INCONTRO

Sabato 12 ottobre, Teatro Magnolfi, Prato


Incontro pubblico

I TEATRI DELLE RESIDENZE: QUATTRO PROSPETTIVE

Una trascrizione, cronologica e divisa per singoli interventi, dell’incontro pubblico svoltosi il 12 ottobre al Teatro Magnolfi di Prato, nell’ambito del progetto Nobiltà e miseria – Presente e futuro delle residenze creative in Italia. L’incontro pubblico, coordinato e condotto da Gerardo Guccini, ha previsto una sintesi del Seminario e una breve storicizzazione delle residenze in Italia. In seguito sono stati approfonditi quattro temi – Modalità residenziali; Scene e scenari delle residenze: il teatro come ecosistema; Creazione e prodotti territoriali; Crediti e debiti formativi delle residenze – curati rispettivamente da Attilio Scarpellini, Graziano Graziani, Andrea Porcheddu e Emanuele Valenti, ognuno dei quali è diventato la base degli interventi del pubblico.

 

GERARDO GUCCINI
Otium, negotium, iper-negotium
A partire dalla nozione di residenzialità e dalle caratterizzazioni delle due tipologie di residenza emerse nei contributi del Prologo − come sedi di accompagnamento e cura di un processo artistico e come luoghi di un rapporto elettivo con il territorio −, Gerardo Guccini storicizza la tematica oggetto d’analisi e rintraccia esperienze e fenomeni simili in epoche e contesti diversi.
Le radici delle residenze, intese nella prima accezione, possono essere ricercate nella prassi del mecenatismo e nell’investimento di ordine “memoriale” operato dal mecenate che promuove l’opera dell’artista per lasciare memoria di sé. Se intese nella seconda accezione, le residenze meritano una precisazione di ordine storiografico: mentre le formazioni della post-avanguardia hanno manifestato una debole vocazione organizzativa, i gruppi teatrali di base hanno dimostrato una forte attività creativa che ha toccato, a più riprese, la categoria della residenzialità. Questi ultimi sono stati autori e oggetto di residenze e hanno promosso progetti diversificati di formazione culturale radicati nei luoghi in cui hanno trovato ospitalità.
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ATTILIO SCARPELLINI
Modalità residenziali
Il critico Attilio Scarpellini riflette sulle parole che, trasferite in un determinato contesto, esprimono più di quello che direbbero: residenze, nell’ambito del teatro italiano, è un termine che finisce per produrre imbarazzo semantico. La residenza è sia babelica che pentecostale, da una parte c’è la confusione delle lingue e dall’altra la comprensione spirituale. Babele è per gli artisti, che ne hanno esperienza diretta, Pentecoste per chi, invece, procede alla teorizzazione. Scarpellini compie un breve viaggio nella letteratura dei prologhi di Nobiltà e miseria, tra modalità, definizioni e filosofie differenti. Individua un ideale, quello del “lusso del tempo”, residenza come sospensione, che si collega all’idea di mecenatismo, e compie un viaggio nella storia per individuare antiche forme di residenze.
Il dibattito sulle residenze oggi è una ricapitolazione dei luoghi comuni della discussione sul teatro pubblico italiano, ovvero sul suo fallimento culturale, politico e amministrativo.
Le residenze hanno aggirato la cristallizzazione del teatro d’istituzione, stringendo un patto coi territori in una sorta di federalismo spontaneo, che a sua volta risponde al controllo di amministrazioni politiche. Le normative sulle residenze scaturiscono da un consuntivo di esperienze che riflettono il plurilinguismo della cultura italiana. Bisognerà vedere come lo spettro semantico di tutte queste esperienze potrà essere articolato con una nuova legge che si affaccia sull’orizzonte del teatro pubblico, come il pensiero laterale delle residenze e gli elementi innovativi introdotti verranno raccolti e reinterpretati in un centro possibile della politica culturale italiana.
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Andreina De Tomassi // Casa degli artisti di Sant’Anna del Furlo
Andreina De Tomassi nel portare la propria esperienza di “pensionati mecenati”, condivisa con Antonio Storace, palesa il rifiuto di finanziamenti pubblici e la scelta di autosostenersi, con quote sociali, e l’accettazione della logica delle donazioni. La residenza è descritta come forma di resistenza culturale e la Casa del Furlo, dove si pratica Land Art, come una sorta di agenzia culturale per il territorio, dove si organizzano eventi e si fornisce stupore, principio iniziale della curiosità.

