Il caso delle residenze piemontesi – Laura Bevione

| 30 settembre 2013

Il titolo del progetto fa riferimento alle “residenze creative” ma, nella presentazione, si delinea una realtà teatrale ben più articolata. Il punto di partenza – che coincide altresì con la questione di primaria e basilare importanza – di qualunque ragionamento concernente le residenze teatrali, riguarda proprio la loro definizione. Non si tratta di un problema esclusivamente formale, al contrario, esso risulta squisitamente sostanziale. Il concetto di residenzialità, infatti, è suscettibile di svariate declinazioni, ognuna delle quali caratterizzata da peculiari punti di forza e criticità, obiettivi e idee di teatro. Se il termine “residenza” implica indiscutibilmente la stanzialità in un determinato luogo, l’aggettivo che viene fatto seguire ne può specificare più dettagliatamente la connotazione temporale e, soprattutto, la finalità. Se una residenza deve necessariamente “risiedere” in un luogo specifico – ma anche a questo proposito si potrebbe discutere la differenza fra residenza e teatro stabile, una problematica si cui ritornerò più avanti – la sua durata può variare significativamente – da pochi mesi a tre anni – e così i suoi protagonisti e i suoi scopi. Ancora diversificate, poi, sono le modalità di vivere una residenza: si può gestire una residenza ovvero usufruire di una residenza. E, infine, c’è la questione del pubblico, che può essere il primo ispiratore dell’azione della residenza e suo attivo animatore o, all’opposto, passivo spettatore di quanto prodotto. Provo a districare la matassa, partendo da una dicotomia troppo spesso confusa: da un alto ci sono le residenze multidisciplinari, dall’altro le residenze creative propriamente dette. Le residenze multidisciplinari sono il frutto di una lunga e controversa riflessione che affonda le sue origini nell’arcinoto convegno di Ivrea del 1967 e che venne rinnovata trent’anni dopo nella stessa città piemontese, nel corso di un incontro dal titolo Esperienze innovative di gestione del teatro. Qualche mese dopo, all’inizio del 1998, nacquero le prime residenze multidisciplinari (R.M.) in Piemonte – e in Italia. Si trattava della R.M. di Ivrea e del Canavese, affidata al Teatro di Dioniso di Valter Malosti, e della R.M. del Biellese, gestita da Stalker Teatro, diretto da Gabriele Boccaccini. Entrambi i progetti nascevano quali concrete realizzazioni del Regolamento attuativo della legge regionale n. 68/80 che stabiliva, appunto, la creazione delle residenze. L’opportunità di divenire RM venne progressivamente estesa a diverse realtà, prima una decina, a cui poi se ne aggiunsero molte altre (più di venti su tutto il territorio regionale) che, fra l’altro, si unirono in un’Associazione al fine di agire in comune e tentare di evitare quella che, purtroppo, all’inizio del 2013, è divenuta triste realtà, ossia lo smantellamento del sistema delle residenze in Piemonte. Le R.M. piemontesi nascevano da una duplice esigenza: da una parte c’era il desiderio di portare il teatro nella periferia di una regione sostanzialmente Torino-centrica; dall’altra quella di far rivivere spazi teatrali per nulla o poco sfruttati. Un’esigenza che si è concretata nella concessione a singole compagnie di una spazio per la durata di tre anni con la “missione” di abituare gli abitanti del luogo all’esistenza di uno spazio nuovo all’interno del quale era possibile sperimentare insospettate esperienze. La compagnia, in sostanza, gestiva uno spazio teatrale per tre anni consecutivi, una dimensione temporale adeguata per spargere semi sufficientemente forti da svilupparsi in un’abitudine al teatro saldamente installata negli abitanti del comune e delle zone limitrofe. L’attività della compagnia, dunque, non poteva limitarsi alla produzione ma avrebbe dovuto affiancare a essa un’ospitalità aliena all’imperante logica dello scambio e, soprattutto, un ventaglio di iniziative che consentissero la creazione di un pubblico variegato per età, livello di istruzione, gusti e interessi e, soprattutto, attivo. Uso non a caso il condizionale: per quanto riguarda il Piemonte in molti casi la concessione di una RM è stata una vera manna per compagnie che, disinteressandosi sostanzialmente del pubblico, hanno sfruttato spazi e finanziamenti esclusivamente per produrre i propri spettacoli. Spettacoli che, fra l’altro, nella stragrande maggioranza dei casi, non riuscivano ad assommare più di due-tre repliche, non inserendosi neppure nei circuiti regionali né tantomeno nazionali con un ulteriore evidente spreco di risorse pubbliche. Una cattiva pratica responsabile in parte dell’affossamento delle buone pratiche che pur le RM piemontesi sono state in grado di mettere in atto, basti pensare al lavoro di Stalker Teatro a Biella e nell’assai disagiato quartiere delle Vallette a Torino, oppure a quello svolto del Melarancio a Cuneo, per citare solo un paio di realtà meritevoli. In sintesi, le RM dovrebbero mirare, prima ancora che alla produzione, alla formazione di un pubblico folto e partecipe, attivamente coinvolto in iniziative diversificate – la “multidisciplinarietà” – e, ovviamente, anche spettatore di lavori scelti secondo una logica non commerciale bensì frutto di un solido pensiero. Nel migliore dei mondi possibili le RM dovrebbero essere luoghi aperti dal mattino alla sera, uno spazio realmente “pubblico”, in cui sentirsi accolti e in cui rispecchiarsi. Uno spazio che, nel vuoto delle province italiane, potrebbe essere un’alternativa stimolante e vivificante alla noia e all’onanismo dei social network… Purtroppo l’esperienza piemontese è fallita, affossata definitivamente dalla politica becera dell’amministrazione regionale di destra, ma già minata dalle succitate male pratiche che, sovente, hanno reso assai difficile difendere quel sistema teatrale. Un sistema che, come accennavo all’inizio, è altra cosa dai Teatri Stabili poiché, mentre questi animano città più o meno grandi in cui solitamente coesistono a fianco di altre realtà teatrali, anche piccole, le residenze multidisciplinari hanno la funzione di colonizzare territori teatralmente vergini, frontiere poco o per niente esplorate. E, ancora, le RM sono incentrate sul pubblico, da conquistare, “educare” e, soprattutto, appassionare, finalità queste che spesso i grandi teatri stabili paiono avere scordato.

