sistema della stabilità, l’apertura sulle residenze.
Se, in passato, ogni REGOLAMENTAZIONE ha comportato una fossilizzazione, una sorta di congelamento dell’esistente, oggi – almeno per quel che riguarda le residenze – la normativa si pone come “aperta”, in divenire, con il legislatore che è in ascolto di possibili e futuri cambiamenti: dunque, una apertura straordinaria.

Ma resta, ancora, sempre più diffuso, il senso di crisi, ovvero il bisogno di soldi. Il capitalismo ha talmente segnato il nostro modo di essere e di pensare che oggi, dopo anni di crisi, ci hanno fatto provare il desiderio (nemmeno troppo latente) che il sistema capitalistico torni a pieno regime. E saremo tutti contenti quando i capitali torneranno a circolare. Perché torneremo a lavorare.
Abbiamo bisogno del capitale: nella sua forma primaria che è il lavoro.

Rari sono stati i tentativi di oltrepassare o cambiare il sistema – il concetto di Bene Comune è ormai sfranto – o di trovare semplicemente formule alternative al capitalismo internazionale. Cerchiamo i soldi, semplicemente. Molti spettacoli che abbiamo visto, negli ultimi tempi, con toni più o meno aspri, mettono in scena l’impossibilità di lavorare.
Allora: come ci rapportiamo a questo desiderio di denaro? Come lo rappresentiamo in teatro? Dove cade il godimento lacaniano?

Il teatro italiano – quello che ci interessa, quello che è qui chiamato a raccolta – si è trovato nelle condizioni di dover scegliere, tra frustrazione e appagamento temporaneo. Aspettiamo fiduciosi che passi la crisi, ma intanto cerchiamo di superare la frustrazione (che è la disoccupazione, il mancato salario) accettando forme di appagamento temporaneo.
Ovvero, il lavoro senza paga. Il lavoro gratis.
Il paradosso che il teatro italiano ha portato al parossismo è proprio questo: un bisogno costante di lavoro, che si declina da un lato nel supersfruttamento del nuovo (la giovane compagnia), in una forma di consumismo sfrenato, e in una iperproduzione, un merchandising, forse non più condivisibile. Dovremmo riflettere, ad esempio, sul senso di iniziative come il prestigioso Premio Scenario, (la sindrome del premio scenario, scrive recentemente Palazzi su Delteatro.it) che continua a immettere sul mercato inesistente pezzi non finiti: è sano immettere ogni anno sulla piazza 5 o 6 gruppi nuovi?

Dall’altro lato, registriamo il tentativo costante di creare formule occupazionali palliative, frutto di condizioni capestro, fino all’autosfruttamento.
Mi spiace dover dire, chiaramente, accodandomi a quanto già emerso, che le residenze non fanno eccezione.
Le residenze – certo non tutte, ma in venti anni abbiamo visto tanti tentativi – sono ormai realtà diffusa, per quanto confusa.
Oggi sembrano essere un succedaneo alla produzione.
Il famoso giovane gruppo, produce – se così vogliamo dire – per piccoli capitoli di ospitalità. Senza soldi, pur di fare qualcosa, pur di tentare di rientrare nei meccanismi del mercato.
La residenza di tre-cinque giorni, offerta alla giovane compagnia che si trova a poter usufruire di uno spazio (non sempre attrezzato né adeguato) è una fregatura bella e buona. Diciamocelo. Alla fine dei tre-cinque giorni, spesso se non sempre c’è “l’esito”, la “restituzione” – neologismi che connotano spettacolini forzatamente non finiti, incompiuti, fragili, realizzati in una o due repliche.
Ne parlava il già citato Renato Palazzi su Delteatro.it. Questa generazione di “residenti” non crescerà mai, finché resterà in questo enorme parcheggio sociale fatto di formazione permanente e parodie di produzione.
Resterà in un parziale appagamento, in una momentanea sospensione della frustrazione. Ovvero quella “mortificazione”, che ha citato Roberto Latini nel suo bell’intervento.
Poi si ricomincia, tra interminabili attese e velocissime parentesi para-lavorative, fino a mettere in dubbio la propria legittimità a essere artista. A fronte di una classe politica quanto meno distratta da altri affari (salvo le eccezioni che sappiamo), a fronte di un Paese ripiegato su se stesso, allora, inevitabilmente, l’artista rischia di perdere la visionarietà, il progetto – come diceva giustamente Guccini – e prevale la prassi.