Giancarlo Cauteruccio // Compagnia Krypton
Fondatore di Krypton, il regista e attore Cauteruccio spiega come il lavoro con la sua compagnia abbia contribuito all’evoluzione di un’area critica quale era Scandicci, quartiere dormitorio di Firenze (il Teatro Studio è sede della compagnia Krypton, ndr). Cauteruccio sostiene la necessità di sfruttare qualsiasi occasione di progettazione che possa contribuire alla metamorfosi del territorio. La residenza non è ospitalità ma formazione creativa e multidisciplinare. Sottolinea inoltre la necessità, per le nuove generazioni di artisti, di mettere in relazione le complessità del loro corpo con la complessità dei linguaggi odierni. Residenza significa linguaggio: linguaggio da applicare prima di affrontare ogni questione tecnica, burocratica, produttiva, amministrativa, istituzionale.

Cristina Pezzoli // Spazio Compost di Prato
Cristina Pezzoli, partendo dalla propria esperienza, parla di residenza “senza permesso di soggiorno”, ovvero di attività svolte su un determinato territorio che non riescono a ottenere finanziamenti per restare su di esso. Con riferimento al Progetto “Toscanaincontemporanea 2013”, bando della Regione Toscana, solleva il problema di criteri normativi che sembrano costruiti per consolidare l’esistente, più che per far affiorare modalità di lavoro con logiche diverse. La politica culturale italiana, viziata dal 47,5% del Fus alla lirica, paga la tradizione ma non il presente o il futuro.
L’omologazione dei processi e l’inseguimento di parametri bloccano la sperimentazione, fanno perdere risorse sui territori, creano monopoli culturali che sono rigidità di sistema impedendo parità di dialettica nel rinnovamento delle forme e attenzione alla questione economica.

Fabio Morgan // Teatro dell’Orologio
Fabio Morgan, direttore artistico del Teatro dell’Orologio di Roma, rivendica il diritto dell’artista al dispendio. Citando una delle residenze più ricche in Italia, quella della Biennale del 1989 (che vede Carmelo Bene, nominato direttore artistico, dedicarsi alle proprie ricerche senza offrire ospitalità, salvo ritirarsi dopo qualche mese per polemiche e problemi finanziari, ndr) si domanda come sia possibile oggi pensare al dispendio, unica caratteristica che dovrebbe avere una residenza. La tipologia di residenza degli Stabili di Innovazione sconfina nell’ospizio, tende all’autoconservazione. Lo Stato finanzia l’ospizio creativo ma non riesce a riproporsi in uno slancio che possa guardare all’equivoco della Biennale dell’89.

Antonella Carrara // Il Funaro Centro Culturale
Antonella Carrara, direttrice de Il Funaro di Pistoia, si unisce all’intervento di Cristina Pezzoli ponendo l’accento sui territori, sull’incontro tra il contado e l’artista, e sollevando perplessità sui bandi pubblici, con riferimento al Progetto “Toscanaincontemporanea 2013”.

Gloria Sapio // Settimo Cielo_Officina E.S.T. Officina Culturale della Regione Lazio
Gloria Sapio riporta l’accento sulla residenza come ospitalità e ricerca di interazione sul territorio, necessaria nei luoghi periferici e decentrati, dove c’è anche una differente percezione del tempo. La residenza è vista come luogo di studio, come possibilità di concedersi il tempo di sperimentare. Crede nella necessità di creare un cortocircuito tra artisti e territorio per irrorarlo e uscire dalla logica del prodotto finito.

Gianfranco Pedullà // Teatro Popolare d’Arte
Gianfranco Pedullà del Teatro Popolare d’Arte, compagnia residente al Teatro delle Arti di Lastra a Signa, ragiona sulla residenza come prologo di un possibile sistema misto fra il teatro di tournée, ormai scomparso, e il teatro di stanzialità, che si può declinare in luoghi urbani, agricoli o bucolici. Incalza sulla necessità di ridefinire gli equilibri, aprendosi a nuovi linguaggi della scena in un sistema organizzativo rinnovato e nella costruzione di pubblici nuovi. La residenza deve essere il luogo di ricostruzione culturale, civile, progressiva anche del nostro Paese.

