La ricerca della bellezza – Mario Bianchi

| 9 settembre 2013

Quando ero più giovane con i miei compagni di lavoro ipotizzavo o meglio avevo un sogno: fare in modo che ogni città, anzi che ogni paese avesse il suo teatro, certo, non per avere l’occasione di lavorare di più, ma perché avevamo la pazza idea, risultata poi vana, che con il teatro potessimo cambiare la società, il mondo che avevamo intorno. Ora come ognun sa, quarant’anni dopo, il mondo e la società che abbiamo costruito è davvero peggio di quella che vivevamo allora, soprattutto riguardo all’immaginario che ci governa, sia perché non siamo stati in grado di formarne uno congruo sia perché un quarto di secolo di Berlusconismo ne ha sostituito un altro assolutamente imbarazzante e ridicolo.

Comunque proprio ora in un momento di estrema crisi, si badi bene non solo finanziaria, ci sembra ancora una volta come allora che la cultura e quindi il teatro che ne è la sua forma più acuta e immaginifica, debba ritornare a essere un valore assoluto non per cambiare la società nella sua interezza, come credevamo allora, ma per modificarne almeno uno di cervello, di cuore, quello secondo me è possibile.
Per far questo, momento centrale, secondo me, è quello di cambiare nell’immaginario comune il tema della bellezza. E questo in un mondo che ha perso il senso vero della bellezza, dove ogni cosa è omologata, dove tutto è uguale a se stesso, dove regna la stupidità. Qui, nel mondo che abbiamo, che hanno costruito, regna la bellezza ostentata che non ha bisogno di essere compresa perché è alla luce del sole nella sua profonda inconsistenza fatta di niente. Peggio è passata l’idea che al concetto di Cultura debba essere sempre correlata quella di noia. E dunque l’opera d’arte per essere proposta deve essere sempre in qualche modo alleggerita, inquinata.

Quindi va da sé che la vera identità della bellezza è il valore assoluto che dobbiamo preservare e il teatro più di ogni altra forma di cultura ci aiuta ad essere capaci di scoprirla – la bellezza – sotto la spessa coltre di fango che la ricopre.
Non è infatti facile scoprire la bellezza, anzi è difficilissimo agguantarla per bene, ella infatti si nasconde in profondità e richiede da parte nostra una buona dose di pazienza. L’opera d’arte – il teatro e dunque la bellezza, in quanto opera d’arte – è infatti difficile da penetrare, cambia chi ha davanti e non può mai abbassare i suoi contenuti, semmai è il suo fruitore che deve innalzarsi a lei. L’opera d’arte ha dei suoi canoni che non possono essere disgiunti dalla scientificità delle informazioni, dalla bellezza.

Abbiamo spesso a disposizione la bellezza, ma neanche ce ne accorgiamo. Ecco cosa dice in Medea di Pasolini il Minotauro Chirone all’allievo Giasone:
«Tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo! Non c’è niente di naturale nella natura ragazzo mio, tienitelo bene in mente.
Quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito e comincerà qualcos’altro, addio cielo, addio mare. Che bel cielo, vicino, felice. Dì, ti sembra che un pezzetto solo sia innaturale e che sia posseduto da un Dio? E così è il mare in questo giorno in cui tu hai 13 anni e peschi con i piedi nell’acqua tiepida. Guardati alle spalle, che cosa vedi? Forse qualcosa di naturale?
No, è un’apparizione quella che tu vedi alle tue spalle, con le nuvole che si specchiano nell’acqua ferma e pesante delle tre del pomeriggio. Guarda laggiù, quella striscia nera sul mare lucido e rosa come l’olio, quelle ombre di alberi e quei canneti, in ogni punto in cui i tuoi occhi guardano è nascosto un Dio, e se per caso non c’è, ha lasciato lì i segni della sua presenza sacra: o silenzio o odore di erba o fresco di acque dolci». E’ in questo modo che Giasone viene educato a cogliere la bellezza.

Il teatro a mio modo di vedere è il luogo deputato per catturare la bellezza. Educare al teatro dunque è fondamentale perché vuole dire anche e soprattutto educare alla bellezza, alla profondità di pensiero. Il Teatro deve cambiare chi lo vede. Uscendo da uno spettacolo, se il lavoro merita, chi ne ha goduto deve sentirsi in qualche modo modificato, deve avere acquisito non delle informazioni ma delle conoscenze emotive che possano aiutarlo a vedere più profondamente la realtà, a scoprirne lati prima impensabili ora invece visibilissimi (deve vedere i segni della sua presenza sacra).

Per questo ho speso parte della mia vita a proporlo partendo dai ragazzi, perché è proprio una cultura come quella del teatro che immediatamente non pare vedersi, cosi come è fatta da pulviscoli di emozioni, (ma proprio perché siffatta) che è assolutamente necessario che essa debba essere coltivata come un arbusto, il quale deve essere curato e annaffiato affinché possa diventare una pianta che riesca a resistere efficacemente ad agenti atmosferici ben più robusti di lei. Il teatro proposto ai ragazzi è da considerarsi nei suoi momenti migliori, poi, un vero e proprio teatro popolare di ricerca che può essere proposto a un pubblico di tutte le età che comprende nipoti, genitori e nonni che vanno la domenica insieme a vederlo.

Ma mi spingo oltre, a mio modo di vedere, in queste parole di Calvino è concentrato il vero valore di cosa il teatro può dare:

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Ecco il teatro è uno dei mezzi che ci aiuta a riconoscere ciò che non è inferno intorno a noi.

Quando ero più giovane con i miei compagni di lavoro ipotizzavo o meglio avevo un sogno: fare in modo che ogni città, anzi che ogni paese avesse il suo teatro, certo, non per avere l’occasione di lavorare di più, ma perché avevamo la pazza idea, risultata poi vana, che con il teatro potessimo cambiare la società, il mondo che avevamo intorno.
Io penso che il sistema delle residenze di cui ammiro molto le esperienze nate in Puglia, in Piemonte ed in Lombardia, siano oggi l’esatto sogno che avevo allora. Proporre teatro per tutti, scegliendo un luogo e facendolo rivivere tenendolo aperto tutto il giorno, attraverso attività non solo di spettacolo ma anche e soprattutto di formazione, mi sembra un modo meraviglioso di continuare e di realizzare, forse, quel sogno che allora avevamo.

Mario Bianchi

 

Mario Bianchi è autore, regista, critico.Dal 1977 al 2011 è stato Direttore Artistico del Teatro Città murata unadelle compagnie più rappresentative del teatro ragazzi italianoi. Negli anni ’70 e ’80 ha agito prevalentemente nel campo della performance, inventando manifestazioni di grande impatto popolare. Negli ultimi anni si è dedicato al teatro per ragazzi e alla narrazione con interventi critici, creazione di rassegne e spettacoli. Nel 2009 è uscito da Titivillus il suo Atlante del teatro ragazzi italiano. È direttore della rivista telematica Eolo, il sito ufficiale del teatro ragazzi italiano, e condirettore artistico del Festival “Una città per gioco” di Vimercate. Dirige il Festival nazionale della narrazione di Mariano Comense. È consulente per il teatro del Teatro Sociale ASLICO di Como. E’ redattore di K.L.P. e di Hystrio.

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Category: PROLOGO

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