Del dimorar non v’è certezza – Donato Nubile

| 7 ottobre 2013

DEL DIMORAR NON V’È CERTEZZA

Il tema è delicato, a non restar nel vago:
chiunque, in fatto d’arte pretende un po’ di spago…
Peraltro, un giorno, a un tale di cui non faccio il nome,
vedendo certi suoi versi, spiegavo come
un vero gentiluomo non ceda anzi rilutti
alla mania di scrivere che ci prende un po’ tutti;
come debba imbrigliare la smania intempestiva
di proclamare in piazza qualsiasi inezia scriva;
e come, sbandierando le sue sudate carte,
uno si esponga a fare una pessima parte.
Molière, da Il Misantropo

Captatio benevolentiae.
Mi è stato rivolto un invito a scrivere non come presidente di C.Re.S.Co. ma a livello personale, e come direttore artistico di una “struttura” lombarda, Campo Teatrale. Non mi sono comportato da “vero gentiluomo”: ho accettato, con un po’ di imbarazzo.
Perché come operatore non credo sia il caso di proporre ragionamenti di sistema o comparazioni di teorie e forme organizzative peraltro già contenuti in numerosi contributi; come artista non lavoro in residenza (anche se una, presso Armunia per Il Cielo degli Altri di César Brie, è stata fondamentale per il mio percorso); come “struttura”, infine, non ho materia per raccontare Campo Teatrale in quanto residenza.
La citazione iniziale vuole essere così una sorta di captatio benevolentiae, e uno stratagemma per svincolarmi almeno in parte dalla difficoltà di intervenire in questo dibattito e recuperare libertà e leggerezza di pensiero.
Questo invito diventa allora un’occasione per interrogarmi sulle prospettive future del luogo che abito e gestisco insieme ai miei compagni di lavoro. La nuova sede di Campo Teatrale è, a Milano, una struttura che abbiamo pensato per essere condivisa, attraversata. In questo primo anno e mezzo di vita ha accolto per alcuni periodi compagnie prive di una sede propria e ha catalizzato progetti di artisti diversi, il che non la rende una residenza. E se volesse diventarlo? Come potrebbe farlo, e perché?

