ALTRO GIRO, ALTRA CORSA? – Roberta Nicolai

| 25 settembre 2013

ALTRO GIRO, ALTRA CORSA?

Dal 2008 al 2011 ho diretto una delle dieci Officine culturali affidate, con bando biennale, dalla Regione Lazio ad associazioni del territorio.
Un progetto di decentramento culturale, nato sulla memoria delle Residenze della fine degli anni ’90, ma con elementi di novità e un considerevole coraggio da parte dell’Amministrazione nella scelta sia delle strutture che dei progetti artistici.
Nel 2011, con il cambio di Giunta, le Officine (in totale 15, di cui 10 culturali, 5 di teatro sociale, 1 coreografica), figlie della precedente Amministrazione, sono state cancellate.
Ad oggi i progetti non sono ancora stati saldati. Ma questa è un’altra storia…

È a partire da questa esperienza, fondamentale campo di riflessione teorica e sperimentazione pratica per me e il mio gruppo di lavoro, ma, ad essere onesti, del tutto fallimentare, che condivido alcune riflessioni.

Residenze. Una parola per molti fenomeni. Nate dall’esigenza di ripopolare teatri vuoti, di animare zone disanimate, e, nelle esperienze più avanzate, da gruppi di amici che hanno ascoltato un luogo magico, da collettivi di operatori che si sono specchiati ai loro colleghi europei, oggi le residenze creative sono castelli, teatri nel bosco, capannoni industriali ancora da bonificare, teatri del Salento, spazi di proprietà pubblica con finanziamento privato nelle province della Lombardia, atelier e case di artisti e altro ancora. Sostengono, con pratiche e obiettivi diversi, la creazione contemporanea. Per forma mentis ho la necessità di cogliere, nella promiscuità dell’elenco, non una diminuzione di senso, né una deficienza dell’istanza culturale, ma un tratto caratteristico di un’epoca in radicale trasformazione, in cui ogni progetto che nasce coniuga gli elementi locali dello spazio in cui si sviluppa e quelli individuali propri delle soggettività artistiche o organizzative che lo hanno fatto nascere, con principi generali, con lo spirito del tempo, e quindi esigenze emerse altrove e modificate dal confronto, dal passaggio incessante di informazioni. L’identità delle residenze non può essere che individuale-plurale, locale-globale. Tale tratto, che marca le differenze e rende l’elenco promiscuo, rimanda e/o scaturisce dai codici e dalle estetiche di cui le residenze sono contenitori, incubatori, a volte generatori.

Se la realtà è complessa, complesso è necessariamente il modo di leggerla. E il carattere ibrido delle soggettività e delle pratiche non ha carattere di problematicità all’interno dei nostri ragionamenti. La diversità è un dato mondiale. È evidente, anzi auspicabile, che ogni teatro abbia un’identità, dimensioni, carattere, ispirazione, che ogni residenza sia diversa da un’altra, come che ogni compagnia abbia il suo linguaggio. Questo rende tutto molto difficile alla lettura e richiede, a chi si candida a vario titolo a leggerlo (siano i politici e gli amministratori, i direttori artistici e gli operatori, i critici e il pubblico) di conquistare le competenze per comprendere. Spesso si cade nel procedimento opposto: il principio dato a priori e la lettura in base allo schema mentale di chi osserva o l’installarsi di un progetto politico che strattona la realtà incanalandola in segmenti artificiali. Ma non è così che si guarda l’arte. Anzi questo è proprio il modo per confondere l’arte con il gusto personale. Sono due cose che vanno tenute distinte e nettamente separate.

Dall’interno di tale molteplicità fenomenica si possono tracciare questioni comuni.

Nate dalla staticità del sistema, diciamo anche in molti casi e più o meno consapevolmente, con un’anima politica di decostruzione, le residenze oggi non credo possano rinunciare al ruolo di interrogare il sistema ponendo l’accento su un bene (potremmo chiamarlo valore?) che è la creazione artistica, attribuendo a questa il tempo continuativo del lavoro (dovremmo quindi parlare di salario?) e dando alla creazione contemporanea la mission di connessione con i territori, quindi con gli abitanti e il pubblico. Le residenze se così possiamo dire, fabbricano teatro (includo nel termine anche la danza, la performance e inoltre musica, arti visive e nuove sperimentazioni artistiche di ogni disciplina) e fabbricano pubblico.

