L’esperienza de La MaMa Umbria International – Andrea Paciotto

| 2 ottobre 2013

L’ESPERIENZA DE LA MAMA UMBRIA INTERNATIONAL 

CENNI STORICI (AMERICA)
New York 1961 – quando Ellen Stewart comincia l’esperienza del Teatro La MaMa, non ha ancora un piano chiaro e definito. Non sa dove quest’avventura potrà condurla. Si può però forse affermare che fin dall’inizio, la sua idea sia stata quella di dar vita a una residenza per artisti, rivolta in particolare a quegli artisti esclusi dai teatri ufficiali, che a New York coincidevano con i teatri commerciali di Broadway. Ellen voleva dare loro un luogo dove poter essere quello che volevano essere, una casa dove invitare il pubblico e gli amici, una comunità informale di apprendimento e sostegno, una opportunità per mettere alla prova il loro talento. Questa semplice idea ha dato vita a un movimento di rinnovamento del teatro contemporaneo americano e internazionale di grande impatto e importanza.
Diversi sono stati i fattori che hanno favorito questa evoluzione, tra cui certamente anche il contesto storico culturale di quegli anni. Ma, ai fini di questo prologo, mi interessa menzionare due elementi a mio avviso particolarmente significativi. Il primo in assoluto è la personalità straordinaria della stessa Ellen Stewart. Il suo essere MaMa nasce molto prima del teatro. Nel corso di cinquanta anni di dedizione totale a questo grande progetto di vita, di fronte alle numerose difficoltà e agli altrettanti numerosi successi, Ellen non ha mai perso di vista il suo obiettivo originale, il motivo per cui aveva iniziato questa impresa. Ci teneva a ricordare che non era l’amore per il teatro, che forse conosceva ancora poco e nemmeno l’attraeva particolarmente, ma l’amore per le persone che facevano il teatro. Questa era stata la spinta inziale.
Ellen aveva il fascino e il carisma per attrarre tante persone, da tutte le parti del mondo, per inspirare in loro creatività e fiducia, per nutrire e sostenere il loro sogno. Così si è creata un’estesa comunità, non costruita con criteri e parametri imposti da istituzioni e ministeri o dalle convenienze politiche del momento, ma con l’impulsivo intuito della sua fondatrice, che con ognuno dei suoi “figli” stabiliva un rapporto molto personale e familiare, una sorta di grande flirt artistico. Tanti sono stati questi flirt, qualcuno passeggero, qualcuno più duraturo, qualcuno per sempre. Sebbene il concetto di residenza artistica non fosse ancora così diffusa come oggi, Ellen chiamava resident artists (resident composer, resident designer, resident director, resident company, ecc.) coloro con cui stabiliva una maggiore sintonia e con cui sviluppava una continuità e una comunione di intenti e di obiettivi artistici. Questi ricambiavano l’impegno e l’amore che lei dava con altrettanto impegno e amore, investendosi del prestigio e della responsabilità di essere uno dei resident artists de La MaMa.
E queste persone sono il secondo importante elemento della storia di questo teatro: gli artisti che si sono avvicendati su quel palcoscenico. Grazie a questi artisti, che riconoscevano nel La MaMa la loro “residenza artistica”, il teatro si è sviluppato ed è cresciuto sia fisicamente che artisticamente. Nel corso degli anni lo spazio migliorava, diventava sempre più grande, sempre più al servizio delle idee e delle visioni di un teatro “dedicato agli autori e a tutti gli aspetti del teatro.”