Mi pare di notare – e questo era l’oggetto del mio intervento che è andato in malora, ma riprendo qui qualche passo – che oggi la cultura stessa del “gruppo”, così come l’abbiamo conosciuta almeno dagli anni Settanta a oggi, stia venendo meno. I gruppi, nonostante gli sforzi, svaporano. Mi pare che si possa registrare una tendenza, che ho chiamato grossolanamente “teatro di bande” (bande di corsari e di pirati, non bande di paese).
Il passaggio dal teatro dei gruppi a un teatro fatto sempre più di formazioni trasversali, quasi bande unite da un patto di fratellanza in primo luogo economico. Ovvero da pirati spinti anche, se non soprattutto, dal bisogno di denaro di cui dicevo sopra.
Attori e attrici associati, guidati da un attore-regista, a volte leader, che affrontano in modo nuovo la drammaturgia. Non più drammaturgia scenica originale, ma un confronto soprattutto con i classici e il repertorio, di grande richiamo: non ci troviamo di fronte, però, a un ritorno della “regia critica”, proprio per il forte impianto attorale dell’approccio.
Ma nemmeno del Capocomico, circondato da comparse, dal momento che qui abbiamo una squadra di attori tutti di scuola, diplomati, di livello. Palazzi stigmatizza il confronto necessario con il classico. Trovo invece al contrario, che possa essere una tappa di crescita.
Trasversali geograficamente, capaci di passare dalla cantina al grande teatro stabile, queste bande, questi “navigli” – sono continuamente mobili e alla ricerca di un contatto diretto con il (grande) pubblico. Insomma, vogliono fare cassetta. Non disdegnano il “mercato” e il “commercio”, ma non prescindono dalla qualità nella interpretazione e nella visione. Azzerano spesso il decor e la tecnologia, puntando solo o quasi sulla interpretazione del singolo e del gruppo.
Gli esempi li sapete: da Toni Servillo a Valerio Binasco, tanto per citarne due.
Naturalmente ci sono esigenze “poetiche”, alla base di questo movimento, necessità artistiche, come il declino della regia, il superamento del cripticismo sterile e autoreferenziale di tanta “contemporaneità”, ma sono propenso a pensare che, accanto alla ricerca e alla inquietudine dell’artista di turno, ci siano anche parziali risposte – coscienti o meno – alle esigenze del capitale.

La domanda, dunque, è quale rapporto possa esserci tra le residenze e queste modalità artistico-creative di simili “bande” teatrali.