Maurizio Lupinelli // Nerval Teatro
L’intervento di Maurizio Lupinelli trae spunto dall’esperienza della non-scuola del Teatro delle Albe, fondata insieme a Marco Martinelli, per raccontare la possibilità di un teatro che parte dalla città, dai luoghi. E porta il lavoro ad Armunia come esempio di resistenza in un luogo per pochi, di un lavoro che permette l’ascolto, l’emozione e la relazione con il luogo: semplicemente stando lì, confrontandosi con ciò che c’è attorno, perdendo tempo.

GRAZIANO GRAZIANI
Scene e scenari delle residenze: il teatro come ecosistema
Il critico e studioso Graziano Graziani introduce la seconda sessione dell’incontro riprendendo i concetti di “paesaggi indecisi” e “elementi residuali”, evocati nel famoso testo del paesaggista Gilles Clément, per parlare di residenze creative attraverso l’idea di paesaggio. Nel panorama teatrale contemporaneo le residenze fungono da snodi necessari di un percorso, sono isole di un arcipelago artistico “puntiforme”, in cui ogni isola è sì una residualità, ma nell’insieme forma un orizzonte. Questo paesaggio artistico vive una condizione di “terzietà” (inteso come elemento altro rispetto al sistema binario) tanto in ambito produttivo quanto economico. Le capacità di questo paesaggio, sottolinea lo studioso, inducono a ipotizzare a un ritorno al Teatro d’Arte in cui il lavoro artistico si declina attorno a una serie di preziose “residualità” che hanno a che vedere con le estetiche, i luoghi, i pubblici e i soggetti.
Se all’aspetto “funzionale” delle residenze si aggiunge “la qualità delle relazioni”, queste diventano anche luoghi da abitare, vivere, dove l’incontro e la collaborazione è possibile. In questo modo l’ecosistema teatrale prospera, si sviluppa, e il nomadismo degli artisti, che contrasta la stanzialità di quelle generazioni artistiche che si sono chiuse, oltre a sbloccare il sistema, consente di tornare a parlare di “qualità”.
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Caterina Poggesi // Associazione culturale FOSCA
Caterina Poggesi riconosce in questa occasione un primo passo per dare un contesto di visibilità a una serie di realtà esistenti. L’intervento di Graziani parla infatti di un’intera generazione, quella a cui sente di appartenere, nata in un territorio di orizzontalità, autoformazione e, a volte, anche in contesti illegali. Alla metafora presentata sul residuale, propone di accostare quella di liminalità, concetto che pur derivando dall’antropologia, restituisce l’idea di un luogo potenziale.
Poggesi apre la riflessione ponendo alcune questioni: a chi in questo momento è in grado di dare stabilità a tutte le realtà esistenti, le piacerebbe domandare “come è possibile mantenere un rapporto tra erranza e stabilità? Come mantenere un equilibrio dando una struttura senza uccidere ciò che c’è di veramente potenziale e vivo? Il sistema quando include, immediatamente disinnesca”.
Il concetto di orizzontalità comprende inoltre anche l’idea di contaminazione di linguaggi, di arte partecipata (termine oggi abusato). Come poter fare emergere le cose che già ci sono? La risposta potrebbe essere rintracciata nell’idea di facilitazione dei processi, ovvero nella creazione di condizioni ideali per far sì che i processi esistenti si manifestino, senza essere indotti, mantenendo la loro fluidità, il loro scambio che è nutrimento e vita, biodiversità.

Saveria Teston // architetto e urbanista
In seguito all’intervento in cui è stato affrontato il concetto di Terzo passaggio, Saveria Teston riflette sui processi di rigenerazione urbana per i quali è fondamentale comprendere cosa significhi per gli artisti il termine residenza e in quanti modi questo può essere declinato: si inizia a parlare di residenza temporanea, creativa, ecc.
La sua esperienza nel settore restituisce un tentativo di dialogo tra le arti e il movimento che porta oggi a ripensare l’abitare in relazione a queste nuove modalità, pur constatando che non sono state ancora trovate delle risposte coerenti che sappiano valorizzare la biodiversità umana.

