Accompagnare l’evoluzione – Andrea Nanni

| 6 settembre 2013

ACCOMPAGNARE L’EVOLUZIONE 

Se dovessi sintetizzare in tre parole il compito di una struttura che incentra la propria attività sulle residenze, direi semplicemente: accompagnare l’evoluzione. Con queste parole Gilles Clément conclude il suo libro Il giardino in movimento, in cui invita a rifuggire la “tentazione di durare”, cioè di piegare l’ambiente a un disegno umano della cui conservazione il giardiniere sarebbe responsabile, per assecondare invece il più possibile i processi naturali in atto, in una logica d’ascolto e di continua trasformazione più che di tutela d’una forma che si pretende immutabile. Esteso al paesaggio culturale e artistico, quest’approccio – teso a valorizzare la biodiversità – si traduce quantomeno nella rinuncia dell’operatore a determinare una tendenza egemone su cui apporre il proprio marchio di scoperta per accogliere e nutrire una pluralità di linguaggi considerati di pari dignità.

Ma in quest’orizzonte, secondo quali parametri un direttore artistico sceglierà di ospitare in residenza una compagnia piuttosto che un’altra? Per chiarire questo punto sarà necessario – essendo il concetto di residenza applicato a pratiche diverse – chiarire brevemente di che cosa si occupi Armunia e come declini il concetto di residenza.

Innanzitutto bisognerà dire che Armunia è sempre stata diretta da operatori, mentre la maggior parte delle strutture teatrali in Italia è diretta da artisti, registi o coreografi. Questa differenza è fondamentale in quanto sgombra il campo da interessi personali che possono determinare diverse modalità di gestione e alimentare la pratica degli scambi. Non è questa la sede per soffermarsi sui danni che questa pratica ha provocato: tra tutti, la creazione di un falso mercato sganciato dal confronto col pubblico. Quello che qui interessa notare è l’atipicità di Armunia nel panorama teatrale italiano e come quest’atipicità influisca sul tipo di residenza praticata.

In secondo luogo bisognerà specificare che Armunia si occupa prevalentemente di giovani artisti o comunque di artisti capaci di rimettersi in gioco in una maturità vissuta non come condizione statica e definitiva ma come una sempre accresciuta capacità di relazione. Il criterio di selezione sarà dunque legato – fatto salvo l’azzardo, o meglio l’assunzione di responsabilità, del selezionatore nell’accreditare la qualità dei selezionati – proprio alla capacità di relazione e alla necessità di confronto che l’artista dimostra piuttosto che al tipo di linguaggio utilizzato dal singolo, ammesso che oggi abbia senso considerare il linguaggio come un dato a priori quando le pratiche che incontriamo sempre più spesso ci mostrano che, anche all’interno del percorso di uno stesso artista, il linguaggio si definisce di volta in volta rispetto alle esigenze del progetto messo in campo.

Si potrebbe dire che una residenza ad Armunia non è una stanza tutta per sé ma un crocevia a esposizione controllata e concordata.
Oltre ad avere a disposizione, spazi e strumentazione tecnica (fonica, illuminotecnica e scenotecnica), l’artista ha da un lato la possibilità di ricevere dalla struttura feedback sul piano artistico, organizzativo e amministrativo, dall’altro ha il compito di trovare un proprio modo per entrare in rapporto con il territorio in cui è ospite. Non esiste una ricetta: si va dalla classica prova aperta di fine residenza a diverse pratiche inclusive – dal laboratorio al coinvolgimento diretto nel processo di creazione – rivolte a gruppi di persone individuate in consonanza con il progetto sviluppato in quel momento dall’artista: bambini, adolescenti, anziani, coristi…

Questo viene richiesto non perché si cerchi di demandare ai soli artisti il compito di riaprire vie d’accesso al teatro – inteso come luogo di scoperta in risposta a un pubblico che lo frequenta per lo più come luogo di conferma delle proprie abitudini – ma perché solo lavorando di concerto tutti insieme – artisti, operatori, critici – si può sperare di uscire da quest’impasse. Un’impasse a cui è necessario reagire non tanto in nome di una logica imprenditoriale quanto della centralità di quella relazionalità che, se concordiamo sul fatto che il teatro non è lo spettacolo ma è ciò che si genera nella relazione tra palcoscenico e platea, risulta fondamentale in ogni forma d’arte performativa, al punto da poter dire che la mancanza di pubblico impedisce al teatro di esistere.

Questa distinzione tra teatro e spettacolo ci permette anche di uscire da una logica usurata come quella della contrapposizione tra processo e prodotto. Nell’orizzonte che ho cercato di delineare, entrambi sono funzionali ad attivare il flusso che mette in relazione, deterritorializzandoli, palcoscenico e platea. Quindi affermare l’importanza delle residenze non significa farne un vessillo della priorità del processo rispetto al prodotto. E quindi è possibile riconoscere pari dignità a residenze che non prevedono necessariamente un esito spettacolare – le potremmo definire di puro studio – e a residenze che invece, altrettanto necessariamente, lo prevedono. Quello che ad Armunia ho cercato di offrire in questi anni sono dei percorsi residenziali, articolati in un arco temporale più o meno lungo secondo le esigenze dei singoli artisti. Questi percorsi hanno compreso, anche per uno stesso artista, sia residenze che prevedevano esiti spettacolari sia residenze che non li prevedevano. Ho cercato di accompagnare dei progetti, intesi come tentativi di articolare processi evolutivi, e di dare visibilità agli esiti (quando ci sono stati) nel Festival Inequilibrio, che ha la caratteristica di incentrare il proprio cartellone sui lavori degli artisti residenti. La fame di residenze manifestata dagli artisti evidenzia l’inadeguatezza del sistema teatrale italiano nell’accompagnare i processi di creazione. Se ufficialmente riconosciuto e supportato dalle istituzioni – come in Toscana la Regione fa da quest’anno – il sistema delle residenze può diventare uno strumento importante in un quadro di riforma generale del sistema teatrale nazionale. Se mancherà questo intento generale di riforma, il rischio è che le residenze si limitino a supplire alle mancanze del sistema come un’eccezione felice. Ma l’eccezione, per quanto felice, conferma sempre la regola.

Andrea Nanni

Andrea Nanni, studioso e critico di teatro e danza, ha scritto per “L’Unità”, “Lo Straniero”, “Hystrio”.
Tra le sue pubblicazioni: L’Ecole des Maîtres, libri di regia 1995-1999 voll.1-3 (a cura di, con la collaborazione di Franco Quadri, Ubulibri, 2001); Anatomia della fiaba, Virgilio Sieni tra teatro e danza (a cura di, Ubulibri, 2002); Teatri del tempo presente, dieci progetti per la nuova creatività dell’Ente Teatrale Italiano (a cura di, Editoria&Spettacolo, 2009).
Ha insegnato come docente a contratto presso l’Università di Bologna e l’Università di Modena e Reggio Emilia. Dal 2005 è membro del Comitato Scientifico per lo Spettacolo dell’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna come esperto per le politiche sulla danza.
Ha codiretto nel 2004 e nel 2005 il Festival Santarcangelo dei Teatri a Santarcangelo di Romagna.
Ha diretto nel 2008 il Riccione TTV Festival. Ha ideato e coordinato il progetto Extra, segnali dalla nuova scena italiana per il GAI-Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti italiani (Forlì, 30 ottobre-2 novembre 2008). Dal 2011 al 2013 ha diretto Armunia e il Festival Inequilibrio a Castiglioncello.

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Category: PROLOGO

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