Sono luoghi altri, non luoghi di rappresentazione abituale portatori di un’estetica finzionale. Sono luoghi di lavoro in cui il gesto artistico si sedimenta in memoria, e si fa attraversare dalla comunità; in cui gli artisti possono lavorare il tempo che chiede la creazione (un mese come un anno), possono intrecciare le loro visioni con altri artisti e con accompagnatori, non più direttori artistici a caccia del cavallo vincente, ma altri creatori e mediatori, che intercettano risorse e creano l’ambiente, inventano le pratiche, costruiscono le occasioni perché la creazione possa concretizzarsi; in cui gli artisti confrontano la loro creazione con il pubblico, a vari stadi, senza pensare a debutti, prime nazionali e via discorrendo. Insomma sono l’altra faccia del sistema. O forse l’originaria faccia del sistema, prima che la presa dei poteri creasse la melma dell’indistinta attualità.

Mi chiedo: possono le residenze, oltre a essere il presente campo strategico di discussione, diventare il reale terreno di connessione tra teoria e pratica, da cui continuare a porre domande al sistema?

Possono essere, nella complessità di un fenomeno nazionale, la leva per ribaltare il sistema su se stesso e scoprire così la faccia sotterranea e sepolta ma in realtà sottostante e fondante, come rigirando una zolla di terra si scopre il popolo che la abita proprio sotto il velo di erbetta sintetica e tutta verde, rivitalizzando l’intero terreno, ridando energia vitale anche alle zolle morte?

Il problema, e lo racconta molto bene a mio parere, Massimiliano Civica con la sua metafora fisiologica, è che le residenze, in molti casi, stanno già facendo il verso al sistema, lo scimmiottano, nel povero, nel piccolo, senza nemmeno il riscontro di danaro che il sistema ha avuto modo di assicurarsi.

Pagano il salario agli artisti che lavorano? Creano le condizioni perché questi artisti possano realmente crescere con una guida che li accompagna caso per caso e ambire a spazi ufficiali o palcoscenici più visibili e forse, finalmente, creare un’opera degna di tale nome uscendo da quello che un tempo si chiamava underground e oggi è un processo infinito di emersione? Rendono partecipe il pubblico e lo moltiplicano? E soprattutto si occupano davvero di linguaggi contemporanei? O non piuttosto, a volte, dei figli minori di un teatro convenzionale?

Temo che fino a quando non andiamo al fondo, ripercorriamo soltanto processi già visti in cui alcuni sono seduti su una giostra, altri rincorrono la giostra che gira in attesa di poterci saltare su. Migrazioni periodiche vanno dall’amministratore rivestendosi dell’abito del nuovo e con la bandiera, spesso impropria degli emergenti (parola usurata che indica soltanto il fallimento di un sistema e non la sua vitalità), giocano la loro partita di riconoscimento economico. E su questo riconoscimento economico, sempre più polverizzato, tutti facciamo quello che possiamo. E spesso quello che possiamo non è neanche lontanamente sufficiente a lasciare un segno. Forse dovremmo fermare la giostra per un po’ e riflettere…

Il rischio è che le residenze si acquietino una volta conquistato un piccolo marginale stato di autonomia. Che diventino riserva, sostenuta in modo assolutamente simbolico oppure fino a quando sussiste un margine di risorse per volontà politica. Moltiplicando così il numero di artisti/operatori, operatori/artisti, critici/direttori e via discorrendo, tutti in corsa nel tentativo disperato di sopravvivere. Complicando l’esistente con logiche che nulla hanno a che vedere con l’arte e la creazione e il suo incontestabile valore perché necessaria, utile, importante. E che tutto questo avvenga pure senza che la gente, il pubblico, la società ne abbia neanche il minimo sentore, come uno sterile gioco di famiglia destinato a rimanere confinato dentro le pareti domestiche della scena contemporanea italiana.

Ma chiaramente questo è il mio punto di vista, ibrido come la mia natura, reso amaro da un’esperienza che poteva cambiare il volto della nostra regione e la lascia invece più stanca e desertificata di prima e comunque incessantemente rivolto a orizzonti ideali.

Sarebbe bello se, a questo giro, riuscissimo a dire e fare qualcosa per noi stessi e per il nostro paese.

Roberta Nicolai
Triangolo Scaleno Teatro
direttrice TdV – Teatri di Vetro

Roberta Nicolai è drammaturga e regista. È direttrice artistica di Triangolo Scaleno Teatro, compagnia romana nata nel 2000 e attiva nel territorio capitolino. Con OFFicINA, “cantiere per la creazione contemporanea”, vince nella stagione 2008\2009 il bando Officine Culturali della Regione Lazio. Sua è la direzione artistica dei Teatri di Vetro, vetrina del contemporaneo, festival giunto nel 2013 alla settima edizione.

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Category: PROLOGO

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