Nel mondo globalizzato – Massimo Paganelli

| 2 ottobre 2013

NEL MONDO GLOBALIZZATO

Tutti noi sappiamo come impegnarci nell’azione politica: partecipare a campagne, a marce, protestare, resistere. Sappiamo il coraggio che l’azione richiede e il rischio che comporta, ma non sappiamo di avere anche altri mezzi di azione, mezzi che richiedono anch’essi coraggio: il coraggio del cuore di battersi per le sue percezioni. E se non ci battiamo, se non ci esprimiamo in favore del nostro senso estetico, quel velo funebre che è la conformità ottundente finirà per togliere ogni forza al nostro linguaggio, al nostro cibo, ai luoghi dove lavoriamo, alle strade delle nostre città. Piccoli atti di protesta e di apprezzamento aprono delle brecce nella condizione di ottundimento. Sono fermamente convinto che se i cittadini si rendessero conto della loro fame di bellezza, ci sarebbe ribellione per le strade. La risposta estetica conduce all’azione politica, diventa azione politica, è azione politica.”
James Hillman, Politica della bellezza

Comunicare è diventato l’anima di ogni e qualsiasi “affare”, non è più pensabile la realizzazione di alcunché senza prima porsi la questione del come e del dove vendere, piazzare il prodotto realizzato. Improponibile, velleitario e complicato far passare messaggi che attengono all’emozione, quando l’emozione, la poesia, il rapporto col bello, non siano confezionati come prodotti da immettere sul mercato, da comprare e da consumare.
Non del tutto assenti seppure, mal finanziati, mal organizzati, ripetitivi, spesso omologhi, quasi sopportati, i progetti, i luoghi dove si produce, si crea, quella che viene definita, “economia immateriale”, ciò che attiene alla leggerezza dell’essere: quindi anche il Teatro. Troppo tutto uguale, nel mondo contemporaneo, per poter ricavare uno spazio autonomo al teatro e far sì che la sua autonomia possa essere un valore dialettico, che contrasta e si oppone. Che contribuisca a creare flussi di creatività per provare a muovere una stagnazione acritica e maleodorante, dove l’autonomia si confronti con i tanti altri spazi autonomi e insieme provino a disegnare linee di mondi diversi dove sia possibile praticare l’esatto contrario di ciò che pensava Hegel: non tutto ciò che è reale è razionale, ma tutto ciò che è reale fa spesso schifo e dovremmo attrezzarci per proporre cambiamenti.
A tutto quello che l’intelligenza umana può produrre si richiede, prima di qualsiasi altra cosa, di essere “notiziabile” e, di conseguenza, vendibile. Creare, in qualsiasi modo, ricchezza (?) materiale e, insieme, creare consenso, accettando come criterio di democrazia il fatto che il prodotto, anche il prodotto d’arte, debba piacere al pubblico più vasto, senza rendersi conto (o forse, deliberatamente, rendendosene conto!) che si contribuisce alla creazione e alla diffusione di un gusto rozzo e spesso prepotente. È questo il messaggio che si vuol diffondere? I numeri, è solo questo ciò che vale. La qualità del prodotto non è, alla fine, così necessaria. E poi la qualità non è, in conclusione, un’opinione? Risolutivo è che cresca il numero del pubblico partecipante. Quanta “gente” c’era? Quindi, perché la crescita “valga”, è necessario che il pubblico sia numeroso e pagante! Che sia intrattenuto, divertito, che viva il teatro, così come una qualsiasi altra forma d’arte, non tanto come occasione di crescita culturale, al contrario, quando va bene, come uso intelligente (si dice così) del tempo libero. Una domanda alla quale, credo, sarebbe interessante provare a dare una risposta: è proprio così necessario, è corretto, opporre distinguo sul tempo? Quando è libero e quando non lo è? Tema che potremmo rimandare, per gli approfondimenti che merita, a future riflessioni. Torniamo al teatro e a cosa vogliamo, oggi, farne.
Rassegnarci a essere custodi delle sue forme, governati dai turisti, dai funzionari del mecenatismo, dai regolamenti dei solenni musei di una qualsiasi arte? Ovvero dobbiamo decidere che altre siano le azioni perché la “leggerezza” di questo artigianato sia così necessaria a ognuno di noi, e che cosa debba essere estratto da questo prestigioso reperto di una società che non c’è più, e con chi lottare per riconoscere i segreti e le potenzialità di questo artigianato? Rispondere, provarci perlomeno, a queste domande, consapevoli che il teatro non può certo cambiare il mondo. Eppure altrettanto certi che ci sono occasioni in cui uno quasi si convince che sì, il teatro potrebbe riuscirci, tale è la forza con cui autore e attori creano un linguaggio capace di sintonizzarsi con i sentimenti e le coscienze, capace di penetrare nel profondo delle persone, realizzando ciò che si chiama “comunione”.

«Jarry aprì l’Ubu Roi con “merdre”: deformò la parola per renderla accettabile. Quella parola non era allora da considerarsi insulto. Più semplicemente doveva e, deve oggi, essere accettata come un rifiuto. Questo è ciò, consapevoli o no, che il teatro comunica al mondo. L’efficacia e la coerenza del teatro si misurano con la sua distanza dal linguaggio della quotidianità, quando il linguaggio quotidiano viene, dal teatro, rielaborato e ammesso in uno spazio paradossale. Nello spazio paradossale del teatro si possono costruire storie parallele a quella storia che ci ingloba e ci trascina, e trasformare in solide relazioni umane valori che possono apparire solo sogni e ingenuità» (Eugenio Barba).

