Che cos’è una residenza? – Marco D’Agostin

| 30 settembre 2013

CHE COS’È UNA RESIDENZA?

Mi si chiede un contributo scritto sul tema delle residenze.
“Residenza” è una parola sulla quale non mi soffermo più, fa parte del mio vocabolario quotidiano, la uso come un architetto direbbe “studio”, “pianta” o “rilievo”.
Penso a cosa immaginano i miei amici che fanno un lavoro diverso dal mio e ai quali rispondo al telefono dicendo: «scusa, ho poco tempo, sono in residenza».
Nessuno dei miei amici mi ha mai chiesto cosa significasse residenza, forse per mancanza di curiosità o per timore o perché credono che io dia per scontato che loro lo sappiano già.
Allora fingo di essere un mio amico che un giorno mi chiama perché ha bisogno di un favore e si sente rispondere:
«Scusa, ho poco tempo, sono in residenza»
«Ah, e cos’è una residenza?»
Cosa gli rispondo.
Gli direi prima di tutto che la residenza è un luogo dove posso lavorare. In questo luogo ci devono essere delle cose: un impianto audio, un pavimento sul quale poter danzare, le chiavi della stanza in cui posso danzare, e dei letti, una cucina.
Sarebbe sufficiente? Un luogo con delle cose dove posso danzare: molto simile alla risposta che darei se un bambino mi chiedesse cos’è una casa.
Ma la residenza non è e non dev’essere una casa.
La casa è il luogo del conforto inteso come ritorno al conosciuto.
La residenza, io credo, deve mantenere il suo carattere di eccezionalità.
«Ma tu – continua il mio amico – stai più in residenza che a casa tua, e allora non è bene che sia un pò come la tua casa?»
«No», mi costringo a rispondere.

Ancora, la casa è un luogo in cui si torna, la residenza è un luogo in cui si va. La propria permanenza in quel luogo e in compagnia di quelle cose ha un carattere di transitorietà, così come la fase del processo di lavoro che lì svilupperò.
In residenza non faccio uno spettacolo, in residenza faccio un passo in avanti nella sua creazione, sono in transito creativo, di passaggio.
«E allora perché si chiama residenza? Non dovresti risiedere?»
Sì, in un certo senso risiedo; risiedo nella misura in cui abito quel luogo.
Ma questo luogo, allora, cos’è? È solo la stanza in cui danzo, o è anche l’intero edificio, il paese attorno all’edificio, le persone che lavorano nell’edificio?
Questo si collega a un’altra domanda del mio amico immaginario:
«Cosa fai la sera, dopo che hai danzato? Con chi stai?»
In questo luogo di passaggio, appunto, che è la residenza, mi interrogo sempre di più sulle modalità in cui il mio passaggio debba o non debba lasciare un segno, il segno del mio averlo abitato. Capita di essere molto concentrati sul lavoro, tanto che quella famosa stanza potrebbe essere da qualsiasi parte, in qualsiasi paese del mondo, come se quello che c’è fuori dalle finestre non contasse.
Cerco di combattere questo pensiero, e di dialogare più che posso con il posto in cui lavoro.
«Cosa cambia da una residenza all’altra?»
Ecco, appunto, quello che cambia lo decidi tu.
Per me ogni cosa nutre un processo creativo. Sia le fonti individuate arbitrariamente, sia quelle famose cose che sono in un luogo, e che in ogni luogo saranno sempre diverse.
Mi sforzo di interrogarle, di calare il mio lavoro ogni volta in un contesto, oltre che in una stanza. A volte il mio dialogo va a vuoto, non c’è nessuna forma di nutrizione. Altre volte, invece, quella sezione di movimento che fino ad allora non tornava, quando viene rimessa in moto sotto una finestra diversa, dalla quale si vede un paesaggio diverso, assume un senso che prima non aveva.

«E allora cosa fanno quelli che organizzano le residenze, per te?»
Il mio amico mi pone la domanda più difficile. Potrei dirgli semplicemente che le persone mettono a disposizione tutto quello che ho elencato fino a qui: le chiavi, le finestre, il pavimento. Sono io il solo responsabile del mio rapporto con un luogo di lavoro, sono io a dover innescare quel dialogo di cui sopra, a decidere il mio modo di abitare.
So che gli sto mentendo, però. So che questo non è sufficiente. Vorrei dirgli che chi si occupa di una residenza la deve rendere accogliente, ma mi contraddirei, perché ho detto che non dev’essere una casa. Potrei dirgli che mi si deve mettere nelle condizioni migliori per lavorare (leggi: per innescare quel dialogo con le cose). Ma non è abbastanza, ho lavorato bene anche in contesti in cui mancavano persino le condizioni minime.
Forse la risposta la conosce meglio lui, che è un mio amico. In quanto mio amico, si incuriosisce delle cose che faccio, mi chiede, mi telefona.
Magari è proprio questo che dev’essere fatto, essere curiosi, fare delle domande, non lasciare in pace chi lavora, dire cose a sproposito, essere degli ospiti insistenti. Avere il desiderio di conoscersi, e conoscendosi sentirsi liberi di chiedere cosa serve, e in che misura, per poter lavorare bene. Rendere personale il rapporto tra il padrone di casa e l’ospite.

