La parola Residenza – Gli Incauti

| 16 ottobre 2013

La parola residenza deriva dal verbo risiedere.
Ci dice il Sabatini Coletti che risiedere vuol dire avere dimora fissa in un determinato luogo, abitarlo. Oppure trovarsi, avere sede in un determinato luogo. Infine stare, consistere in qualcosa.

risiedere
[ri-siè-de-re] v.intr. (aus. avere; ind.pres. risièdo, pass.rem. risiedéi o risiedètti, risiedésti, risiedé o risiedètte ecc., 3ª pl. risiedérono o risiedèttero)
[sogg-v-prep.arg]

1 Avere dimora fissa in un determinato luogo SIN abitare: r. a Roma
2 Trovarsi, avere sede in un determinato luogo: il parlamento europeo risiede a Strasburgo
3 fig. Stare, consistere in qlco.: il buon esito di un affare risiede nella rapidità di decisione

Tutte queste definizioni, compresa quella figurata, ci danno uno spunto per riflettere sull’attuale concetto di residenza artistica.
Alcune ricerche inoltre ci portano a ragionare sul parallelo significato della parola stage:

La forma stage (estage) affonda le proprie radici nel latino medievale di area francese: stagium facere – dove stagium indicava la dimora e l’atto del risiedere (dal latino stare) – significava ‘habiter le lieu auquel est rattaché un bénéfice [aver dimora in un luogo al quale è legato un beneficio]’

Cosa significa per un artista abitare un luogo, risiedervi, sfruttarne i vantaggi?

Noi, Gli Incauti, beneficiari da qualche tempo di residenze creative nel Comune di Budrio che mette a disposizione della compagnia spazi prove, foresteria e spazi scenici, abbiamo imparato a cogliere l’unicità dell’esperienza residenziale e ad apprezzarne alcune qualità imprescindibili (tempo e spazio in primis), convinti che questo modo di lavorare sia il nuovo mondo teatrale possibile: un mondo di risorse umane disposte a mettersi continuamente in gioco per realizzare lo spettacolo, senza rinunciare al tempo di creazione, anzi dando importanza a quel tempo come risorsa primaria e imprescindibile.
Con il Comune di Budrio, abbiamo sperimentato la possibilità di risiedere in un piccolo centro della provincia bolognese, lavorare in un teatro dalla storia importante a contatto diretto con gli amministratori e, al tempo stesso, con un tessuto sociale molto definito e vivace come quello che si può ancora trovare in una cittadina della “bassa” emiliana.
Qui abbiamo sperimentato cosa significa progettare, insieme a un Comune di piccole dimensioni, spettacoli creati per un “grande teatro”, lavorando sul palcoscenico di un teatro all’italiana da 600 posti.

L’osservazione può sembrare scontata, ma non è possibile sottovalutare quanto influiscano sulla creazione di uno spettacolo e sulla vita di una compagnia gli spazi sociali e teatrali che si incontrano in determinata residenza. Nella nostra esperienza di compagnia, oltre al Teatro di Budrio, abbiamo attraversato e abitato i luoghi di residenza più vari: luoghi carichi di esperienze – dove ci si confronta con la storia del teatro come il Petrella di Longiano, la Sala San Leonardo di Bologna e il Teatro Garybaldi di Settimo Torinese – e luoghi divenuti parte del nuovo “circuito delle residenze” come la Corte Ospitale.
Altre volte, come molte compagnie simili a noi, abbiamo sperimentato il più basilare nucleo di residenza, abitando e creando i nostri lavori inventandoci una residenza nella casa di montagna di uno dei membri del gruppo, provando nella vecchia scuola del paese, oppure provando in una fabbrica abbandonata, in un bosco, in una stazione ferroviaria.
Che cosa abbiamo imparato da questo mix di esperienze? Che se l’aspetto produttivo si contrae al massimo, la residenza diventa essa stessa elemento di creazione: la creazione dello spazio di lavoro e di vita diventa essa stessa parte del lavoro, ne costituisce il profilo politico.
Ci sono dei contro: per prima cosa un’esperienza di questo tipo non è sostenibile per molto tempo, per molte persone, per molte volte, per tutti gli spettacoli.
Inoltre in quei casi si riforza la motivazione del gruppo, ma in parte ci si isola dal tessuto sociale del luogo nel quale si sta.