Giorgio Zorcù // Accademia Amiata Mutamenti
A partire dai temi trattati da Graziani, l’intervento di Zorcù confuta l’odierno riconoscimento delle qualità artistiche, riscontrando piuttosto un riconoscimento del mainstream generalizzato e dell’amatorialità. Questo è evidente nel raffronto con la sua esperienza artistica nella provincia di Grosseto, nella relazione con il locale, anche se non riguarda solo il suo territorio. “I due perni − del mainstream e dell’amatorialità, dichiara Zorcù − schiacciano chi fa un lavoro di qualità”.
Questa condizione lo ha costretto a un nomadismo all’interno del suo stesso territorio per attivare nuove modalità di incontro e di sopravvivenza. Alla “utilità di quello che si è capaci di fare”, Zorcù ha accostato l’idea di divertimento e di festa, di lavoro in rapporto con il territorio con alcune peculiarità: non è più previsto l’uso del palcoscenico; si ripensa la presenza di un drammaturgo che possa lavorare in stretto rapporto con la compagnia per la scelta dei temi; è centrale l’importanza del processo di lavoro, non solo del prodotto finale.

Simona Polvani // traduttrice e critica
L’intervento trae spunto dalla sua esperienza di residenza nel centro nazionale francese di scrittura scenica, la “Chartreuse” di Villeneuve Lez Avignon, che negli ultimi anni si è aperta oltre che ad autori e traduttori teatrali, a compagnie di danza e teatro contemporaneo. Questa esperienza si lega alla riflessione sul concetto di residenza non solo come luogo in cui l’artista si isola, ma in cui può incontrare altre realtà, arricchendosi e rivedendo il suo punto di vista. La Francia è un paese molto strutturato e anche la residenza segue questa concezione, ponendo in risalto i vantaggi dell’istituzionalizzazione: a ogni artista viene infatti fornito uno spazio di residenza; la durata è definita (tra i 14 e i 25 giorni) e programmata per tutto l’anno in modo che sia sempre occupato. L’artista viene posto nelle condizioni migliori per far fruttare il tempo di prova sul suo lavoro, sono previsti degli incontri, dei momenti di convivialità che consentono l’interazione, e un momento finale di presentazione.
Si può partecipare al bando per la residenza − informazione utile a comprendere quali sono le motivazioni che portano alla scelta o all’esclusione di un artista − solo se si è già stati riconosciuti nel lavoro attraverso un finanziamento o una borsa da un altro ente o fondazione. Questo, da un lato avvalora il loro giudizio, dall’altro consente di sapere se l’artista ha già un sostegno economico per il suo lavoro.

Graziano Graziani
Graziani conclude la discussione della mattinata constatando come l’esperienza francese, di cui ha parlato Simona Polvani, sia rintracciabile in altre realtà europee (solo per citare un esempio italiano, a Roma sono presenti l’Accademia di Francia a Villa Medici e l’Accademia Britannica a Valle Giulia). Quasi tutti i paesi europei hanno un sostegno di questo tipo, il problema è che non vi accedono i cittadini italiani.

*** pausa ***

GERARDO GUCCINI
Guccini riprende alcuni dei temi affrontati durante la mattinata, sintetizzandoli e aprendoli a nuove prospettive. Il primo argomento generale emerso dalle discussioni tra i presenti riguarda l’esigenza di interdisciplinarietà, intesa come modalità linguistica che prevede l’ibridazione tra varie discipline teatrali ed extrateatrali, caratteristica delle residenze. A tale esigenza di apertura estetica, sottolinea Guccini, corrisponde un timore: la perdita della centralità dello specifico teatrale. Premesso che il teatro è costitutivamente un processo che si amplia e definisce per contaminazioni, l’assunto portato all’attenzione dei partecipanti modifica l’angolazione dello sguardo che inquadra le residenze comportando l’elaborazione di nuovi strumenti di indagine per la manifestazione di questi processi interdisciplinari. A questo discorso si collega strettamente la seconda tematica emersa durante la mattinata che riguarda il problema dell’evanescenza dei processi in sede residenziale. Una nozione pertinente, in risposta a questa problematica, potrebbe essere quella di “artigianato d’eccezione”: nelle residenze, a partire da un’esigenza inter- e infra- disciplinare, vengono generate pratiche eterogenee con esiti, relazionali e artistici, concreti.