«Non ti stanchi mai di stare in residenza?»
Ed io penso a lui, il mio amico, che va al lavoro tutti i giorni nello stesso posto, e che forse lo chiama perfino casa, questo posto.
La residenza, che per sua natura costringe alla provvisorietà, che costringe a gestioni quantomeno originali del tempo, che è fatta di afflati improvvisi e velocissimi distacchi, segna i ritmi e i modi del mio lavoro. Li segna soprattutto come distacco: cosa penso quando non sono più lì, quando non posso tornare quotidianamente al lavoro in sala ma sono in attesa della prossima partenza?
Ecco, io vorrei dire al mio amico che questo tempo di non-residenza va abitato come la residenza stessa. È un tempo importante, in cui la distanza offre una prospettiva, e da questa prospettiva – che non è quella del lavoro in sala – si riesce a vedere qualcosa di diverso. Certo è vero che in questo tempo non esiste ospite e nemmeno testimone del lavoro. Mi viene in mente che sarebbe importante tracciare una memoria di ogni residenza, qualcosa di diverso però dai diari di lavoro, dagli appunti in agenda, dall’osservazione del processo. Mi piacerebbe poter parlare con chi mi ha ospitato e trovare in questa persona il ricordo del tempo passato con lui. E se è stato un buon padrone di casa, di sicuro mi dirà cosa gli è rimasto in mente, e questo mi aiuterà, anche da distante.

Torno alla questione della casa: se considero la residenza come la simulazione di un’esperienza casalinga, pur non diventandolo mai davvero, mi piace pensare che sia l’occasione giusta per mettere in atto alcune delle azioni tipiche proprio della casa. Dunque i momenti di convivialità, le discussioni, il riposo, la consolazione, la messa in dubbio.
La residenza deve essere anche questo, deve mettere in prova un gruppo di persone, e lo deve fare articolandosi non solo nel lavoro strettamente inteso, ma invadendo quegli spazi e quei tempi che il mio amico definirebbe “personali”.
E forse ci sono vicino, a spiegargli cos’è una residenza.
È un incontro, prima di tutto. Questo gli direi. È l’incontro tra qualcuno che viene da un fuori, e qualcuno che viene da un dentro. Dal fuori io porto le mie istanze, le mie necessità, la mia esigenza di risposte, la mia domanda di ospitalità. Da dentro mi aspetto una risposta a questa richiesta di ospitalità, un’accoglienza delle mie perplessità, un interlocutore.
Cerco di non dimenticare che di questo si tratta, e che di questo c’è bisogno per continuare a fare questo lavoro: una stanza per danzare, chiavi, letto e cucina; ma anche qualcuno con cui parlare, su cui fare affidamento, qualcuno che nutra un interesse sincero per quello che fai, e che non dia per scontato, come non faccio io, il fatto che ci stiamo incontrando.

Marco D’Agostin

Marco D’Agostin si forma come danzatore studiando con Yasmeen Godder (IL), Nigel Charnock (UK), Emio Greco/Accademia Mobile (NL), Simona Bertozzi (IT), Sharon Fridman (ES), Jorge Crecis (ES), Rachel Krische (UK), Guillermo Weickert (ES).  Negli anni ha danzato per Claudia Castellucci/Socìetas Raffaello Sanzio (IT), Alessandro Sciarroni (IT), William Collins (UK/NL), Sharon Fridman (ES), Ullallà Teatro (IT). Approfondisce le tematiche legate alla pratica e alla ricerca coreografica con Rosemary Butcher (UK), Tabea Martin (CH/NL), Peggy Olieslaegers (NL), Gitta Wigro (UK), Guy Cools (BE), Lucy Cash (UK), Guillermo Weickert (ES), Ginelle Chagnon (CDN).
Dal 2010 sviluppa il proprio personale percorso di ricerca coreografica, anche grazie ai progetti internazionali Choreoroam Europe (mentoring di Rosemary Butcher), Act Your Age (mentoring di Wendy Houstoun), CD16/partnering con SNDO School in Amsterdam (mentoring di Katarina Bakatsaki), Triptych/partnering con Circuit-Est di Montréal e The Dance Centre di Vancouver (mentoring di Ginelle Chagnon).
Tra i suoi lavori come autore, Viola (vincitore Premio Gd’A Veneto 2010, selezione Aerowaves 2011 e Anticorpi XL 2011), Spic & Span (vincitore Segnalazione Speciale Premio Scenario 2011), Per non svegliare i draghi addormentati (vincitore Premio Prospettiva Danza 2012). Per la sua interpretazione nel film I giorni della vendemmia (IT, 2012) vince il Giglio d’Argento come miglior attore al Valdarno Cinema Fedic del 2012.

 

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Category: PROLOGO

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