Abbiamo anche imparato anche che una residenza dovrebbe essere il mezzo e non il fine dell’esperienza teatrale, dovrebbe esserne l’incubatore, la rampa di lancio e non la vetrina o la pista d’atterraggio. Questo è certamente un problema legato al fatto che, laddove i luoghi di residenza siano animati da coraggio e curiosità, non altrettanto si può dire delle programmazioni dei teatri e dei circuiti.

Tirando le somme delle esperienze fatte dal 2009 a oggi, crediamo innanzitutto nell’importanza di una ciclicità, di una temporaneità nella realizzazione di una nuova produzione.
“Chiudersi in residenza”, o meglio, aprirsi in residenza, significa concentrare un periodo della propria creatività per farla diventare un’opera, un’opera con una forma, con una propria natura, un’opera di cui anche gli altri possano godere.
La ragione della temporaneità è evidente e si impone una necessaria fine a un processo creativo che, a teatro, ha, in ogni modo, la fortuna di godere di un divenire sorprendere per gli autori e gli interpreti stessi.

Quello che forse non è così scontato è il luogo: il genius loci, l’interazione di luogo e identità, il vero e proprio carattere del luogo. Che significa produrre in un luogo piuttosto che in un altro? Che significa creare in un ambiente chiuso, in uno spazio aperto, in un luogo ricco di memorie storiche, in un antro desolato e abbondonato, che significa imbibirsi delle vicende personali in un ex fabbrica, in una vecchia stazione, in un antico macello?
Queste variabili non possono lasciarci indifferenti. Una creazione site-specific non ha motivazioni razionali. Il posto segna la creazione, condiziona l’interpretazione.

Infine, la residenza è un importante mezzo di scambio. Un motore di rigenerazione che permette alle compagnie di conoscersi, ascoltarsi, mettere a disposizione nuovi palcoscenici (intesi in senso lato) per presentarsi. Per questo è importante per chi gestisce luoghi di residenze, spalancare le porte al nuovo per fare entrare e per uscirne.

Intendiamo la residenza come un laboratorio fatto di tappe itineranti. Un gruppo coeso che lavora in periodi serrati per 3/4 settimane nello stesso luogo. Cresce insieme. Lascia passare del tempo e si rincontra in nuovi luoghi per lasciarsi suggestionare nuovamente, raccogliendo nuove energie, nuovi stimoli, implementando il suo lavoro.

Gli Incauti

Gli Incauti sono un’associazione culturale nata dall’incontro di artisti di diversa formazione, uniti dalla necessità di approfondire un percorso artistico e culturale di ricerca per mezzo del teatro. Incauti sono quelli che agiscono con la convinzione che il benessere risieda nella condivisione e nel confronto critico, mirato alla costruzione di nuove creatività progettuali e comunicative; sono quelli che si mettono in viaggio verso terre inesplorate, senza sapere se arriveranno mai; quelli che si impegnano in un lavoro spietato e bellissimo, quello dell’arte e della cultura, senza sapere cosa avranno in cambio; che provano a essere ogni giorno un po’ più liberi, difendendo con passione un’idea che nasce e cresce strada facendo. In costante dialogo con il mondo imprenditoriale, il nostro lavoro vuole raccogliere in modo libero e autonomo le forze creative e tecniche del nostro paese dando vita a sinergie e a nuove contaminazioni, come vero e proprio “cantiere progettuale” da costruire inseguendo sogni e passioni incaute.

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Category: PROLOGO

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