ANDREA PORCHEDDU
Creazione e prodotti territoriali
Il critico Andrea Porcheddu, curatore della terza sessione della giornata, tenta di inquadrare il tema delle residenze da diversi punti di vista, inserendolo nel più ampio contesto del sistema teatrale italiano. Si osserva di questi tempi, in coincidenza a una sempre maggiore diffusione della creatività teatrale, una crescente attenzione per le residenze; il critico ne lega l’origine ad alcuni fallimenti del sistema: dalle stabilità che compiono solo parzialmente i propositi per cui sono nate al mercato gestito (e bloccato) da un “trust” che associa grandi strutture, fino alla tendenza all’iper-produttività imposta anche da realtà più piccole e al problema dei rapporti tra radicamento e nomadismo, in cui l’adesione alla residenzialità non si realizza soltanto per vocazione, ma piuttosto come risposta a delle inadeguatezze strutturali del sistema. Le residenze, inserendosi in queste dinamiche, potrebbero in parte offrire delle risposte nuove, ma allo stesso tempo rischiano di intercettare contraddizioni simili. Porcheddu conclude invitando a difendere il carattere innovativo delle residenze, anche tentando di estenderne la forte ipotesi di cambiamento al resto del sistema.
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Massimiliano Burini // attore e regista
L’intervento inquadra le condizioni di lavoro e di creazione dei gruppi under 35, contestualizzando la questione in particolare nel territorio umbro e perugino: una realtà che si definisce come isolata dal resto del sistema teatrale italiano. Riprende l’invito a combattere rivolto da Andrea Porcheddu in chiusura del proprio intervento, evidenziando l’impossibilità di tale livello del sistema addirittura di andare avanti e sopravvivere: in Umbria, nonostante le difficoltà quotidiane, ci sono avamposti e esperienze importanti di teatro, in cui il sistema-residenze potrebbe giocare un ruolo decisivo.
L’intervento affronta diverse problematiche che le generazioni più giovani devono affrontare: dalle risorse alle possibilità di visibilità, proponendo, infine, l’invenzione di una nuova economia, basata sulla dignità, per risolvere il problema politico della gestione della cultura in Italia.

David Batignani // attore e regista
Con la premessa di non cedere a forme di narcisismo che portano al racconto della propria esperienza, l’intervento rileva la mancanza di attenzione per altre figure professionali teatrali oltre le citate dirigenziali e artistico-produttive. Per Batignani la ricchezza delle residenze si trova anche nel rapporto con le persone che lavorano in questi luoghi, dalla comunicazione, all’organizzazione, agli allestimenti.
Passando ad analizzare la questione emersa per quanto riguarda la polarità fra stabilità e nomadismo, l’intervento la paragona a un albero: per dare frutti, il suo radicamento è importante quanto la possibilità di essere impollinato, quindi aperto al resto del mondo.

Renzo Boldrini // Giallo Mare Minimal Teatro
L’intervento passa in rassegna le figure chiave della progettualità che si è sviluppata negli anni e si sta sviluppando oggi intorno alle residenze, attraverso alcuni ringraziamenti a figure, persone e strutture che negli anni si sono impegnate intorno a questa idea:
– la Regione Toscana, che, oltre a non aver tagliato i fondi alla cultura negli ultimi anni, ha costruito un sistema di residenze su fondi propri, dando la possibilità a numerosi soggetti di contribuire alla costruzione della società culturale regionale attraverso forme di democrazia partecipata: il sistema delle residenze toscane è certo perfettibile, ma è un sistema potenzialmente riformatore e già concretamente utile;
– i Comuni, che negli ultimi decenni hanno contribuito anche con investimenti rilevanti alla creazione di progettualità che tenessero conto della comunità;
– i rappresentanti del Ministero a questa iniziativa, che sembrano leggere questo dato di novità con uno sguardo nuovo, non utilizzando i vecchi strumenti di osservazione del sistema teatrale che rischierebbero un’opzione di imbrigliamento di un soggetto in divenire, che non può essere altro che frutto di una concertazione fra sistemi territoriali e quello centrale;
– tutti coloro che negli anni hanno lavorato al sistema delle residenze, elaborando discussioni e relazioni con istituzioni e comunità di pubblico;
– tutti gli osservatori che stanno accompagnando con riflessioni importanti e che, come ha ricordato Franco D’Ippolito (leggi l’intervento al Seminario), hanno il compito di ridefinire lo sguardo, analizzando i prodotti ma anche raccontando il “crocevia di relazioni” (di cui parlava nel prologo Andrea Nanni) fra la dimensione progettuale e quello che c’è intorno.

