Residenza come soggetto innovativo del sistema teatrale – Renzo Boldrini

| 25 settembre 2013

RESIDENZA COME SOGGETTO INNOVATIVO DEL SISTEMA TEATRALE

 

Prendendo in esame la questione residenze per come si è sviluppata, o si sta sviluppando, nei diversi contesti regionali, è scontato, quanto necessario, operare alcune distinzioni di modello e di contesto.
Per inquadrare correttamente il fenomeno e comprenderne meglio potenzialità e limiti, occorre evidenziare come in alcuni sistemi teatrali regionali, pur in una pluralità distinta di modelli, pratiche e gradi di incisività legislativa, la residenza sia istituzionalmente concepita e normata come soggetto innovativo del sistema teatrale pubblico o a funzione pubblica.
Una scelta significativa che alza il livello di rischio politico/culturale, ma crea contestualmente solide opportunità, concreti spazi di riforma ed azione. Un indirizzo frutto, ad esempio in Toscana, di un lungo confronto pubblico e conseguente sintesi (ovviamente progressivamente perfettibile) fra le esigenze di politica culturale del governo regionale, degli Enti locali periferici attivamente coinvolti e quelle, plurime, degli artisti: un’analisi comune su un sistema teatrale in mutazione costante rispetto alla sua geografia operativa e quindi bisognoso di una puntuale e concreta rilettura delle effettive funzioni svolte da ogni soggetto, esistente e nuovo, che forma il sistema teatrale. La definizione formale di un “network” istituzionale di residenze toscane è quindi il risultato concreto di questo cammino che produce oggi un dato significativo: un sistema teatrale regionale dove le residenze sono parte, novità essenziale dell’architettura teatrale pubblica o a funzione pubblica.

Quindi in alcuni territori regionali la residenza è sostenuta come una nuova forma artistica e organizzativa, una funzione strutturale del panorama teatrale, alla quale viene assegnata, oltre a un ruolo attivo nella gestione di teatri, una ben più complessa zona di interazione con gli altri attori di sistema (circuiti, stabilità, produzione) utile a definire un più realistico ed efficace rapporto, anche a partire dagli specifici territori abitati dalle residenze, fra processi produttivi/progettuali e i meccanismi distributivi. Azioni necessarie, come per esempio la possibile concertazione per l’attuazione di innovativi modelli di formazione dei pubblici e diffusione delle culture teatrali, per agevolare concretamente un generale processo di qualificazione e riequilibrio di genere dell’offerta e potenziamento della domanda di teatro.
Un orizzonte operativo e legislativo, che pur con le ovvie differenze normative e di modello legate alle necessità e gli obiettivi particolari dei differenti contesti applicativi, inquadra e promuove il ruolo delle residenze come soggetto del Sistema Teatrale in Puglia, Toscana, Calabria e fino a ieri in Piemonte. Una linea operativa comune che ne evidenzia, indica, il modello istituzionale e operativo di gran lunga il più diffuso nel nostro Paese e che, non casualmente, nel 2009 ha permesso alle regioni Puglia, Toscana e Piemonte (la Calabria in quel momento storico non aveva legiferato sul fronte residenze) di firmare a Ivrea un protocollo interregionale per l’incentivazione della pratica residenziale, ancora oggi sostenuto da Toscana e Puglia.