Come?
Innanzitutto, vocabolario alla mano, Campo Teatrale dovrebbe chiarirsi se essere una residenza o piuttosto una dimora: la differenza credo stia nel tempo, dove la dimora è il luogo dove ci si trova temporaneamente, mentre la residenza è la dimora abituale di un individuo, o di una comunità. Presso Campo Teatrale già risiede, in questo senso, l’omonima compagnia di produzione, e per quanto gli spazi siano grandi non credo che ci siano le condizioni per una co-residenza. Potremmo però offrire dimore, questo sì: per un periodo limitato nel tempo condividere con altri i nostri spazi, cercando di fare in modo che gli ospiti si sentano a casa propria. E abbiano desiderio di tornare, giacché il ritorno è nella radice della parola “residenza”: dal latino re-sidere, restare, trattenersi, sedersi di nuovo.
Dovremmo poi capire come comportarci di fronte all’eventualità, molto probabile, che le richieste di ospitalità superino la nostra capacità di accoglienza: quali artisti ospitare, quindi?
Avrebbe sicuramente senso ospitare artisti che non dispongono di uno spazio per le prove dei loro spettacoli e, magari, che non percepiscono finanziamenti pubblici per la produzione.
Non credo sia possibile evitare di esprimere un giudizio, necessariamente soggettivo, circa il livello di interesse (non parlerei di qualità) espresso dal percorso artistico di questi ospiti. Tra questi, in ogni caso, favorirei in una prima fase chi ha necessità di studiare – non semplicemente di allestire – e riuscisse ad esprimere l’oggetto di questo studio.
Dovrebbe essere possibile, infatti, concepire uno studio che sia anche svincolato da imminenti obblighi produttivi, e dare asilo a questa necessità, a questo bisogno così poco protetto e così poco considerato come parte del lavoro di un artista.
Dimorare in una struttura aperta a ricevere ospiti dovrebbe poi presupporre la disponibilità a condividere le domande, le scoperte e le possibilità offerte da questo studio. La condivisione potrebbe riguardare gli altri artisti ospiti, chi risiede nella struttura e la più vasta comunità che la frequenta e la anima: nel caso di Campo Teatrale questa è rappresentata dagli spettatori, dagli allievi della scuola, dalle associazioni e dai gruppi (non necessariamente di artisti) che operano sul nostro stesso territorio.
Forse possiamo dire che la dimora cui ci stiamo riferendo può avere più fasi, partire da questo momento di studio e arrivare ai necessari periodi di prova, allestimento, messinscena. Le diverse fasi possono costituire le occasioni per quel ritorno che prima ho scritto essere insito nella parola residenza, oppure possono essere attività di residenze e di luoghi diversi.
Quali condizioni di lavoro, infine, dovremmo creare per gli artisti ospiti? Cosa dovremmo essere in grado di offrire? Di cosa hanno bisogno?
Come risposta qui avrei un’altra domanda: perché non chiederlo a loro?
Mi sembra che negli ultimi anni, da quando il tema delle residenze è diventato così centrale del dibattito culturale del nostro Paese, siano abbondati i confronti teorici, le formule organizzative, le definizioni, i dialoghi politici, i parametri di misurazione dell’attività, ma che questo dibattito abbia riguardato solo marginalmente gli artisti. O, meglio, il punto di vista degli artisti. Anche ora, mentre scrivo questo contributo, mi accorgo che il Prologo di Nobiltà e miseria è composto da una ricca sezione di “Teorie” e da una serie di “Esperienze” che per lo più sono racconti di chi organizza, amministra o gestisce residenze. Assai inferiori sono le testimonianze di chi le residenze le vive da artista. E, nel caso specifico, nonostante queste testimonianze siano state previste e credo anche incoraggiate. Forse è una questione di cui dovremmo occuparci.
Ma qui sto scrivendo di un futuro ipotetico; quindi, nel pensare le condizioni di lavoro che Campo Teatrale potrebbe o dovrebbe offrire diventando una residenza, lavorerò di fantasia.
Spazi di lavoro adeguatamente attrezzati e alloggio decoroso sono l’ovvia base minima da cui partire. A cui aggiungerei, in ordine sparso, alcune possibilità: lavorare, se necessario, con altri artisti o con esperti di discipline utili allo specifico studio in atto; ricevere formazione; ottenere consulenza organizzativa e amministrativa; avere l’occasione di un primo confronto con il pubblico; ricevere una retribuzione anche per la propria attività di studio…
Campo Teatrale non riceve finanziamenti pubblici, e questa protezione del tempo di “puro studio” è assai rara anche per la nostra Compagnia.

Perché?
Perché offrire ad altri quello che sin qui abbiamo desiderato può essere appagante e condividere i desideri – ne abbiamo ancora e spero ne avremo sempre – aumenta le possibilità di realizzarli.
Come operatore ho l’ambizione di essere prossimo al teatro che nasce, di appassionarmi a una ricerca, di costruire con gli artisti un rapporto che vada oltre l’acquisto o la vendita di uno spettacolo.
Come artista ho bisogno di incontri che alimentino la mia crescita, e coltivo un’arte che forse ha il suo specifico nel non poter essere concepita come solitaria.
Come struttura, scegliendo la strada della residenza, Campo Teatrale terrebbe ancor più fede al suo nome, accogliendo i semi del teatro che sarà e lavorando perché con il proprio tempo naturale possano dare buoni frutti. Si porrebbe come un centro di relazioni, svolgendo un ruolo di catalizzatore di idee e di progetti, propulsore del nuovo e sostenitore della scena contemporanea. Costruirebbe, infine, un rapporto più stretto con il territorio, sia sul fronte del pubblico che su quello degli artisti.
Lo scorso mese di maggio, a Milano, ha avuto luogo un festival (IT Festival) di compagnie autodefinitesi “indipendenti”, che producono spettacoli la cui vita si sviluppa al di fuori dei circuiti ufficiali. Forse non tutte le compagnie coinvolte possono indossare con la stessa disinvoltura l’etichetta di “indipendente”, probabilmente la qualità dei progetti artistici non era omogenea, ma resta il fatto che il Festival ha riunito più di 50 artisti e compagnie della sola città di Milano. Il numero mi ha colpito: cinquanta compagnie che emergono dal sottobosco della vita culturale di una città. A chi spetta il compito di accorgersi di loro e di individuare quei progetti artistici (sicuramente non 50, ma chi può dire quanti) che, se coltivati, possono dare i risultati più interessanti?

