Appunti Fagarazzi Zuffellato

| 28 settembre 2014

Durante il primo tempo del secondo movimento di Nobiltà e miseria, al Seminario di Torre Guaceto (6 e 7 giugno 2014), Andrea Fagarazzi e IChen Zuffellato hanno partecipato alla discussione leggendo una lettera aperta, sollecitati dagli interventi degli altri artisti e operatori che sono intervenuti.

Discutere e condividere le esperienze e pratiche del singolo è stato molto interessante e sono anche scelte artistiche individuali per noi non “questionabili”. Quindi la discussione diventa un po’ fine a se stessa se non evolve dalla sua soggettività. Fin da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme la residenza artistica è stata per noi una necessità, non tanto per il fatto che non avevamo e ancora non abbiamo uno spazio nostro in cui provare ma proprio perché sentivamo come necessaria la condizione del viaggio e dell’essere straniero in un luogo, la contaminazione come germe creativo per il nostro lavoro. Ogni residenza è un percorso a sé, e ogni luogo ha delle sue modalità di fruizione, è una sorta di microclima in cui devi immergerti e adattare la tua pelle e che inconsciamente attiva delle sinapsi diverse dal solito. Può essere che in Italia le residenze artistiche (intese come residenze temporanee, e non come spazi affidati in gestione a una compagnia per un periodo più o meno lungo) siano nate per sopperire a delle esigenze che i teatri stabili di innovazione non sono riusciti a soddisfare, ma di fatto le residenze artistiche esistono, all’estero soprattutto, da molto tempo anche per soddisfare gli artisti che hanno bisogno di allontanarsi da un luogo intrinseco di quotidianità per riuscire a indagare punti di vista altri.
Negli ultimi anni però abbiamo dovuto smettere di andare in residenza artistica, nel momento in cui si può offrire solo spazio e alloggio, mentre tutto il resto diventa spesa.

Immagino sia difficile per altri, che non fanno questo lavoro, comprendere come si possa no pagare delle persone per stare in posti splendidi, dove spesso si trovano le residenze, e chiamare questa cosa lavoro. In questi luoghi ci sono momenti di duro lavoro, come momenti di contemplazione e riflessione, come momenti di convivialità e condivisione. Tutto questo appartiene ed è importante ai fini di una ricerca creativa che non sempre dà frutti immediati, ma che per un artista è una forma di conoscenza indispensabile.
Non retribuire questa forma di ricerca sarebbe come pensare che non si debba pagare un bagnino perché in una spiaggia semi-deserta, per la maggior parte del suo tempo, sta a contemplare il mare e la gente.

In questi incontri si ha sempre paura di trattare il fattore economico della situazione, come se nessuno si volesse sporcare le mani nominando una tale bestialità, questo avviene in Italia, dove anche parlare di cachet per uno spettacolo a volte è un tabù. Invece crediamo che questa sia in questo momento un’urgenza, e non vogliamo assolutamente “fare i cinesi della situazione”, né essere particolarmente tragici, ma crediamo che sia un’urgenza per tutti, ne va della dignità di un lavoro splendido come il nostro, ne va della nostra vita umana, ne va anche delle nostre scelte artistiche, chiedersi dove andrà a finire il teatro domani, significa anche capire cosa ne sarà umanamente di noi domani. Non si può continuare a pensare che l’artista possa viver di sola poesia.

Ci piacerebbe che questo incontro potesse concludersi per una volta con un certo pragmatismo, una certa progettualità, in cui si possano delineare sì i problemi, ma anche le possibili soluzioni.
Per esempio a livello di contenuto si potrebbe partire da quei quattro cardini molto precisi che ha delineato Graziani (gestione del tempo, coabitazione, contaminazione, anarchia, vedi l’intervento, ndr), che non tendono all’omologazione della residenza artistica ma ne offrono dei confini molto ampi, che piuttosto permettono a ognuna di essere unica nelle sue modalità e funzioni.
Per esempio “come poter finanziare le residenze artistiche di modo che non siano solo uno spazio di prove alloggio”: con fondi pubblici sì, ma come facilitare i finanziamenti privati? Con l’utilizzo del crowd funding, con fondi di mobilità e non so quali altre forme di finanziamento potrebbero esserci. Lo Stato faccia in modo che il sistema teatro non debba dipendere solo dallo Stato stesso.
E poi è necessario anche delineare strutturalmente un sistema che possa coerentemente collegare i vari “gironi infernali” di cui parlava ieri Graziani: per esempio le residenze alle forme di produzione, ai teatri, alle programmazioni, ai festival fino ad arrivare alla televisione. Proprio per quel problema di cui parlava sempre Graziani circa il fatto che il teatro non viene mai considerato dal sistema popolare come interlocutore di rilievo della cultura contemporanea. Questo dovuto a varie ragioni, forse anche per il fatto che è sempre stato relegato al di fuori del sistema mediatico, anche per sua scelta personale di non voler sporcarsi di qualcosa che spesso considera immonda, come la televisione.
Non ci dispiacerebbe pensare che fosse ideato uno spazio dedicato al teatro, alla danza, alle arti contemporanee e di ricerca in generale anche in televisione, e immaginare che chiunque zappando con il suo telecomando possa imbattersi nell’ultimo spettacolo di Giulio D’Anna. Magari si fermerebbe solo un secondo e cambierebbe subito canale, ma intanto quell’immagine di lui che tiene in braccio suo padre gli sarà entrata nella testa, e poi magari dopo qualche giorno, facendo ancora zapping, vedrà altri spettacoli, si soffermerà per un minuto in più, e anche se non capirà nulla, perlomeno saprà che questo mondo esiste, che esiste un’altra possibilità di azione e di pensiero.
Ecco noi pensiamo che il discorso della residenza non possa essere decontestualizzato da tutto questo, ma che debba far parte di un meccanismo più ampio, di una rivoluzione culturale in toto. Non per conquistare il mondo ma semplicemente un piccolo spazio di esistenza.

Per sostenerci noi nel frattempo ci siamo messi a fare i venditori di teste e giuro che non è una metafora.

 

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