Un monumento alle residenze – Andrea Falcone

| 10 marzo 2015

Un monumento alle residenze (buttiamolo giù)

Inutile nasconderlo, rispetto a molti dei professionisti invitati a prendere parte a questo progetto, io sono giovane e inesperto. Proprio per questo, preferisco lasciare da parte il racconto delle mie esperienze di “artista residente” per raccontare un’idea, sperando che sia un’idea utile al dibattito.

Questo, per la mia compagnia e non solo, è un momento d’incertezza. Le difficoltà che troviamo nel pianificare dal punto di vista economico, produttivo e artistico il nostro futuro, si specchiano in difficoltà analoghe di colleghi o enti con cui normalmente collaboriamo. In un momento del genere, l’emergere di un nuovo punto di riferimento, quello delle Residenze, o della Rete delle Residenze, diventa un evento cruciale, sul quale non si risparmiano sogni e aspettative.

La tentazione, naturalmente, è quella di guardare a quest’evento come alla soluzione per tutte quelle esigenze che non trovano risposta altrove: le difficoltà di produzione, la necessità di circuitazione, il desiderio di rapporto col pubblico.

Il ruolo delle residenze sarà allora questo? Supplire ai teatri, per svolgere proprio quelle funzioni per cui i teatri sono stati costruiti e finanziati? O anche, essere una nuova qualifica per quegli stessi teatri, in modo che abbiano un motivo in più (almeno finanziario) per fare meglio quello prima avevano o non avevano già fatto?
O ancora, essere luoghi diversi ma simili, un nuovo anello della catena, l’ultimo girone nell’aldiquà teatrale, in cui quelle medesime funzioni sono svolte con sensibilità nuova da soggetti diversi?

La residenza potrebbe mostrare che in periferia, in piccolo, in alcuni casi, ad alcune condizioni, le cose davvero funzionano come sono state pensate. Sarebbe una piccola concessione all’ideale, all’interno del solito, scatenato, sistema teatrale. Anche nella migliore delle ipotesi, la Residenza diventerebbe così un riferimento, l’immagine idealizzata di un sistema, il suo monumento. Ma i monumenti si fanno ai morti. In più, di solito, raccolgono in sé troppe caratteristiche positive, per non rinchiudere ciò che rappresentano in gabbia, disinnescando ogni possibilità di trarne un praticabile modello.

Una possibilità del tutto diversa è pensare che con la Residenza arrivino nei quartieri, nelle città, nei teatri stessi spazi con caratteristiche e obiettivi del tutto diversi, capaci di attrarre nuovo pubblico, intercettare nuove forme di finanziamento, delineare delle azioni sul territorio diverse dalla semplice circuitazione.

Luoghi sgombri, sia in senso letterale, sia in senso lato. Luoghi che non ripropongano lo stesso modello di rapporti stabiliti tra compagnie e teatri, le stesse possibilità, gli stessi vicoli ciechi, carichi solamente di un senso di urgenza ulteriore, un’ansia da fine del mondo, la percezione di essere un “esempio”, una “pratica”, “l’eremo”. Tutto questo suonerebbe troppo religioso, per non apparire equivoco.

Quello che mi auguro di trovare è la Residenza come spazio vuoto, inserito nel suo tempo. Uno spazio fisico tenuto aperto con l’obiettivo abbastanza pragmatico di rendere visibili i professionisti dell’arte alla comunità del loro quartiere, meglio ancora della loro città, o della loro Regione. Un luogo a vocazione veramente multidisciplinare e disposto per questo in modo diverso da una sala teatrale. Uno spazio in cui opera un’organizzazione capace di sostenere e intrecciare momenti di formazione, mostra o dibattito. Nella migliore delle ipotesi, un osservatorio culturale e politico, dove è possibile mettere in campo posizioni e attività diverse, senza alcun bisogno di unificarle in un partito, una frangia, un qualche tipo di attivismo che si ripete uguale nel tempo.

Magari dotato di una direzione artistica aperta, neutrale, non vincolata a una scelta poetica, a un’affermazione politica, ma solo a una domanda di relazione col territorio, a una possibilità di elaborare strategie e azioni per il futuro. E la sala prove? E la possibilità di realizzare momenti di sharing o dimostrazione? Sono funzioni importanti legate allo spazio, ma non credo che da sole ne debbano caratterizzare l’identità e l’aspetto.

Tutto questo, per la mia compagnia, in parte è già accaduto con esperienze ospitate da enti pubblici e privati, festival e compagnie di produzione. Come ho scritto, è un momento di cambiamento e non solo per noi: in modo simile e autonomo, spazi vecchi e nuovi nella regione dove operiamo stanno provando a rinnovarsi e a rinnovare e il panorama artistico locale. In questo momento di cambiamento, penso che non ci sia nulla da perdere, se non la possibilità di ripensare in modo nuovo alla propria pratica, trovando strumenti diversi per realizzare la stessa ambizione di sempre. In questo senso, la Residenza si configura davvero come atto, un atto in grado di modificare le strutture che lo vorranno accogliere, i quartieri di queste strutture, i progetti futuri delle città che contengono questi quartieri.

A chi lo deve raccontare, a chi lo deve normare, rimane tutta la difficoltà di seguirlo nella sua evoluzione, tenendo viva la sua capacità di trasformarsi e trasformare il proprio settore, a costo di abbattere qualche monumento.

Andrea Falcone
inQuanto Teatro

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Category: figurine

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