CENNI STORICI (ITALIA)
Spoleto, Umbria 1986 – L’incontro tra La MaMa e Spoleto avviene alla fine degli anni sessanta. Il Festival di Spoleto è uno dei più importanti eventi culturali dell’Europa del tempo, aperto alla sperimentazione e alle novità. Tra queste anche La MaMa, che presentò i suoi spettacoli in diverse edizioni del Festival. Ellen rimase colpita dalla cittadina umbra, dalla sua atmosfera, dalla vivacità culturale e dalla bellezza del territorio. Acquistò un piccolo appartamento e continuò a frequentarla ogni volta che poteva. Diventò la sua base in Europa.
Ma solo più tardi, nel 1986, riuscì ad avviare il progetto di una vera Residenza per Artisti, grazie al MacArthus Fellowship Genius Award, un prestigioso premio che prevede anche una somma di denaro. Con questa riuscì a versare un anticipo e a farsi concedere un mutuo per acquistare un grosso rudere, immerso nella campagna vicino Spoleto. Gli ultimi proprietari erano una famiglia di contadini, ma pare che in precedenza sia stato utilizzato anche come monastero. L’edificio era in pessimo stato e i lavori di restauro da fare per renderlo fruibile erano tantissimi. Tutti gli amici che Ellen si era fatta a Spoleto, pensavano che fosse pazza ad acquistare questo ammasso di pietre, ma la sua visione era invece chiara. Come uno scultore che intravede in una pietra, o in un tronco grezzo, la possibilità di creare un’opera, lei sapeva bene cosa farci. Questo luogo diventò per lei una sorta di opera d’arte totale, un lavoro di restauro e creazione che richiese più di quindici anni, nel quale Ellen sintetizzò tutto il suo mondo e la sua visione del teatro, come luogo per l’incontro e la conoscenza. La cura che metteva in ogni dettaglio era impressionante e la relazione tra l’edificio e il luogo naturale circostante ha contribuito a creare un ambiente magico vibrante, immediatamente percepibile, che stimola in modo speciale la creatività dei suoi visitatori e abitanti.

PRESENTE
Raccontare la storia di Ellen è essenziale per comunicare l’esperienza del teatro La MaMa, poiché si tratta di due parti inscindibili. Nel gennaio 2011, all’età di 92 anni, Ellen è scomparsa. A volte sembra impensabile che un’organizzazione così fortemente legata a un’unica individualità possa continuare a esistere e a proliferare senza quella individualità. Eppure pare che La MaMa ci stia gradualmente riuscendo. Il senso della mancanza è sempre forte. Una miriade di persone, oggetti, segni e storie la ricordano continuamente. Il suo spirito, la sua passione, le sue idee, si conservano e si perpetuano attraverso queste persone, questi oggetti, questi segni e queste storie. L’impronta che ha lasciato è stata talmente forte e importante, ma anche concreta e profonda, che non si poteva fare a meno di andare avanti, di impegnarsi per proseguire ciò che lei aveva avviato. E le sue azioni, soprattutto quelle compiute negli ultimi anni, hanno indicato in modo del tutto naturale il percorso. C’è sempre il rischio di passare per sentimentali nel raccontare queste storie, ma effettivamente di questo si tratta, di una scelta di vita.
La MaMa Umbria International mantiene un legame molto stretto con il teatro di New York. Sebbene le due organizzazioni operino in maniera indipendente, il dialogo e la collaborazione sono continui. L’esistenza di questo ponte è fondamentale, perché permette di conservare una visione e una vocazione fortemente internazionali. Favorire l’incontro tra artisti provenienti da ogni angolo del mondo è sempre stata la funzione principale, il motivo vitale per l’esistenza de La MaMa Umbria.
Parallelamente è aumentato l’impegno rivolto verso la città di Spoleto, verso la Regione e il suo territorio, che costituisce un importante valore per La MaMa Umbria, un forte punto di attrattività e ricchezza. In questo senso, l’obiettivo è quello di contribuire al rinnovamento e all’arricchimento del tessuto culturale del territorio, stimolando il dialogo e lo scambio interculturale e intergenerazionale, nel tentativo soprattutto di riuscire a costruire nuove opportunità per la popolazione più giovane. L’obiettivo più a lungo termine sarebbe quello di riuscire a rafforzare il radicamento con il contesto nazionale ed Europeo, per funzionare sempre più come una hub, uno snodo, un punto di scambio e collegamento lungo quei percorsi e quelle traiettorie che collegano l’Europa, gli Stati Uniti e il resto del mondo.