Ben diversi sono gli scopi e le modalità gestionali delle residenze creative, il cui obiettivo primario è quello di offrire a compagnie e/o artisti più o meno giovani e/o emergenti la possibilità di usufruire di uno spazio e di una copertura finanziaria che, per un periodo limitato di tempo – da tre-quattro giorni a qualche mese – offrano loro l’agio per realizzare una nuova produzione. Protagonista della residenza creativa, quindi, non è il pubblico – benché in alcuni casi siano previste prove aperte e incontri pubblici – bensì l’artista. Le residenze creative in sostanza riescono, nella maggior parte dei casi, a soddisfare soltanto una delle due specificità del concetto di residenza, ossia la produzione/creazione artistica, tralasciando sovente il legame con il territorio. Una dimensione, quest’ultima, che deve essere necessariamente recuperata e non soltanto perché indispensabile a qualificare una residenza come tale ma altresì in quanto il rapporto vivo e attivo con un territorio, con la sua esclusiva personalità e la sua storia, può agire positivamente sul processo creativo del soggetto artistico coinvolto. Le residenze possono sopravvivere e ribadire la propria alterità rispetto ad altri sistemi teatrali soltanto se non oblitereranno quel carattere – il legame con un territorio e uno spazio specifico – che ne ha determinato la nascita e plasmato l’identità e che non può tradursi in estemporanei e/o pretestuosi incontri col pubblico.

Laura Bevione

Laura Bevione è dottore di ricerca in Storia dello Spettacolo. Insegnante di Lettere e critico teatrale, collabora stabilmente da molti anni con Hystrio. È collaboratrice stabile del sito informativo del Sistema Teatro Torino e della rivista Donna Moderna. Cura il blog amandaviewontheatre.wordpress.com. Ha scritto per Drammaturgia e www.drammaturgia.it. Ha condotto un laboratorio sulla critica teatrale presso il Dams di Torino e coordina un gruppo di giovani critici “in erba” presso l’Accademia di Belle Arti di Torino. Dalla stagione 2012-2013 crea e conduce un progetto di formazione per il pubblico, Pratiche della Scena, presso la Fondazione TPE (Teatro Piemonte Europa) di Torino.

 

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Category: PROLOGO

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