C’è ancora un tema che vorrei affrontare. Dalla crisi sta nascendo una produzione artistica, anche notevole, fortemente connotata. E nascono altrettanto evidentemente situazioni, spazi, che risentono fortemente della stagnazione economica. Il nodo irrisolto, è emerso, è quello della libertà d’espressione, della creatività, dell’arte come rivolta in uno stato d’assedio.
Del tentativo di superare lo sbandamento e la miopia ingenerata dalla mancanza grave di mezzi e di politiche culturali.
Si tratta, invece, di ritrovare il modo per fare sentire, ancora, la forza della parola poetica e del gesto anarchico che è il teatro, quando è teatro.
Allora, come proteggere e incoraggiare tutto ciò? Come far sì che gli artisti possano ricominciare a dirci come sarà il mondo da qui al futuro?
Il progetto, la circolazione, la libera espressione, la contaminazione, il dialogo con l’altro: sono queste solo alcune delle parole chiave del teatro che amiamo.
Dove sono? Le stiamo perdendo? A favore di cosa?
Dati, numeri, bandi, certezze: elementi fondamentali, per carità, non mi fraintendete.
Ma può essere ridotto a questo il teatro italiano?
Una fascia non solo generazionale, ma anche e soprattutto artistica, deve combattere quotidianamente con tutto ciò. Forse la crisi dovrebbe anzi consentire, mi piace ancora pensarlo, di esprimersi ancora più liberamente, di affermare e di smascherare l’ambiguità.
“L’economia non è in crisi, l’economia è la crisi” dice L’insurrection qui vient.
Assieme a ricchezze che crescono in modo incontrollato, l’economia sta producendo sempre più povertà e famiglie senza casa, il tutto incoraggiato spesso da una politica che inneggia, in tutti i suoi mezzi di comunicazione, alla diversità, all’esclusione, all’eliminazione dell’ultimo, del meno bravo, del diverso.
Tutte le manifestazioni, le proteste, gli scontri che ci sono stati, chiedevano soprattutto giustizia sociale, riconoscimento di diritti, rispetto delle leggi fondamentali; chiedevano alla politica di fare il proprio mestiere. Con gente che ci ha messo faccia e il corpo nella protesta.
Il rischio, allora, è che si perda la forza per protestare, per dire semplicemente no.
Come il “no” che hanno detto ieri, intervenendo a questo convegno, due artisti giovani ma di grande storia come Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, pronti ad accettare le conseguenze del loro no. E come ha detto no, a suo modo, anche Licia Lanera, che ci ha raccontato, con la consueta passione, di aver scelto – come scelse Emma Dante anni fa – di affittare un suo piccolo spazio per provare piuttosto che rincorrere residenze o false produzioni.

Allora le residenze. Da che parte stanno? Cosa sono? A chi servono? Come le raccontiamo? Come le valutiamo?
Sono tanti, ormai i convegni e il tempo che abbiamo dedicato a queste strutture. Proviamo finalmente a fare chiarezza, a sciogliere i dubbi, anche invitati come siamo dallo stesso Ministero a farlo.
Abbiamo conosciuto e sperimentato residenze diverse: di alcune abbiamo criticato anche certe tendenze. Ora le Istituzioni ci danno indicazioni ampie, ma precise: tratteggiano una cornice da riempire di pitture.
Ma abbiamo capito, in generale, che ogni territorio può elaborare alcuni aspetti rispetto ad altri.
Abbiamo gli ottimi Teatri Abitati pugliesi: che forse sono più centri di produzione con stagioni che non residenze; abbiamo altri centri che sono luoghi di prova e meditazione.
Abbiamo altre realtà miste, che tendono al lavoro nel sociale e nella società, aprendosi di volta in volta ad esperienze diverse.
Vanno bene tutte, per carità! E comunque, come ha sinceramente dichiarato Clara Cottino, «sono storie di precarietà».

Però cerchiamo di superare quella complicità, questa ambiguità con il sistema cui facevo cenno: le residenze possono essere complementari al sistema, non necessariamente alternative; ma non devono né possono essere l’ennesima categoria in cui far giocare i giovani. Semmai bilanciamento della stortura del sistema festival (la divisione generazionale), che sono vetrine. E contrappeso all’intasamento e alla iperproduttività, “all’eventologia” di cui ha parlato Graziano Graziani. O dei teatri di innovazione che hanno tradito la loro funzione.

