Creazione e prodotti territoriali – Andrea Porcheddu

| 24 novembre 2013

CREAZIONE E PRODOTTI TERRITORIALI

Quanto si parla di residenze? Tanto. Forse troppo.
Cosa sono le residenze? Tutti lo sanno, ma ognuno ne ha una percezione, o un’idea, diversa.
A cosa servono le residenze?
Il pensiero comune direbbe: ai giovani artisti. E allora chi sono i giovani artisti?

Quello delle residenze è un gioco di scatole cinesi al contrario. La più piccola contiene la più grande. Un piccolo problema ne svela un altro, più grande.
Sembrerebbe, a giudicare dall’adesione, dall’entusiasmo e dall’attenzione, che tutti i problemi del sistema-teatro italiano possano essere risolti, da qui a breve, dal sistema-residenze.
Ma se pure intercettiamo tutte le istanze, le ipotesi, le realizzazioni concrete (è emblematico il caso Puglia), non eliminiamo le contraddizioni.
Incrociare il progetto-residenze con il sistema creativo, cosa che è oggetto di questa sezione di lavoro, implica dunque un approccio più ampio, non legato solo alla prospettiva della “residenzialità”, ovvero significa affrontare il tema del fallimento sostanziale del sistema teatro italiano.

Se la stabilità, ad ogni livello (ovvero stabilità pubblica, privata, di innovazione e per l’infanzia) avesse svolto sistematicamente il proprio compito istituzionale – che prevede, da statuto, radicamento e apertura al territorio, apertura e sostegno produttivo reale alle nuove generazioni, formazione del pubblico, etc. – saremmo arrivati a parlare così insistentemente di Residenze?
Forse sì e forse no. Proviamo a fare domande e qualche considerazione.

A favore del sì ci sono ragioni indubbie.
Intanto registriamo il costante moltiplicarsi e il diffondersi il “fare teatro”. È un dato di fatto che in Italia si abbia un’infinita ed esponenziale moltiplicazione di soggetti che fanno teatro. Nascono ogni anno compagnie, singoli artisti, iniziative creative che cercano di immettersi nel mercato. Ovviamente l’offerta supera la possibilità del cosiddetto “mercato” di assorbire e promuovere le proposte perché abbiamo a che fare con un “mercato” ingessato e chiuso come quello italiano.
Di fatto, allora, a fronte di un Trust, di un gruppo che, seppure con qualche eccezione, controlla e vizia il mercato, rendendolo da ipoteticamente “libero” a concordato, a fronte di quel monopolio di poche strutture (che agiscono con scambi, supervalutazioni, spese folli) c’è un mondo di piccole e piccolissime imprese, di ditte individuali, di veri e propri “stagionali” della cultura e dello spettacolo.
Ossia quelli che, al pari di raccoglitori di pomodori o di vendemmianti, vivono ad esempio solo nel breve arco di tempo della stagione estiva dei festival.
Tanti lavoratori dello spettacolo non godono di alcuna tutela previdenziale, sono costretti a svendere il loro prodotto, accettano condizioni capestro pur di lavorare. Si tratta, dunque, di confrontarsi con questa sottooccupazione, con questo lavoro nero, con questo sfruttamento sistematico.
Il sistema residenze potrebbe essere un calmieratore di mercato, una sorta di mercato “equo e solidale” alternativo alla grande distribuzione (monopolista), un regolatore di posizioni individuali irregolari e un attivatore di “domanda” attraverso la formazione del pubblico.