In altri territori regionali, come già oggi in Emilia Romagna e in prospettiva, per quello che emerge dal dibattito in corso nel Veneto (che ricordiamo privo di una legge regionale sullo spettacolo dal vivo), la residenza pur mantenendo un significato innovativo intorno a tematiche rilevanti, come ad esempio la questione dell’attenzione ai nuovi artisti, è individuata non come soggetto, ma come un “oggetto” operativo. In questi contesti la residenzialità è normata come indicatore, parametro premiale. Un’azione incentivante utile a qualificare l’intervento pubblico su attività festivaliere, percorsi produttivi o come elemento di valorizzazione di alcuni luoghi del nostro patrimonio architettonico e paesaggistico, strappati in chiave teatrale a precedenti funzioni d’uso. Esperienze che si caratterizzano, letteralmente, come case, spazi abitativi temporanei, per artisti e compagnie in ricerca creativa, che frequentemente barattano la loro permanenza con tracce più o meno visibili del loro passaggio. Una modalità operativa al confine con quella realizzata, in modo certo non omogeneo e con risultati qualitativi non sempre nitidi, da una parte della stabilità.
In questi contesti regionali l’azione residenziale collima con obiettivi e pratiche significative, ma è sostanzialmente accessoria all’architettura del sistema teatrale “tout court”.

Come è noto, c’è poi la particolarità, dell’esperienza Lombarda dove la rete delle residenze nasce grazie a una fondazione bancaria, di fatto funzione sostitutiva del decisore pubblico regionale, in questo caso poco incline a certi criteri d’intervento pubblico nello spettacolo dal vivo. Situazione che ha comunque originato una significativa rete associata di Residenze, che fra l’altro, opera per legittimare il suo ruolo come attore di sistema, sviluppando dal basso esperimenti di patneriato istituzionale con gli enti pubblici territoriali più periferici (Comuni, Province).

La distinzione delle esperienze legislative e operative in atto nelle differenti regioni è basilare per rendere più nitida una ricerca di aspetti dominanti e di requisiti trasversali ai modelli di residenza diffusi nel nostro Paese. Distinzione significativa, credo utile elemento di riflessione e stimolo al MIBAC, perché in sintonia con le regioni, possa dar vita a un disegno nazionale di sostegno alle residenze. Intervento auspicabile e sicuramente strutturabile per analizzare il fenomeno residenza ben oltre la prassi basica basata sulla coniugazione di spazi e presenze, ma capace di valutare e sostenere la complessità di un farsi teatro che abita quotidianamente territori diffusi e importanti del nostro Paese tramite un originale modello artistico gestionale di teatri, al contrario destinati a rimanere solo beni culturali privi di attività. Necessita quindi una regola ministeriale che sostenga la sperimentazione delle residenze nelle sue concrete e vaste potenzialità operative e riformatrici, oggi già parzialmente in essere e che un’adeguata valorizzazione normativa statale può rendere ancora più efficaci nel percorso generale di innovazione artistica e organizzativa del teatro italiano.

Nel cercare tratti comuni dell’esperienza residenziale, costitutivamente votata alla particolarità (durata dell’esperienza, tipologia d’impresa, struttura del patto di concertazione con gli enti territoriali, tipologia dei luoghi teatrali abitati, biografia della o delle compagnie residenti, specificità socio-culturali del contesto territoriale in cui si opera…), trovo poco efficace, vista la potenziale pluralità di pratiche, la tentazione diffusa di voler “griffare”, perimetrare in un personale e paradigmatico marchio “d.o.c.”, il termine residenza. Ad esempio l’aggettivazione “creativa”, (come sociale, etc…), poco aggiunge, visto che la creatività è il “software” implicito di ogni azione artistica e culturale e vista la difficoltà di una prassi unanime, insinua la possibilità che per converso ce ne siano altre poco o per niente creative, magari dotate solo di un “hardware” più freddamente tecnico/burocratico (un pò come nella contrapposizione dei licei classici vs gli istituti tecnici).
Il modello di residenza “soggetto”, il più diffuso nel paese, necessita di una struttura artistica e tecnico/organizzativa complessa, dotata di varie competenze. Un progetto “multitasking” nel quale l’attenzione alla qualità dei tempi e dello spazio di creazione propria e degli ulteriori artisti in residenza è un dato costitutivo ma necessariamente parziale. I processi creativi, propri e ospitati sono “epicentro” di una ben più complessa rete di attività di programmazione, formazione, promozione, e più ampiamente progettuali nel confronto quotidiano con varie comunità di cittadini.
Un’operatività che punta al radicamento della propria funzione e azione, che agisce, scommette operativamente sulla prospettiva temporale, favorendo prassi operative complesse e di respiro. Ad esempio, nel sostenere il lavoro produttivo e progettuale di giovani artisti e compagnie, si sta evolvendo l’idea di superare un rapporto legato centralmente allo sfruttamento di spazi come sede aperta e condivisa di prove, favorendo relazioni estremamente più articolate tramite percorsi di lungo periodo di accompagnamento e tutoraggio. Esperienze, già verificabili in alcune residenze più strutturate, che puntano a creare relazioni anche pluriennali con giovani realtà su confronti legati sia alla dimensione creativa che a quella più diffusamente gestionale, per realizzare uno scambio intergenerazionale intorno alle reciproche visioni artistiche, alle pratiche dell’organizzazione e della distribuzione teatrale: elementi in costante disequilibrio, non solo nell’esperienza residenziale, fra il concetto di sostenibilità economica, redditività e visibilità dell’investimento pubblico e quello autonomo, sregolato, della visionarietà poetica.