NELLA NOSTRA ESPERIENZA
In una società che sembra sempre più svuotarsi di poesia, di contenuti e valori naturali, le residenze artistiche possono essere degli avamposti di resistenza alla desertificazione e all’appiattimento della geografia culturale. Aldilà delle mode e dei brand, sono quello che lo slow food è nei confronti del fast food, quello che la coltivazione biologica e biodinamica è nei confronti della grande distribuzione, quello che l’alta tecnologia è nei confronti della tecnologia consumer, sono originalità e approfondimento contro il pressapochismo di un teatro di giro fatto di nomi televisivi, scambi, convenienze e parametri non qualitativi. Le residenze rispondono alla necessità-diritto degli artisti di avere dei luoghi appunto di “residenza”, delle case, delle dimore, dei luoghi di appartenenza, degli spazi interamente dedicati alla loro permanenza.
La geografia del teatro si compone di edifici per la rappresentazione, pubblici e privati: i Centri del teatro, con varie architetture antiche e moderne. Alcune di queste sono abitate da persone, istituzioni e organizzazioni dedite alla produzione e alla presentazione. E sono abitate anche da spettatori, senza i quali il teatro non esisterebbe. Alcune invece purtroppo rimangono vuote, inutilizzate, o utilizzate intermittentemente, ma comunque svuotate del loro senso originale. Ci sono scuole, ufficiali e non ufficiali, formali e informali, che come reparti di maternità, sfornano teatranti in gran numero e varietà. Una volta usciti dalle scuole, questi iniziano il loro viaggio, alcuni da soli, alcuni in gruppo, altri aggregandosi a compagnie già esistenti, alla ricerca di spettatori, qualcuno con cui condividere la loro esperienza e passione. Devono raggiungere questi Centri e percorrere, tra fatiche e ostacoli, quelle strade che collegano un teatro all’altro, un Centro all’altro. Molti si perdono per la strada, alcuni resistono e continuano. In quest’ampia rete di strade, percorsi e collegamenti, le Residenze artistiche sono come delle “oasi nel deserto”. Luoghi isolati e protetti, fuori dai centri principali, che offrono un habitat ospitale per i viaggiatori. Come le oasi sono luoghi di vitale importanza per la sopravvivenza di tutta la fauna animale e umana che le incontra, così le Residenze possono essere vitali per la sopravvivenza e lo sviluppo del teatro del presente.
Le Residenze variano da luogo a luogo e sono fortemente connotate dal contesto naturale, storico, culturale, architettonico in cui sono inserite. Ce ne sono di grandi o di più piccole, alcune ricevono finanziamenti, alcune invece nessun tipo di sostegno pubblico. Anche le Residenze sono abitate da spettatori, per lo più si tratta di praticanti, o comunque amanti del teatro, in ogni caso sempre spettatori attenti, curiosi, desiderosi di incontrare e imparare. Diversamente dai Centri dove si vendono (o svendono) e si comprano i prodotti del lavoro artistico, le Residenze si occupano più che altro della vita che vi si svolge all’interno, della qualità del tempo e dello spazio che chi ci abita condivide con gli altri o con se stessi, del contesto che favorisce l’incontro, lo studio, la scoperta e il benessere psicofisico.
Le Residenze artistiche non sono dei traguardi, ma degli snodi a metà strada in una rete di traiettorie e percorsi tra un Centro e un altro. La residenza non è mai l’ultimo approdo. Chi arriva nelle oasi, si trova già nel mezzo di un viaggio, porta con sé un bagaglio di esperienze e cerca di raggiungere una meta, a volte magari ancora non del tutto chiara. Durante la sosta si ha la possibilità di condividere l’esperienza raccolta con altri viaggiatori, si possono apprendere nuove cose, nutrirsi di nuove idee, riposare, riflettere, rinnovare l’energia, scoprire nuove traiettorie, creare ponti e prepararsi per continuare il cammino.

 

Andrea Paciotto
direttore de La MaMa Umbria International

 

Andrea Paciotto è regista e designer, direttore de La MaMa Umbria International, con sede a Spoleto. Ha iniziato a studiare teatro in Italia presso la Scuola del Centro Universitario Teatrale di Perugia e la Fondazione Pontedera Teatro, per poi continuare negli Stati Uniti, dove ha ricevuto una laurea in Teatro (B.A.) e un Master in regia (M.F.A.) dalla City University of New York. In seguito, è stato selezionato per un progetto biennale di ricerca presso il centro DasArts, Advance Research Center in Theatre and Dance dell’Università di Amsterdam, sull’applicazione delle nuove tecnologie nel campo della performance dal vivo.
La sua esperienza internazionale è iniziata nel 1990, proprio grazie all’incontro con Ellen Stewart, con cui è nata una collaborazione che continua ancora oggi. Da allora Andrea Paciotto ha collaborato con diversi teatri e organizzazioni, producendo e presentando i suoi lavori in Italia, Olanda, Germania, Austria, Turchia, Serbia, Bosnia, Croazia, Svizzera, Polonia, Macedonia, Stati Uniti e Messico.

 

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Category: PROLOGO

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