Oltre l’ombelico: considerazioni generali.
Anche riprendendo il documento elaborato da C.Re.S.Co., possiamo dire che una residenza si indentifica con “un progetto culturale che prevede la presenza di un nucleo artistico e organizzativo in un tempo definito, all’interno di uno spazio o di un territorio dove si costruisce una relazione reciproca tra artisti e spazio/territorio, finalizzata alla produzione e all’ospitalità di opere artistiche, nonché alla formazione e alla promozione del pubblico.”
Preciso qui, a titolo personale, che la finalità della produzione può non essere immediata, poiché la residenza può ospitare anche quelle attività di studio che precedono e accompagnano la produzione di un’opera.
Seguono altre considerazioni personali.
Ritengo che sia compatibile con questa idea di residenza la coesistenza tra una compagnia di produzione e gli ospiti in residenza, per cui ho provato a parlare in questo senso di dimora. Andrebbe quindi superata la contrapposizione tra “residenza artistica” e “residenza artistico-organizzativa”, per riconoscere che si tratta di due modi diversi di perseguire fini simili, se non identici.
Sarebbe forse più semplice distinguere le strutture la cui attività esclusiva è quella di offrire residenza o dimora ad artisti diversi e le strutture che, tra le altre cose, svolgono questa funzione. Questa distinzione si potrebbe forse rispecchiare nelle diverse categorie di costo coperte da eventuali contributi pubblici all’attività di residenza; un modo come un altro per assicurarsi che questa attività, se finanziata, venga effettivamente svolta.
Non è una banalità, perché è un dato di fatto che non tutte le strutture esistenti hanno potuto o sono state in grado di svolgere il ruolo che si era immaginato potessero avere. Ha poco senso dibattere e normare il ruolo delle residenze se questo non avviene all’interno di un ripensamento complessivo del sistema che riguardi quindi anche i Teatri Stabili a iniziativa Pubblica e Privata, gli Stabili d’Innovazione, i Circuiti. Non si tratta di smantellare un sistema, obiettivo irrealizzabile e immotivato, ma di verificare e ridefinire le funzioni dei suoi singoli componenti.
Per quanto riguarda la residenza, la sua stessa natura presuppone che venga data centralità alla figura dell’artista e alla sua ricerca, che venga favorito il suo rapporto con il pubblico in relazione stretta con il territorio di riferimento. Per questo, è importante che l’attività di residenza venga pensata e organizzata affinchè queste relazioni di scambio e di crescita comune siano reali.
Ho scritto della necessità di ripensare il sistema nel suo complesso; aggiungo che mettere a sistema o, meglio, in connessione le residenze potrebbe favorire queste relazioni di scambio, dove naturalmente non penso agli spettacoli come oggetto di tale scambio.
Mai come ora abbiamo bisogno di circuitazione delle esperienze e delle professionalità, di messa in comune di risorse e di pensiero collettivo. Di reti e non di eremi.
Non abbiamo bisogno di costruire altre case di poetiche singole; “[…] chiunque in fatto d’arte pretende un po’ di spago […]”: Molière ci suggerisce che se volessimo edificare tutte le case richieste non basterebbe cementificare l’intero territorio nazionale.

Donato Nubile

Donato Nubile è attore e operatore teatrale. Dal 2003 al 2005 fa parte della Compagnia Teatro Setaccio, diretta da César Brie, successivamente è attore in tutti gli spettacoli della Compagnia Campo Teatrale. Dopo aver diretto dal 2007 al 2011 il Teatro Guanella di Milano, cura la direzione artistica di Campo Teatrale. È l’ideatore di “Theatrical Mass: coincidenze teatrali organizzate a Milano”. È membro dell’Osservatorio Critico del Premio Scenario. Attualmente è il Presidente di C.Re.S.Co. (Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea).

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Category: PROLOGO

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