Luca Ricci // CapoTrave – Kilowatt Festival
Luca Ricci introduce l’intervento con una doppia premessa: da un lato condivide il pensiero di Graziano Graziani, che considera il valore delle residenze nei termini della loro possibile attraversabilità; dall’altro riprende il documento redatto da C.Re.S.Co. per il Prologo, che propone una gestione mista fra Stato ed Enti locali, in quanto questi ultimi hanno la capacità di valorizzare le prospettive diverse dei differenti territori.
L’intervento verte su una riflessione intorno alla “prospettiva depressiva” emersa durante l’incontro, che, evidenziando i dati di marginalità e residualità del sistema, teorizza l’alterità dell’arte rispetto alla società coeva; di contro al rischio di auto-ghettizzazione e di marginalizzazione implicito in questa prospettiva, Luca Ricci sostiene una funzione diversa delle residenze, luoghi vivi che devono interagire con il nostro tempo e la nostra società, trovando, non in forme di chiusura, ma nel dialogo con il mondo, le condizioni dell’arte. L’intervento si chiude con una citazione dal Galileo di Brecht, richiamando il passaggio in cui l’allievo Andrea Sarti, in visita al maestro dopo l’abiura, scopre che aveva continuato a scrivere e, scusandosi per averlo condannato, ricorda come Galileo rispose ai suoi discepoli che lo accusarono di essersi “sporcato le mani”: «Meglio sporche che vuote».

Davide D’Antonio // Residenza I.DRA
D’Antonio, che dirige Residenza I.DRA – Indipendent DRAma Residence a Brescia (una delle residenze lombarde, ndr), pone l’accento sui concetti di progettualità e trasparenza. L’intervento si concentra sul dato di differenza che rappresentano e dovrebbero rappresentare le residenze rispetto ai sistemi esistenti: da un lato la necessità di legare le residenze a una prospettiva progettuale (a differenza, ad esempio, delle stabilità), dall’altro di lavorare a sistemi di trasparenza, ponendo obiettivi e regole chiare. D’Antonio chiude rilevando come, nonostante sia difficile normare un panorama vario e differenziato come quello delle residenze, sia necessario stabilire criteri di progettualità e trasparenza.

Carolina Taddei // Culture Attive
L’intervento, pur provenendo dal contesto delle arti contemporanee, manifesta la necessità di mettere in relazione i diversi ambiti disciplinari.
Ad esempio, il modello delle residenze rappresenta una grande opportunità per la produzione di nuove opere, ma nelle arti visive le istituzioni stanno gestendo la questione attraverso la modalità delle gare, con criteri di selezione che privilegiano le grandi strutture.
In particolare, in questo momento di crisi, bisognerebbe risolvere il problema del settorialismo italiano, facendo squadra con chi crede nella cultura e nelle residenze e rientrando insieme nella società, per sostenere la creatività di tutti e la cultura del nostro Paese.

Enrico Falaschi // Teatrino dei Fondi – Titivillus Mostre Editoria
L’intervento ripercorre, condividendo il contributo di Renzo Boldrini, la vicenda delle residenze toscane: è un processo lungo che, dopo decenni, ha trovato concretizzazione in una legge regionale fondamentale, che assegna a strutture private un sostegno di lunga durata (triennale) su cui poter calcolare la propria progettualità e sostenibilità e i cui frutti continueranno a crescere nel prossimo triennio. A partire da questa esperienza, Falaschi individua alcune questioni nodali per il tema delle residenze: le economie che intrecciano contributo pubblico e esportazione delle proprie attività (spettacoli, attività formative, libri, mostre, ecc.), l’intervento nella dimensione occupazionale (creazione di posti di lavoro), la necessaria differenziazione delle attività e delle idee di teatro (che ogni residenza deve individuare secondo la propria progettualità), ma accompagnata dalla garanzia di ospitalità ampia, che dia spazio a una varietà artistica aperta capace di coltivare il proprio pubblico. L’intervento si chiude individuando nell’esperienza toscana un possibile modello su scala nazionale, che ogni regione dovrebbe poi declinare rispetto al proprio territorio.