Basta avere uno sguardo sufficientemente acuto e sperimentato per distinguere la storia sotterranea del teatro nel mondo moderno. Se non vogliamo solo essere custodi delle sue forme, al contrario fare sì che il teatro possa tornare a essere (essere tout court) necessario a ognuno di noi, non si può non considerare, il teatro, come un’isola di libertà. Libertà dalla necessità del largo consenso, libertà dall’essere ancorata alle abitudini che diventano regola, libertà dalle regole che diventano abitudini e costringono l’arte nel recinto del mercato e di regolamenti che non riescono a definirlo, libertà di non comunicare assolutamente niente, se non l’emozione, il piacere della trasgressione intellettuale, il piacere alla frequentazione della curiosità e del dubbio. Libertà, in definitiva, dall’ossessione del rapporto privilegiato con un pubblico abituato a un teatro che, forse, confezionato da novelli Cicikov, è morto, di conseguenza adatto alle “anime morte”. Impegnarsi nella creazione di occasioni che diano luogo a concreti investimenti e considerarli tali e non − come correntemente si pensa e purtroppo si agisce − spesa. Per recuperarci al piacere di frequentare il teatro, l’arte, come strumenti irrinunciabili per contrastare l’omologazione, il pericolo, sempre più immanente, di essere considerati maggioranze da blandire.
La frequentazione del teatro e dell’arte per una esigente crescita di cultura, contro l’idolatria della comunicazione, per la costruzione di dimore intellettuali che bandiscano la “stupidità”.
Non la corsa al successo tramite i media, bensì il radicamento (da radice. E cioè insieme si semina e insieme si può raccogliere perché ci siamo curati della sua crescita) dell’arte, non in un pubblico da conquistare, ma in cittadini consapevoli della sua necessità perché motore di progresso e di civiltà.

La lunga premessa per provare a dare senso alla parola “residenza”. Poche conclusive considerazioni.

Residenza. “Casa per artisti”, luogo di creazione, di pensiero che si restituisce concreto nel suo rappresentarsi, di confronto tra l’arte che prova appunto a farsi e il quotidiano. Il quotidiano di una comunità che sappia intrecciarsi, pur con le inevitabili, ancorché auspicabili, contraddizioni, con i “portatori di bellezza”. Poiché questo è il mestiere dell’arte, se è, come sempre ho ritenuto, l’Arte produttrice di bellezza. E per bellezza intendo ciò che cambia gli atteggiamenti delle persone e il loro modo di vivere, di intendere la vita. Ecco perché parlo di inevitabili contraddizioni: rimanere nell’ambito del “certo”, del conosciuto dà assuefazione e sicurezza, smarginare oltre il confine di quanto è già dato spaurisce, intimorisce e di conseguenza non abitua alla pratica del nuovo se non si creano luoghi di pensiero all’interno di quei luoghi fisici che per il pensiero sono stati creati. Ma se il nuovo intimorisce è inevitabile il contrasto tra chi il nuovo propone e il cittadino che del nuovo non si fida. E perché il contraddire è auspicabile? Perché è occasione di incontro, di confronto. E muove, spinge, non so dove, ma tende al cambiamento di uno stato dato che non è mai dato per sempre. E il teatro che cosa è, il teatro e il luogo fisico che lo accoglie, se non luogo fatto per rapporti che si stringono, sia pure temporaneamente, tra un artista/i e la/le comunità che lo ospita, attorno alla ricerca del bello? E anche se questi rapporti fossero permanenti, dovrebbero comunque cercare ciò che deve essere temporaneo: il nuovo. Ed è il nuovo che muove il mondo. E la novità, per quel che ci riguarda, è data dalla qualità del lavoro di quegli artisti che hanno operato lì, in quegli spazi che hanno accettato la sfida. E la qualità del loro lavoro si è ripercossa su quei luoghi causando novità. E anche se il nuovo non sempre si declina con “bellezza” a me piace pensare che in quei casi bellezza è novità.
Tralascio considerazioni attorno alla gestione di bilanci, spese, investimenti. Tralascio che cosa potrebbe significare un concreto rapporto tra le tante e diverse significative esperienze di residenza sparse nel Paese e i Teatri Stabili, gli Stabili di Innovazione, i teatri comunali e il patrimonio dei tanti, magnifici teatrini che in tanta parte dell’intero Paese furono recuperati, eravamo negli anni ’70-’80, perché esisteva, allora, un progetto per la loro “occupazione” (è pensabile dare ai medesimi compiti e ruoli diversi rispetto agli attuali? È auspicabile una loro radicale trasformazione?). E qua e là qualcosa si muove (il Teatro Valle a Roma, il Teatro Rossi Occupato a Pisa, magari qualche altra realtà meno conosciuta). Il pericolo è la Istituzionalizzazione e, di conseguenza, tornare a film già visti, venendo meno ai compiti di una qualsiasi sfida. Non ho ricette se non il rispetto di una sola legge: quella del pluralismo e del plurale.

“La sensibilità è plurale e differenziale non organizza attorno a sé un mondo sistematico, un mondo di coerenza compatto e ben amministrato come fa un credente che pone tutti i valori in armonia con la propria fede. Tutto ciò che è precario, fugace, evasivo esala effluvi infinitesimali di un profumo inebriante”.

La “residenza” è dunque, nella situazione oggi data, da pensare e da vivere, anche come tentativo da offrire a una discussione che provi a dare un SENSO alla continua e assolutamente necessaria ricerca del SENSO. E, dunque, quale è il senso di fare, vedere, organizzare, oggi teatro?

 

Massimo Paganelli

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Category: PROLOGO

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