RESIDENZA COME FATTORE DI RIEQUILIBRIO DEL RAPPORTO CENTRO-PERIFERIA DEL SISTEMA TEATRALE

Guardando la mappa italiana dei territori e dei luoghi dove sono attive le residenze è facile constatare come queste sono sinonimo di periferia. Infatti la stragrande maggioranza delle residenze opera in aree extraurbane o provinciali intervenendo come fattore di riequilibrio territoriale e di genere nei processi complessivi che regolano l’offerta teatrale e favorendo diffusamente il processo di amplificazione della domanda teatrale, soprattutto verso le aree della platea meno tutelate (bambini, ragazzi, giovani, scuole, famiglie, nuove cittadinanze o comunità particolari come il carcere, etc..).

Periferie che spesso, è bene evidenziarlo, sono territori ricchi di tradizioni e investimenti culturali, con un forte tessuto associativo, e come accadde certamente in Toscana, magari dotati di un patrimonio architettonico teatrale diffuso. Aree che trovano nei teatri abitati dalle Residenze dei veri e propri presidi culturali permanenti: (in quest’ottica trovo più consono, nel percorso di analisi preventiva e consuntiva di un progetto di residenza, il parametro legato alle giornate di apertura dello spazio rispetto al criterio legato alla quantità/qualità dei borderò). Presidi artistici raramente chiamati a un esclusivo lavoro di mera alfabetizzazione teatrale ma piuttosto all’identificazione e costruzione di un progetto che sappia specializzare vocazioni, creare segni e percorsi artistici capaci di trovare relazioni ben oltre i confini territoriali e regionali di appartenenza.

La diffusione di questa tipologia di residenze è una conseguenza storica, in un territorio come la Toscana, già protagonista in termini di progettazione legislativa ed investimento pubblico negli anni ’70 delle politiche di decentramento teatrale. Decentramento strutturato sulla diffusione della domanda di teatro, sollecitata dalla veicolazione agevolata, massiccia e capillare del prodotto scenico, anche con la spinta dell’allora nascente circuito regionale, e la conseguente moltiplicazione delle stagioni teatrali. Un’onda d’urto che ha promosso competenze organizzative e progettuali nei vari territori regionali, creato le basi storiche dell’investimento diretto dei comuni e delle province a sostegno dello spettacolo dal vivo, ancora oggi significativo nella difesa degli standard qualitativi della produzione e della distribuzione di teatro.
Un impulso storico rafforzato nel tempo da un’altra serie di fattori progressivi determinanti, come la qualificazione dei soggetti produttivi, la riapertura tramite i fondi europei di oltre 200 teatri comunali piccoli e medi: elemento che negli anni ’80 spinse la regione toscana a formulare il progetto Abitare i Teatri, favorendo l’incontro fra artisti senza teatro e teatri riaperti mancanti di presenze artistiche qualificate. Esperienza poi rilanciata, dieci anni più tardi, come ipotesi legislativa/progettuale a livello nazionale, da Veltroni durante il primo governo Prodi.