Allora capiamoci su certi fraintendimenti: il radicamento sul territorio. Di chi? La compagnia romana che va in residenza a Udine, dove si radica? Ha fatto bene Marina Dammacco a mettere in evidenza gli aspetti positivi, ma anche quelli negativi di una simile prospettiva, di quella “esplorazione dell’eterotopia” di cui ci ha detto con il consueto acume Gerardo Guccini. Si tratta, comunque, in questa prospettiva, di valutare e rivendicare anche l’impatto economico del lavoro culturale e di rivendicarne l’importanza: è notizia di oggi (data del convegno) pubblicata sul Nouvelle Observateur: ad Avignone, ogni euro investito in cultura e teatro ne rende 5-6. In italia è altrettanto? Quanto e cosa rendono le residenze al territorio? Rendono abbastanza?
E ancora: il debutto coatto. Se una residenza offre cinque giorni di “sala prove”, perché poi deve imporre il debutto, la “restituzione”? E noi spettatori di professione come ci regoliamo di fronte a queste restituzioni?
Ancora: il tempo dell’ozio sapiente, della perdita di tempo, di cui si è parlato anche oggi. Bellissimo tema, meravigliosa suggestione: ma è anche un bel privilegio, diciamocelo. Soprattutto mi si consenta per una giovane compagnia.
Forse non è più la stagione del “datemi i soldi perché sono un artista anche se guardo dalla finestra”. Non so. Il produttivismo a tutti i costi è deleterio, l’abbiamo detto. Ma anche il tempo e lo spazio della ricerca deve essere riconosciuto e riconoscibile, addirittura valutabile: si fanno tanti confronti con la “ex” ricerca scientifica. Bene, in quegli ambiti occorrono pubblicazioni, citazioni, confutazioni, conferme, soprattutto in contesti scientifici internazionali, altrimenti, semplicemente, non si è. Non ce lo vedo, allo scienziato che sta tanto a guardare dalla finestra (a meno che non sia un metereologo?).

E chiudo: se le residenze si piegano alla logica del capitale, diventano i bed&breakfast del teatro, i “gironi” di cui parlava Graziani, o, per fare un altro paragone, i Blog gratuiti – dove ormai scriviamo gratis avendo l’illusione di lavorare.
Se assumono le caratteristiche di produzione (più o meno coatta) della creazione diventano semplicemente centri di produzione al di là della qualità che possono esprimere.
Si tratta dunque, secondo me, di trovare spazi dove difendere e far crescere la creatività, di tornare all’arte attraverso ricerche serie, qualificate, approfondite.
Luoghi di investimento – economico – su realtà in divenire. Luoghi “diversi” dal sistema, dove ci siano diverse modalità della creazione; spazi in cui dare le basi non solo al teatro del futuro, ma anche alla società del futuro: mi verrebbe da dire Beni Comuni, se non cadessi anche io così nella retorica.
Vorrei comunque spazi alternativi al capitalismo, aperti, dove proteggere, tutelare, far crescere il teatro, luoghi in cui ricomporre comunità umane. Così, se affidate alla compagnia, le residenze non sarebbero più semplici centri di produzione, ma spazi di auto-gestione, di sviluppo locale, reti di solidarietà e elaborazione di pensiero. Creazione, insomma, di luoghi eterotopici. Se invece fossero strutture dove “ospitare” prove e percorsi in divenire, acquisterebbero comunque quelle caratteristiche di istituzioni culturali mediatori tra l’eccesso di individualità e l’evanescenza dello Stato: istituzioni come connettori e propulsori di pensiero.
E dunque sono ancora aperte le domande: che visione stiamo esprimendo? Verso quale cambiamento – anche minimo – tendiamo? Che teatro vi immaginate da qui a dieci anni? Quali le parole chiave per accedere al futuro?
Sta agli artisti, al teatro, pensare scenari – mondi e luoghi – nuovi e diversi. Ma sta alla politica offrire le condizioni perché quelle visioni si realizzino in un respiro comune.
Nuova socialità, ricambio generazionale; barriere culturali e di linguaggio, integrazione e networking, nuove forme di cittadinanza e tutele sociali; nuove poetiche e contaminazioni artistiche: mai come oggi, la progettualità e la prassi, il fare assieme, al di là delle differenze di questo sottoproletariato culturale che siamo, diventa una risposta politica, una battaglia che ci chiama.
Oggi come non mai è indispensabile scegliere, capire dove stare: perché il futuro non è lontano, non è collocato in un iperuranio tutto da esplorare. Come veicolare il pensiero? Come raccontare questo processo? Verso quale futuro andare?
Un futuro quello del teatro, che si disegna, necessariamente, anche nelle residenze.

Torre Guaceto, 7 giugno 2014
Andrea Porcheddu

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Category: TESTI DEI CURATORI

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