Arrendersi al coraggio – Roberto Latini | Fortebraccio Teatro

| 30 settembre 2016

Arrendersi al coraggio

La figurina che propongo si articola attraverso una piccola serie di figurine anche fuori da un Album che possa contenerle.
Scelgo di rispondere all’invito in una modalità che mi sembra possa intonarsi alla frammentarietà di pensieri che ogni giorno fanno da satellite a quelli orbitanti nel mio quotidiano.
Riflessioni senza destinazione apparente, senza pretesa, collegate tra di loro in qualche modo, eppure indipendenti una dall’altra, utili forse ad altro, ad altri, ma che arrivano senza avvisare e restano in circolo, nel circo dei pensieri sul contemporaneo. Le metto in una possibile condivisione, nello sforzo, premiante o no, di una definizione e sapendo che giuste o sbagliate, banali o interessanti, sono semplicemente quelle che vengono da tutto
il tempo del mio lavoro.

VISIBILITA’ e TENITURA: queste due categorie sono quelle che ho messo a fuoco fin dagli inizi. Essere visibili e difendersi dall’occasionalità del teatro a consumo. Sono nato e cresciuto a Roma e gli anni ’90 sono trascorsi nella resistenza feroce di prove e spettacoli organizzati un po’ ovunque, senza capacità di dare continuità al passaggio precedente o destinazione a quello successivo. Ogni volta dovevo tenermi nella chiarezza del fare e proteggerlo dalle insidie del necessario. Voglio dire che per circa dieci anni, mi sono organizzato da solo, inventandomi repliche e occasioni di spettacolo nelle più disparate condizioni e situazioni. Ho girato e rigirato teatri, teatrini, centri sociali, culturali, case, cantine, cortili, strade, giardini, pub, discoteche.., cercando forme di associazionismo e confronto che potessero essere le più costruttive possibili. Era – e credo sia ancora nelle sue variazioni su tema – la normalità di un sistema senza sistema. Ho fondato tre compagnie diverse, organizzato rassegne, aderito a percorsi in condivisione. Ho costruito o cercato di farlo dandomi prospettiva.
Essere invitato in una residenza “ufficiale” è stato un passaggio fondamentale soprattutto da un punto di vista mentale. Voleva dire, fondamentalmente, che qualcuno mi stava dando la possibilità di non sentirmi da solo in questo percorso, che mi dava la concretezza di una fiducia tradotta in servizi, collaborazione, ascolto. La sensazione di condivisione possibile, anche solo potenziale, è stata la più preziosa. Da allora in poi ho avuto tante altre occasioni, fino alla possibilità concreta di programmi in condivisione, di pensieri dialoganti, soprattutto, ripeto, di prospettiva. Visibilità e Tenitura sono state così nel tempo tradotte costantemente e costantemente reinterpretate. È cambiato nel tempo il senso e necessariamente la sensibilità, ma credo sia rimasta immutata la percezione sensibile della questione. Lavorare, lavorare meglio, lavorare nella dignità del lavoro.
Quando sono stato responsabile della direzione artistica del Teatro San Martino di Bologna, dal 2007 al 2012, ho cercato di dare declinazione a questa dimensione e accompagnare il più possibile i periodi di residenza degli artisti ospiti offrendo loro quello che avevamo: servizi, tempo, spazio e la libertà di autoprogrammarsi. È questo un aspetto fondamentale di quel quinquennio, perché quella che definisco ora “libertà” era semplicemente una necessità. Le residenze sono l’evidenza eccezionale e l’eccezione evidente di un dispositivo inceppato, incagliato nella pratica dei praticismo, la reazione reazionaria alla consuetudine senza prassi del sistema teatrale italiano. Le residenze sono state la denuncia del vuoto, organizzativo, legislativo, strutturale. E anche una soluzione possibile, ma credo che la differenza non sia nel fare, ma nel fare coscienziosamente. Tenersi in una parola che ne convoca tante altre: responsabilità.

RESPONSABILITA’: Il Teatro è una responsabilità. Non costruisco spettacoli mandando in scena la mia “artisticità”. Credo che quella interessi davvero poco e sia roba anche pericolosa. Ho il pensiero costante che non sia il fine, ma il mezzo. Io costruisco proposte “attraverso la mia artisticità”; la metto al servizio di qualcosa d’altro, la sollecito, misuro, definisco, sfinisco, tendendo alle immagini dell’immaginazione. Ho la necessità di pensarmi nel procedere singolo e collettivo del Teatro, nelle sue conquiste, nelle sue diramazioni, senza detenere niente, senza essere il depositario o lo spacciatore di teatro. Non apro il sipario per dare acqua agli assetati, cerco di ridefinire “acqua” insieme al pubblico, attraverso la sete, il suo concetto e l’interpretazione della sua irrapresentabilità. Provo a farlo, in ascolto e relazione; provo a farlo, convinto che la cosa più importante sia essere in e nel dialogo.

DIALOGO: sembra scontato ed è incredibile, da non crederci, quanto invece il sistema teatro dimentichi spesso questo passaggio, quanto le proposte teatrali siano minate all’origine o minacciate nel loro sviluppo. È incredibile, o tanto difficile da credere, perché per mantenerci nel piccolo metro quadro che ci tiene in piedi sopportiamo costantemente la mortificazione del sopravvivere o dell’essere sopravvivibili.
Siamo purtroppo il prodotto e non la produzione.
Dovremmo cercare di ribaltare questa dimensione e abbiamo bisogno di situazioni di condivisione e confronto. Abbiamo bisogno di una parola ogni giorno complicata, così ingombrante da risultare scomoda, eppure necessaria, al centro di ogni centro. Questa parola non è degna spesso di se stessa, somiglia qualche volta al suo significato, ma tante altre è chiacchiera senza fatti, o nemmeno nella finzione del tenersi lì nei pressi: il Coraggio.

CORAGGIO: Tenersi nel, attenersi. Il Coraggio è una disposizione, non è una dimensione, è un atteggiamento, ormai spesso una speranza.
Cosa stiamo facendo e in che modo cerchiamo di farlo? Cosa vorremmo fare? Dico che dobbiamo “arrenderci al coraggio”. Dico che dovremmo smettere di interpretare la paura e corteggiarla per avere da questa il permesso del fare e del proporre. Il Teatro ha bisogno di aprire il sipario sul limite, non può rintanarsi in quanto già conquistato e conosciuto. Dobbiamo vivere sul confine.

CONFINE: Il confine è davvero quasi tutto. Il concetto che mi porto è in movimento, è quello di un confine mobile. La sua indefinizione costante, la metamorfosi del suo costante mutar di forma e spazio e suono. La certezza che il Teatro quando accade, accade lì e da lì solo può continuare.

CONTINUARE: ………………………………………………………………………………………………………………………..
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Roberto Latini
Fortebraccio Teatro

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