Gimmi Basilotta // Piemonte delle Residenze – Compagnia Il Melarancio
L’intervento ripercorre la storia delle Residenze Multidisciplinari in Piemonte e si concentra sulle recenti difficoltà incontrate dal sistema di residenze piemontese, attribuendo parte della responsabilità delle attuali condizioni di incertezza all’incapacità delle residenze stesse di dimostrarsi necessarie per la Regione.
Basilotta, pur sostenendo la possibilità di cambiare le direzioni delle residenze, insiste sull’identificazione fra il direttore artistico e la compagnia che gestisce la struttura, dunque sulla dimensione dei rapporti fra territorio/comunità e progettualità costruite intorno a esso.
L’intervento, infine, richiama un punto emerso dal contributo di Attilio Scarpellini, rilevando le enormi difficoltà che si presentano per le imprese di spettacolo nel conciliare il livello artistico-produttivo in un sistema condizionato dal nomadismo e il lavoro di radicamento sul territorio legato alla forma residenziale; in proposito, Basilotta rivendica la necessità di modificare la struttura della propria compagnia, la sua poetica e le sue modalità produttive in coincidenza di un progetto di residenza.

Velia Papa // Inteatro
L’intervento in primis richiama alcune questioni sollevate dal contributo introduttivo di Andrea Porcheddu: la crescente pressione esercitata sui gruppi (soprattutto i più giovani) nel contesto di una richiesta di iper-produttività da parte del sistema; lo sfilacciamento dei processi produttivi e le dinamiche in cui tale innaturale frammentazione si riflette sul lavoro e sui percorsi artistici.
Papa propone di guardare ad altri mondi produttivi per comprendere come affrontare queste questioni e di impegnarsi nella costruzione di reti, progetto che rileva particolarmente difficile nel contesto artistico italiano. Ad esempio, si potrebbe contrastare la frammentazione del processo produttivo costruendo reti fra strutture co-produttrici per gestire tale percorso dall’inizio alla fine.

Andrea Porcheddu
Porcheddu conclude rilevando i tentativi di rinnovamento da parte della critica per essere in ascolto e presenti il più possibile.

EMANUELE VALENTI
Crediti e debiti formativi delle residenze
Al regista della Compagnia Punta Corsara di Napoli, quarto curatore dell’Incontro pubblico Nobiltà e miseria, è stato affidato il tema della formazione nel contesto delle residenze, viste come officine di creazione, vere e proprie “botteghe” dove lavorano degli artigiani, dove si produce e si insegna a fare teatro.
La residenza è intesa qui come lavoro e trasmissione; ossia segue un processo di appropriazione di un tipo di insegnamento che viene fatto proprio e restituito sotto forma di “tradimento”: ma in questo “tradimento” avviene un grande scambio. La bottega restituisce quell’aspetto materiale di pratica quotidiana, prezioso per chi fa questa professione e identifica un luogo di artigiani, dove se da una parte si produce, dall’altra s’insegna: “andare a bottega” è andare a imparare un mestiere.
Sostiene Valenti che formazione e ricerca vadano di pari passo. Si può parlare di “cultura del laboratorio”, che è insita all’idea stessa delle residenze, attraversata da saperi diversi che si sedimentano e trasformano i luoghi al loro passaggio, aiutando a creare un’identità.
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Fabio Biondi
L’intervento è un tentativo di riportare in luce i punti nodali del progetto Nobiltà e miseria, sottolineando come non si voglia certificare o dire che cosa siano le residenze, ma capire se sono qualcosa di antico con il compito di raccontare il tempo presente. C’è una storia e una geografia italiana che ne impedisce una lettura unitaria, ma le residenze sono portatrici di bellezza, hanno elementi di rigenerazione del teatro e hanno uno sguardo multiplo. Il problema, secondo Biondi, sta nel non ereditare né proiettare in avanti gli errori commessi in precedenza – in quanto le residenze non sono dei sottomodelli – ma si dovrebbero comprendere ed esaltare le differenze per fare delle residenze uno strumento rivoluzionario, riconoscendone inoltre il valore nel rapporto tra progetto artistico, territorio e pubblico; tra necessità e vocazione. Il potere delle residenze è la possibilità di mischiare i piani, creare dei cortocircuiti e consentire di trovare una scommessa diversa dal passato che porti a una vera comunità, proponendo un sogno nuovo che tenga conto anche delle necessità.