Ancora argomenti a favore del sì: aggiornare la modalità di produzione.
Come si produce oggi, il nuovo teatro? Da chi viene prodotto e come?
Cosa crea, oggi, il performer? Una performance – appunto – per definizione unica e irripetibile.
La retorica, la meta narrazione della performance ha avuto il ruolo di balsamo psicologico al fatto che si moltiplicassero gli eventi – in studi, stanze, episodi, capitoli, tappe – che sono figli di un sistema sballato che impone presenzialismo e ipercreatività, soprattutto a strutture fragili, nuove, come i gruppi giovani. Ogni festival, ogni rassegna ha troppo a lungo chiesto la “prima”, l’originalità, la nuova creazione, l’evento che tutto e tutti travolge. Dunque, il sistema della distribuzione si è mutato in un faticoso sistema di debutti secchi, di novità ad ogni costo, di capolavori necessari.
In sostanza, dal punto di vista economico, la performance è accettabile e valutabile solo in virtù della sua straordinarietà. Ossia, detta in soldoni: guadagni una volta e basta, non capitalizzi l’investimento e guai a te se esci fuori dal recinto dell’unicità dell’evento.
Allora, il sistema delle residenze potrebbe essere l’avvio di un tempo diverso di produzione, più sereno e più adatto ad una maturazione effettiva, efficace del prodotto artistico, soprattutto per le nuove generazioni, proteggendole dalla voracità di un sistema (soprattutto per la ricerca) decisamente fagocitante.

Inoltre, come già mi è capitato di scrivere, il teatro contemporaneo è davvero come il cittadino medio italiano, che appena nato ha già una dose di “debito pubblico”.
È un “Teatro indebitato”: cerca di colmare il debito iniziale, derivante dagli investimenti fatti in termini di formazione, studio, creazione. Ha speso tanto per “essere pronto”. Ma vive, come si è visto, di marginalità, di straordinarietà, ossia di un credito perenne nei confronti del “capitale”, che è sempre altrove, sempre gestito nella gran parte dalle posizioni monopolistiche del Trust.
I performer sono costretti a un continuo, spasmodico, investimento su di sé: questa pratica della formazione permanente (se pure vitale e necessaria) si sta mutando in un enorme parcheggio sociale, dove migliaia di giovani artisti passano tempo alternativo al tempo del lavoro. È un arricchimento perenne delle proprie competenze e del proprio curriculum, certo, ma in attesa di cosa? Di una “chiamata” – retaggio del teatro ufficiale, capitalistico – che non arriverà mai? Di una produzione? Di un riconoscimento critico?
È un teatro dunque sostanzialmente povero, privo di finanziamenti, volontaristico, sempre più disperso e spesso disperato o disperante: c’è chi fa debiti per pagarsi una produzione, un laboratorio, un provino.
Un teatro che vive di coraggio e di voglia di fare, ma raramente riesce a trovare concretizzazione (quel debutto, poi al più una replica ogni tanto, quando va bene).
È un teatro frustrante, che magari cerca nel “gesto politico” – come può essere l’occupazione – una cura, una risposta possibile.
Il sistema lavorativo, allora, diventa sempre più virtuale, privo della concretezza economica, privo di garanzie, privo di regole. È il sistema facebook, il sistema twitter, ovvero comunicazioni parcellizzate all’infinito, moltiplicate spesso sul nulla, che assolutizzano l’individualismo a scapito della collettività. Il grande capitale è riuscito nella faticosa impresa di spostare definitivamente il rapporto dialettico tra le classi economico-sociali in un rapporto fratricida tra individui. E questo vale anche per il teatro.
Le istituzioni pubbliche, abbiamo detto, salvo rare eccezioni, esercitano attività monopolistica per celare il fatto che sono ormai spazi vuoti, privi di capacità propositiva, conflittuali o distanti: al più concedono briciole a chi è fuori dal sistema, anche per calmare, per sedare, per controllare. La politica – nonostante qualche prospettiva sembra aprirsi, grazie a un buon decreto come quello promosso dal ministro Bray: oggi dal Mibact arriva un nuovo slancio anche grazie a delle professionalità che vi hanno portato pluriennale esperienza e passione –, la politica dicevo, pur con qualche eccezione, sembra continuare a disinteressarsi del teatro, della cultura, dell’arte oppure usa il teatro come parcheggio di rappresentanti di casta prossimi alla pensione.
Non c’è alcun segno di ricambio generazionale.
Eppure questo teatro marginale, irregolare, privo di tutele, di ammortizzatori sociali, di contributi, continua a vivere, anche al limite della delinquenza.
Tra bisogno di cittadinanza e militanza, ormai oltre l’idea stessa di “bene comune” (visione svuotata e resa retorica dalla politica), al di là delle parole d’ordine e delle estetiche dei padri, vive un teatro in cui l’irregolarità sta diventando una prassi creativa. L’ 80% del migliore teatro nazionale, quello che ci appassiona e ci commuove, è irregolare.
A tutto questo, dunque, potrebbero-dovrebbero rispondere le residenze. Sono questi i luoghi in cui – o con cui – correggere le distorsioni del mercato ufficiale? Sono le risposte possibili capaci di assorbire quel mondo escluso dalle posizioni monopoliste? Forse.