Fattori storici che hanno creato oggi le condizioni per una nuova e necessaria fase che trovo sensato definire di decentramento progettuale. Condizioni, che oggi spingono, visto le gravi problematiche economico gestionali e di incisività progettuale ed artistica legata all’eccessiva centralizzazione su poche strutture, del sistema teatrale pubblico verso un disegno maggiormente (necessariamente) policentrico. Un sistema fatto di strutture grandi e medio/piccole, accuratamente selezionate, che in una logica di pari dignità culturale possono mettere in concreta relazione centro e periferia sfruttando, come parte attiva e strutturale, il radicamento “storico” di compagnie, che in partenariato regolamentato da convenzioni pluriennali con comuni e province, abitavano e abitano molti territori della Toscana. Residenze che tramite la gestione e lo sviluppo creativo e progettuale di teatri sono in grado di creare concreti, quotidiani, legami con le diverse comunità di cittadini, le associazioni e le istituzioni socio/educative/culturali del territorio, garantendo contemporaneamente (basta verificare negli ultimi anni quanti premi e riconoscimenti sono arrivate in queste realtà periferiche) un livello importante di qualità produttiva, relazione con il sistema teatrale nazionale.

In questa prospettiva vanno inquadrate le 21 residenze individuate dalla Regione Toscana tramite i risultati del bando triennale regionale 2013/2015, conseguenza applicativa della L.R.21/10. Realtà che operano quotidianamente nei territori, botteghe d’arte scenica, formate da piccole e medie imprese (nell’accezione più ampia di impresa economica, artistica, istituzionale) che operano in piccoli e medi spazi teatrali e dialogano, come soggetti autonomi e qualificati, con i soggetti del sistema che prevedono una loro operatività centralizzata (lontana) per i territori. (Criterio, quello della rilevanza regionale, che avrebbe bisogno di una decisa revisione, sottolineando per esempio, come le stabilità nel paese, con la loro azione, spesso, non valichino di fatto l’area della loro collocazione comunale o micro/territoriale e come i circuiti abbiano costantemente seri problemi nello sviluppare la loro funzione nei confronti dei vari territori regionali fuori da una sempre più marcata occasionalità e “distanza” operativa rispetto a periferie teatrali sempre più esigenti e non omologabili con decisioni centralizzate).

La Toscana ha tradotto questi dati di realtà ufficializzando un sistema di Residenze composto da luoghi e progetti vocati alla produzione, ospitalità, formazione e promozione di teatro e danza. Esperienze diffuse su tutto il territorio regionale in gran parte dotate di “focus” artistici specializzati, che rendono questa rete concretamente policentrica e multidisciplinare. Esperienze diversificate anche per la fisionomia strutturale e il grado di storicità dell’esperienza, passando da quelle in fase di “start-up” ad altre ben più radicate nel sistema teatrale. Fra queste ricordo, fra le altre, la residenza multipla di Officine della Cultura che eredita il percorso consociato dei teatri della rete teatrale aretina, o quella a Scandicci, intestata ad una delle realtà storiche del teatro di ricerca italiano, Krypton, o Armunia che arricchisce la straordinaria dotazione regionale di teatri con un castello, anche sede di un importante Festival e di un suo uso intensivo come spazio prove e ricerca. E last but not least la residenza di area interprovinciale fra Pisa e Firenze, della compagnia in cui opero, Giallo Mare Minimal Teatro.