Andrea Paciotto // La MaMa Umbria International
L’intervento racconta l’esperienza de La MaMa International di Spoleto con riferimento a Ellen Stewart, fondatrice de La MaMa di New York, che nutrendo una grande passione per le persone che facevano teatro, lasciò il suo lavoro di designer per seguire questa professione, scegliendo così la povertà rispetto alla ricchezza della moda. Paciotto, pur riconoscendo l’importanza delle istituzioni, afferma che per le realtà residenziali è difficile adeguarsi ai parametri ministeriali che non rispondono alle diverse nature dei progetti artistici. La rivoluzione qui auspicata dovrebbe iniziare dal non pensare che si debba dipendere da qualcuno – dalle istituzioni in primis – per il sostegno economico del lavoro, ma si dovrebbe trovare il modo per inventare il teatro perché questa è la tradizione da cui veniamo.
Inoltre l’augurio è che il Ministero presti maggiore attenzione alle specificità dei luoghi e agli operatori che agiscono già su un territorio, riconoscendoli e individuando delle situazioni di sostegno specifiche che si adattino all’esistente.

Massimo Munaro // Teatro del Lemming
Il direttore del Teatro del Lemming richiama l’intervento di Andrea Porcheddu in riferimento all’utilità rappresentata dalle residenze per le nuove generazioni, a cui aggiunge anche il ruolo che esse dovrebbero svolgere a favore della ricerca teatrale.
Una residenza dovrebbe infatti occuparsi di un’attività produttiva che abbia tempo di fare un lavoro di ricerca; dovrebbe ripensare all’ospitalità, per adeguarsi alle specificità dei gruppi teatrali; dovrebbe consentire scambi di esperienze, secondo una logica che permetta a un progetto di residenza di spostarsi da un territorio all’altro.
Occorre ripensare al modo di intendere le residenze: non possono essere solo spazi in cui presentare uno spettacolo ma piuttosto luoghi della trasmissione di saperi dove maestri incontrano giovani attori, e dove un artista residente ospita altri artisti, per rendere fecondo e produttivo l’incontro.
Sostiene Munaro che il sistema delle residenze non può essere di competenza regionale, sarebbe pericoloso perché dipende dal territorio di riferimento; purtroppo non tutte le Regioni sono come la Toscana e ad esempio, in Veneto, in mancanza di un regolamento sul teatro, non sarebbe percepita l’importanza delle residenze. Il teatro costruisce comunità ma non si lega unicamente al territorio di appartenenza, ogni volta il senso della comunità si ridefinisce nell’incontro con gli spettatori.

Lorenzo Donati // Altre Velocità
Il critico registra come la discussione si sia sviluppata in modo troppo eterogeneo quando in realtà le residenze si caratterizzano per una loro molteplicità.
Riallacciandosi all’intervento di Porcheddu, Donati riprende il concetto di conflitto inteso come possibilità per spostare l’orizzonte dell’esistente e sottolinea come le conflittualità che emergono dovrebbero essere portate come concretezza di cambiamento anche legislativo. La residenza, data la situazione disastrosa del sistema teatro (pubblico, privato e d’innovazione) è considerata come un piano alternativo per le compagnie che non hanno circuitazione, è questo un dato negativo almeno sul piano delle estetiche in quanto l’attuale situazione può creare degli ottimi organizzatori ma non buoni artisti. Forse un punto fondamentale dal quale ripartire per definire un orizzonte delle residenze potrebbe rintracciarsi nel tenere in maggiore considerazione il pubblico, un fattore non così scontato; ripartire dall’essere spettatori ponendosi delle questioni concrete. Si potrebbero avviare, all’interno delle residenze, dei percorsi di discussione critica con gli spettatori. Ma per far questo, conclude Donati, servirebbe un mutamento della legislazione.

Saveria Teston // architetto e urbanista
L’intervento è mirato a ribadire la necessità di unire le forze tra discipline, materie, lavori differenti, affinché si realizzino dei sogni. La speranza è sempre viva, è come un’attesa che qualcosa possa succedere. Saveria Teston chiede agli artisti, ai critici e agli operatori del settore teatro presenti all’incontro di avere chiaro l’obiettivo finale, di mettere a fuoco il sogno, l’idea e l’utopia perché chi si occupa di rigenerazione urbana è a disposizione per cercare di realizzarla, sottolineando come l’intersettorialità sia fondamentale.

GERARDO GUCCINI
Guccini conclude l’Incontro pubblico con un segno di forte ottimismo, evidenziando come l’attiva partecipazione degli invitati denoti una condivisa ricerca di senso rispetto all’argomento presentato. Tale ricerca si contamina con il reale e si fa premessa del suo mutamento.

 

 

 

* Ringraziamo Mauro Baratti per la registrazione audio e video