Tracce di riflessione comune – Franco D’Ippolito

| 1 agosto 2013

PROLOGO (tracce di riflessione comune)

Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro possibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. (Genesi 11, 1-9)

 

Si dice residenza.
Si fa residenzialità.

Pronunciamo la parola “residenza” per raccontare e sostenere idee (sperimentate o solo pensate) molto diverse fra loro, che accomunano (e a volte confondono) luoghi e tempi di lavoro, concetti e pratiche, progetti e vocazioni, comunità e pubblico, ambienti e culture del paesaggio, rischiando una Babele del futuro. Ognuna di queste realtà può dirsi residenza, può descrivere un modello di processo creativo o la qualità di determinati luoghi, determinate condizioni di lavoro e di tempo o particolari motivazioni e interessi di artisti e di enti pubblici. Ma tutto resta imprecisato, eccessivamente differenziato e ci si espone alla confusione di pratiche e di pensiero.
Proviamo, invece, ad assumere la parola “residenzialità”. Essa è una condizione contemporanea della creatività, in equilibrio precario fra desideri e necessità, fondata sulla dispersione creativa e sul nutrimento immateriale delle comunità.

Discutere su una condizione del fare, piuttosto che su un racconto di idee, può aiutarci a schivare la Babele e a comporre un insieme di costanti/variabili (e di vincoli) utili al confronto fra artisti ed organizzatori e tra questi e i decisori pubblici.

Quali le costanti (non necessariamente in quest’ordine)?
Un luogo dedicato alla creazione e aperto (sia fisicamente sia mentalmente) alla comunità.
Una necessità creativa contemporanea coerente con le comunità di riferimento.
Un tempo medio-lungo, non episodico o intermittente, adeguato al luogo e a quella creazione.
Una gestione tecnico-organizzativa esclusiva dello spazio.
Corresponsabilità dei decisori pubblici nel determinare la condizione di residenzialità.
Quali le variabili?
Spazio, pubblico o privato, circoscritto ad un ambiente o allargato a un paesaggio.
Creazione artistica diretta o consentita agli artisti accolti.
Quali i vincoli delle costanti e delle variabili?
La qualità (adeguatezza e sostenibilità) dello spazio, del tempo e dell’organizzazione d’impresa.
Politiche (scelte) culturali delle istituzioni orientate al cambiamento e non all’adattabilità dell’esistente.

La rassegnazione sta nell’autoconservazione del sistema (non importa da parte di chi).
La speranza sta nel pensare a un sistema che non c’è; la capacità di cambiare le “regole del gioco” è uno dei modi in cui si estrinseca la creatività.

La residenzialità non è un sottomodello da introdurre nello status quo del sistema.

La residenzialità è una scelta inedita (dal punto di vista regolamentare) verso un nuovo impianto (regolamentare) della produzione/programmazione/formazione, che risolva l’obsoleta articolazione ministeriale (responsabile di rendite di posizione e inutili dispersioni e sovrapposizioni) e raccordi (finalmente) gli interventi dello Stato e delle Regioni.

«La struttura istituzionale seguita a gestire stancamente, quasi per inerzia, artisti e pubblico, consumando abitudini organizzative e produttive, e fatica così a delinearsi una visione del futuro adeguata ai mutamenti che da anni attraversano la creazione artistica e l’offerta di servizio culturale». La residenzialità nell’esperienza pugliese sta osando praticare un nuovo pensiero teatrale, una nuova relazione con gli enti locali, «immaginando un utilizzo inconsueto degli spazi, tanto in funzione della creatività quanto nel favorire maggiori occasioni di partecipazione democratica alle attività culturali» (Teatri Abitati. Le residenze teatrali in Puglia 2010-2012, postfazione, Editori Laterza, Bari, 2012).

«Nella costruzione del modello pugliese, (si è) condiviso una moderna visione dell’offerta culturale affidata a un teatro, riferita non più soltanto alla presentazione di un cartellone di spettacoli, ma che si misura con l’intensità di fruizione proposta alla propria comunità (non più solo “numero di recite programmate” ma soprattutto “giornate di apertura al pubblico”). Nel corso di questi anni si è riconosciuta la necessità di valutare non solo il progetto da realizzare, ma anche l’attività effettivamente svolta, introducendo la “premialità sui risultati conseguiti” e superando così una delle principali cause delle tante rendite di posizione che generano livelli di finanziamento ingiustificati (nei confronti di soggetti il cui ruolo si è indebolito negli anni) o inadeguati (rispetto a quanti hanno avuto accesso ai finanziamenti pubblici in tempi di vacche magre). Per sostenere meglio i livelli occupazionali del settore, si è anche data minore rilevanza alle “giornate lavorative” (valore assoluto che “pesa” molto sulle piccole compagnie e poco sulle più grandi) e maggior importanza alla “quota di bilancio destinata al lavoro” (valore relativo che “pesa” ugualmente su tutte le compagnie). Infine, per il prossimo triennio settembre 2012/settembre 2014, alle residenze pugliesi è stato riconosciuto lo status di microimpresa beneficiaria di “aiuti” previsti dai programmi europei, finalizzati allo sviluppo ed all’ammodernamento delle compagnie ed alla valorizzazione del patrimonio di spazi teatrali pubblici. (….) Occorre (…) sovvertire dunque la gerarchia e riscoprire il valore autentico e originario dell’investimento culturale, che non ha nulla a che fare con le ricadute economiche immediate, bensì con un processo più lungo nei tempi ma più ampio ed efficace nei risultati.» (Teatri Abitati. Le residenze teatrali in Puglia 2010-2012, cit.).

Non si può essere egoisti su un barcone in avaria.

Parabola della rassegnazione (o di come si vanifica il cambiamento).
Il legislatore, avendo gli istituti previdenziali informatizzato le procedure contributive, ritenne di introdurre l’obbligo di verifica della regolarità contributiva delle imprese beneficiarie di pagamenti, a qualsiasi titolo, da parte della PA. E introdusse il DURC, che incrociando le banche dati degli istituti previdenziali, attestava la regolarità del soggetto. Obiettivo era la trasparenza e la semplificazione dei controlli. Ma gli uomini sono, come si sa, restii ai cambiamenti e, anziché abbandonare la procedura manuale fino allora adottata, si limitarono ad aggiungere ad essa il nuovo procedimento informatizzato. Risultato: l’inutilità dell’informatizzazione e l’appesantimento dei rapporti fra PA e imprese. Il DURC non viene prodotto dal sistema informatico, in tempo reale, ma certificato da una persona che, dopo aver letto a video il risultato dell’incrocio dei dati, dichiara l’esito della verifica. Il cambiamento stava nella spersonalizzazione e semplificazione/velocizzazione dei controlli, ma gli uomini ne hanno vanificato gli effetti.

 Franco D’Ippolito

Franco d’Ippolito è coordinatore Interventi Asse IV Linea 4.3 Cabina di Regia regionale progetti strategici
PO FESR Puglia 2007/2013.
Esperto in progettazione europea, Consulente dell’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, Capo progetto dell’azione Teatri Abitati, Residenze Teatrali Pugliesi, e Presidente dell’Osservatorio Regionale dello Spettacolo.

 

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