 

TRACCE IDENTIFICATIVE MINIME DELLA RESIDENZA GIALLOMARE

Ciò che oggi è ufficialmente inquadrata dalla Regione come residenza interprovinciale fra Pisa e Firenze, diretta da Giallo Mare Minimal Teatro è un’esperienza che lavora continuativamente da più di venticinque anni in questa vasta area della Toscana centrale. Sottolineo la storicità di questa esperienza per riflettere sui limiti temporali che alcuni osservatori sono tentati di dare all’esperienza di residenza. Limite che non indica in cosa, queste non rare esperienze, possono istituzionalmente, concretamente, evolvere in un sistema bloccato come quello teatrale italiano, o il perché devono implodere per legge anche quando possono vantare risultati significativi, artistici e gestionali, nelle frequenti (bi/triennali) verifiche periodiche sia sul piano territoriale, che quelle di ordine provinciale, regionale. (Il meccanismo regolatore di verifica della dinamicità e ricambio di un sistema teatrale, per ogni tipologia di soggetto che lo compone, necessario per evitare posizioni di rendita e cristallizzazione varie, non può che risiedere in concreti strumenti di verifica e non in preventivi limiti di sviluppo di un’esperienza. Limitazioni forse comprensibili per una Fondazione bancaria, ma non per un organismo pubblico, che suonano come una preventiva ammissione legislativa di socnfitta, di concreta impossibilità di poter realizzare, gestire, efficaci strumenti di controllo, sia di ordine burocratico amministrativo, che più squisitamente artistico culturali tramite osservatori, etc).

Quella intestata a Giallo Mare Minimal Teatro è quindi una Residenza storicamente radicata. (A proposito di radicamento credo di essere stato, molti anni fa, corresponsabile della creazione del termine stabilità leggera, che ha ancora una sua efficacia propositiva nel porre la questione della “permanenza” anche di lungo periodo di un’azione residenziale. È però un termine che oggi non uso più, non solo perché sono contrario in generale alle aggettivazioni del termine residenza, ma anche perché rischia d’indicare l’approdo di questa esperienza in una sorta di stabilità “low profile”. Al contrario, l’esperienza delle residenze sarà vincente, utile, se saprà dimostrarsi una forma artistico/organizzativa originale e aperta progettualmente, gestionalmente snella, contabilmente sana, concretamente verificabile. Condizioni ben lontane, nella media, dalla realtà gestionale e artistica espressa dalla stabilità, al centro di una sua crisi storica di modello e funzione).

La residenza di Giallo Mare opera in convenzione con Province, Comuni, gestendo teatri, spazi teatrali particolari (fra cui alcuni spazi del Museo Leonardiano a Vinci) e nel tempo si è caratterizzata come crocevia attivo di progetti in rete con molte residenze e soggetti teatrali di varie regioni italiane. Ha vari fronti di collaborazione con il circuito e progetti pluriennali in essere con parte della stabilità regionale. La compagnia residente fa parte della rete nazionale e regionale di Teatro Carcere, ed in relazione al programma di residenza ha stabili rapporti con università, scuole, biblioteche, associazioni culturali, musei, asl, del territorio di residenza e di molte aree della Regione. Organizza stagioni, rassegne, festival, rivolti a tutte le aree di pubblico, con una particolare attenzione al teatro d’innovazione per le nuove generazioni. La compagnia residente è agenzia formativa accreditata dalla Regione Toscana e ha ottenuto la certificazione UNI EN ISO 9001:2008 e realizza stabilmente un’intensa attività di formazione del pubblico e di carattere professionale incentrata su vari mestieri della scena e della cultura. Particolare attenzione viene rivolta alla costruzione di percorsi pluriennali di accompagnamento, tutoraggio di giovani artisti.
Le creazioni della compagnia hanno una significativa diffusione sia in Italia che all’estero.