Infine: ultimo tema che vorrei lanciare, il rapporto con il territorio. Fermo restando che dovrebbe essere – avrebbe potuto essere – un compito istituzionale delle tante e varie stabilità, oggi si avverte un rinnovato bisogno di territorialità. Quasi un mutamento genetico del teatrante, che da naturalmente “girovago” si riscopre sempre più stanziale.
Nel microcosmo, infatti, si avverte come immediato il senso del proprio lavoro: l’intervento diretto nel territorio di riferimento sembra più efficace, risposta concreta, possibilità di identificazione e conferma del proprio percorso artistico. Questo è riscontrabile in diversi settori, inutile fare qui esempi, ma sembra proprio che la “cultura dal basso” e la “cultura nel basso” siano elementi di resistenza effettiva e concreta al sistema.
Per il teatro, naturalmente, possiamo chiamare in causa anche le occupazione, a partire da quella – assai discussa – del Valle occupato, che è paradigma conflittuale dello stato delle cose, per poi ricordare il Rossi di Pisa, il Garibaldi di Palermo, esperienza ormai conclusasi, oppure ancora il bellissimo Teatro Sociale di Gualtieri, dove spettatori e artisti si sono trovati, come cittadini, nel volere fortemente la riapertura dello spazio teatrale, ricostruito letteralmente assieme in un progetto quanto mai concreto, chiamato “Cantiere Aperto”.
Le residenze allora potrebbero essere il tentativo di radicalizzare la prospettiva microterritoriale, coniugando attività produttiva con intervento concreto, e sociale, di comunità. Al tempo stesso, si avverte però il rischio di una formalizzazione, di una istituzionalizzazione che già in passato ha bloccato simili slanci politico-culturali.
E, da ultimo, quanto il microcosmo influenza la creatività? Quanto la dimensione territoriale entra nella poetica? Se le residenze “accasano” gli artisti, non c’è il rischio di una chiusura eccessiva dal punto di vista creativo?
“Metter su casa”, si sa, non fa bene alle coppie: si spegne la passione, si accetta la routine. E se la residenza diventa una casa, una casetta piccoloboghese, con tutte le cosine a posto, con i centrini sul tavolo e le foto nelle cornici d’argento, chi ci pensa, poi, a scendere in strada, a manifestare, a protestare, a spaccare tutto?

Diceva Nicola Chiaromonte che il teatro, come tutto nella vita, si tratta “di subirlo o di farlo”. Voi, qui, ospiti di questo teatro stabile pubblico, evidentemente una felice eccezione in quel sistema di cui ho detto, state facendo il teatro. Lo state facendo vivere. Non è un caso se qui, in questa sala, ci siano alcuni e non altri. E se non si cambia oggi, se ne riparlerà tra venti o trenta anni. Allora si tratta, forse di fare di queste residenze un sincero elemento di novità, qualcosa che davvero potrebbe cambiare lo scenario, aprire nuovi spiragli. Ce le immaginiamo vive, veloci, febbrili. Piccole e feroci di fronte ai giganti. Fate di queste residenze delle pietre, dei sassi, dunque, da mettere nelle vostre fionde.

Andrea Porcheddu

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Category: TESTI DEI CURATORI

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