RESIDENZE ideali o arresti domiciliari – Piergiorgio Giacché

| 23 settembre 2013

RESIDENZE IDEALI O ARRESTI DOMICILIARI

 

0.
“Complimenti per la trasmissione”, cioè per il documento-prologo che avete curato. Ha almeno due meriti: mentre esplicita il senso delle residenze sottolineando la centralità del processo creativo (e non del prodotto spettacolare), rivela implicitamente come le “residenze” siano diventate un luogo e un tempo “esageratamente” essenziale. A scorrere il documento infatti, ci si accorge che la discussione sulle residenze diventa il cuore di tutto il teatro, di “troppo” teatro.

1.
Nate come un inganno, le residenze rischiano di diventare legge, con tutti i rischi che la loro diffusione e istituzionalizzazione comporta. Nate come un’aggiunta sperimentale e coraggiosa, le residenze sono state in effetti assunte da molti enti e auspicate da molti artisti come soluzioni di comodo economico o di comodato d’uso: sono paradossalmente diventate il modo di unire un sistema teatrale che ancora in realtà è diviso tra stabilità e rarefazione, tra la finta solidità di istituzioni teatrali sempre più pesanti (festival compresi) e molte proposizioni artistiche che rischiano di diventare sempre più leggere per non dire “liquide”.
Le “residenze” – nei cento modi in cui sono state fin qui ideate e realizzate – costituiscono nel loro complesso (nel loro fare il bene anche quando sono fatte male) un’idea-investimento aperta alle tensioni e alle ambizioni del teatro di ricerca, ma anche un bene-rifugio che (messo per esempio nella cassaforte di un teatro stabile) funziona più da compensazione che da apertura, mentre gli risolve il problema di come aiutare senza spendere, di come rischiare senza perdere.
Non c’è niente di male e magari non c’è niente di meglio, ma proprio per questo è importante chiarire cosa viene prima e cosa serve dopo, ovvero quale e quanta differenza può esserci fra la radicalità di un’idea “diversa” e la comodità di un bene “comune”.

2.
I teatri hanno forse terreni in comune ma cieli diversi: le residenze non devono limitarsi a essere le occasioni terrene di una sopravvivenza dei teatranti, ma devono ambire a essere basi adeguate per la vita dell’arte (per quella strana “arte della vita” che è il teatro). Un’arte che è e deve restare imprendibile e indefinibile, e le residenze hanno appunto il vantaggio della duttilità e della continua possibilità di mutazione, di adeguamento, di inseguimento. Se invece vengono pensate e strutturate come luoghi e modi di ospitalità poco costosa e talvolta di generosità pelosa, può allora capovolgersi l’ordine degli addendi che – nel caso della qualità e non della quantità – non dà affatto la stessa somma.
Al primo punto allora poniamo davvero il “processo” e non il “prodotto”, con tutto quello che ne consegue anzi che lo precede: per esempio, i lunghi tempi di stagnazione e di impregnazione, di riflessione e di preparazione, prima ancora degli atti o delle prove che si ritengono già fasi della produzione. Ci sono – nella vita e nell’arte di un attore o regista – periodi “vuoti a perdere” eppure pieni di incontri e di studi. Sono lunghi periodi senza paga di sorta, in cui l’artista consuma i suoi guadagni; ma soprattutto senza un riconoscimento di “attività” e talvolta di “dignità”, come se un professionista della ricerca artistica non avesse diritto a uno statuto o un trattamento pari ai ricercatori di altri settori del sapere e del fare.

3.
Una proposta in pratica adeguata (e in teoria, una proposta esemplare) è quella di prevedere – fra la gamma delle residenze – anche quelle al primo stadio e al massimo livello: residenze cioè da destinare ai “tempi morti” e però assegnate ad artisti “di chiara fama” (brutta formula che è meglio sostituire con “di sicuro e verificato valore”).
In una mia relazione di ricerca (commissionata e poi ignorata dalla Regione Umbria), proponevo ad esempio degli “eremi” (nel senso di luoghi lontani dal “pubblico”) o degli “esili” (nel caso di soggiorni o viaggi all’estero) dove – per almeno un mese – alcuni artisti siano insieme spaesati e spesati: liberi di oziare (nel significato classico del termine) ovvero di organizzarsi tempi e modi di studio e di attività, completamente svincolate dalla promessa di un conseguente impegno produttivo.
Ora, queste residenze-regalo (si dirà) è bene che siano concesse ai più meritevoli? No, è bene invece che siano attraenti per i migliori e i più difficili artisti di teatro. Quello che qualifica una residenza non deve essere la concessione del proprietario ma la scelta dell’affittuario: bisogna cioè capovolgere lo schema che assegna potere al gestore della casa anziché al suo abitante – che infine è un temporaneo padrone del luogo e del tempo che ha a disposizione. Altrimenti, che “residente” è?

4.
A partire da questo eccesso, le residenze “successive” dovrebbero poi variare e combinarsi nei modi più convenienti e infine anche favorire la produttività; diventerebbero legittime anche le ricadute pedagogiche ma senza rendere obbligatoria o ossessiva la formula degli stage o – peggio – dei corsi di formazione; potrebbero finalmente servire anche da scene provvisorie per prime prove dello spettacolo, ma sempre inseguendo la linea ideativa e rispettando i tempi produttivi degli artisti. Le residenze non devono trasformarsi in contratti di lavoro ma limitarsi a stabilire un contatto, un rapporto fra organizzatore e artista.
Chi propone o gestisce le residenze, dovrebbe ricordarsi che gli artisti che le abitano sono ospiti, ma nel senso antico di sconosciuti e sacri “parenti”.
Il primo vero paradosso delle “residenze” è che servono a garantire il “nomadismo” degli artisti di teatro, il loro modo di esistere e resistere spostandosi da un posto all’altro. Non importa se il nomadismo sia vissuto come una condanna o come un privilegio. Quello che importa è che le residenze siano sempre “per nomadi” e quindi non vengano fraintese da ambo le parti: non sono uno spazio-tempo precario da regalare o da guadagnarsi, sono stazioni o situazioni che, senza la benedizione del viandante di passaggio, non avrebbero senso rispetto al processo creativo di cui vogliono essere “sedi”.
Le residenze dovrebbero costituire le case dove si muove la tournée del processo creativo.
Le piazze dove andrà il prodotto spettacolare sono un’altra cosa e non sono una altra casa.

Piergiorgio Giacché

Piergiorgio Giacché insegna Antropologia del teatro e dello spettacolo all’Università di Perugia. Ha partecipato al comitato scientifico dell’International School of Theatre Anthropology diretta da Eugenio Barba (dal 1981 al 1990). È stato il primo Presidente della Fondazione “L’Immemoriale di Carmelo Bene” (2002-2005). Ha collaborato con “Lo Straniero” e con numerose altre riviste nazionali e internazionali, e ha pubblicato – fra l’altro – Carmelo Bene. Antropologia di una macchina attoriale, Lo spettatore partecipante. Contributi per un’antropologia del teatro, L’altra visione dell’altro. Una equazione fra antropologia e teatro

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Category: PROLOGO

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