RESIDENZA FRA RADICAMENTO E NOMADISMO

La Residenza, ne sono certo, può sempre di più svilupparsi come un importante e concreto soggetto di innovazione del sistema teatrale, ma non deve essere caricato, magari dai suoi detrattori, di soluzioni miracolistiche, soprattutto se in futuro non si meriterà per i suoi progressivi risultati, un sempre più adeguato riconoscimento pubblico rispetto alla sua effettiva funzione.
In Toscana, pur sottolineando con orgoglio civico l’impegno concretamente messo in atto dalla mia Regione dai suoi politici e i suoi funzionari per il sostegno della cultura e dello spettacolo dal vivo, per rispetto delle proporzioni in campo, va evidenziato come il finanziamento sul primo anno del triennio alle 21 residenze individuate equivale, più o meno, al finanziamento assegnato nella stessa annualità, al più sostenuto fra gli Stabili d’Innovazione della Toscana.
Le Residenze sapranno costruire un ruolo significativo anche se avranno capacità di proposta e troveranno concreti spazi di ascolto per realizzare concrete opzioni di “partnership” con gli altri attori di sistema, evitando la tentazione di schiacciarsi in un eccessivo, e di conseguenza asfittico, lavoro interno al microcosmo delle residenze.

La Residenza non può che essere un’esperienza “glocal” realmente interfacciabile a differenti sollecitazioni provenienti dall’intero mondo del Teatro. Strutture vitali capaci di agire sul territorio in cui s’interviene in una particella socio/culturale dove testimoniare da vicino i mutamenti culturali, antropologici generali che attraversano il nostro tempo. Un concreto laboratorio relazionale dove testare le pratiche teatrali, proprie ed ospitate, per verificare l’efficacia delle idee e dei segni artistici, la loro capacità di trasformarsi in lingua necessaria, incisiva nel rielaborare memorie e costruire visioni di futuro.

Un percorso di messa a fuoco, avvicinamento, ricostruzione dell’efficacia del rapporto fra il teatro e la polis. Il territorio di Residenza deve essere considerato come una “zona di transito” di scambio scenico e culturale, non un “enclave” entro la quale barricarsi artisticamente. In tal senso sarebbe auspicabile evitare (anche come criterio normativo) nella vita residenziale (al contrario di alcuni indicatori della stabilità), un’eccessiva autorappresentazione dei segni creativi prodotti da chi dirige la Residenza, a favore di una pluralità di relazioni, azioni, ospitate/create, anche in termini condivisi, da/con forze esterne.

Comunque, credo che sia salutare sottolineare che abitare un territorio, non debba coincidere con l’idea di uno sguardo micro-creativo, attenzione (eccessiva) al particolare o nei casi più problematici addirittura al mero “folklorico”, quello che fa rima con populista e deteriore.
Al contrario la capacità di coniugare da parte dei soggetti residenti nomadismo e radicamento, non solo non crea contraddizioni operative (semmai fatica intellettuale e organizzativa) ma è condizione di salute necessaria per creare ponti, dialoghi, aperture per essere residenti nel mondo pur praticando una particolare cura artistica e culturale ad una sua parte, per quanto essa sia piccola.

 

Renzo Boldrini
Direttore Artistico Giallo Mare Minimal Teatro

Renzo Boldrini è uno dei fondatori di Giallo Mare Minimal Teatro ed è Direttore Artistico del Teatro Comunale Verdi di Santa Croce sull’Arno. Ha firmato la regia di creazioni sceniche presentate in Italia, Portogallo, Spagna, Polonia, Belgio, Germania, Russia e Svizzera. Fra le sue pubblicazioni Cenerentola: Buff’opera – Musica da vedere, teatro da ascoltare, con Claudio Proietti (Corazzano, Titivillus 2005); Il libro va a teatro, con Giovanna Palmieri e Mafra Gagliardi (Edizioni Erickson Trento, 2006); Territori come scena/Progetti di residenza per il teatro: idee, visioni, tracce, da Toscana, Piemonte, Puglia, Lombardia (Corazzano, Titivillus 2009).

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Category: PROLOGO

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