Spostamenti e attraversamenti – Michele Bandini

| 20 maggio 2014

Spostamenti e attraversamenti

La residenza è un luogo e un tempo dedicato.
È un’alternativa necessaria alle dinamiche di produzione dettate dal mercato.

Il mio percorso di ricerca e di lavoro si articola sempre a partire da uno spostamento, linguistico e intellettuale, fisico/geografico; la creazione, per me, si articola a partire dallo spostamento rispetto al proprio asse biografico, creativo e metodologico. C’è un punto di partenza, una tensione; la fragilità del percorso che conduce all’opera è condizionata dalla strada, dalle possibili variabili di direzione, di terreno in cui il cammino s’interrompe e si fa accidentale, pericoloso, faticoso, fatto di sentieri ripidi, discese impreviste.

L’opera ha bisogno del tempo dello smarrimento, delle variabili; ha bisogno di tutte le stagioni, della calma del pensiero e della furia dell’azione; il percorso creativo deve poter attraversare città e campagne, dalle metropolitane ai valichi di montagna, dall’asfalto al sentiero scosceso, dalla stanza buia alla vetta primaverile.

In questo panorama metaforico per me s’inquadra la residenza, per la sua caratteristica di dislocazione, di separazione, in cui si effettua una ricerca di natura effimera e aleatoria che non necessariamente deve essere volta alla produzione artistica intesa in modo tradizionale.

In particolare negli ultimi quattro anni il mio percorso di ricerca si è articolato in periodi di residenza, realizzati tra Castiglioncello, ospitato da “Armunia”, Santarcangelo di Romagna, ospitato dal Festival, Ravenna, ospitato da Ravenna Teatro e il Teatro delle Albe e Terni, ospitato da Indisciplinarte del Caos e da Demetra di Palmetta.

Il periodo di residenza deve necessariamente finire con un momento di confronto con coloro che ospitano, mostrando frammenti di lavoro; lo ritengo un momento d’incontro, centrale per il percorso di ricerca, uno snodo fondamentale per confermare o smentire un esito lavorativo diviso in fasi. Il momento di confronto è un passaggio molto utile alla creazione, soprattutto nella misura in cui spesso mina dalle fondamenta gli elementi formali su cui poggia l’intero progetto creativo, suscitando momenti di riflessione; questo momento di esposizione di debolezza, di fragilità, che caratterizza ogni fase di elaborazione, permette spesso di approfondire, anche se talvolta per via negativa, le istanze fondative del proprio fare, permettendo lo spostamento o il radicamento di un’ idea, rafforzando o mettendo in discussione quel fragile equilibrio tra sentire e fare.

La residenza è per me un fondamentale momento di ascolto, di sé, dei propri collaboratori; è un ascolto selettivo, vigile, un momento di abbandono e di sintesi, un momento di sfocamento e di messa a fuoco al tempo stesso, dal tremito e dallo smarrimento alla certezza della scelta.

La residenza è ‘abitare’ in un senso più radicale; ogni gesto quotidiano si inscrive nel percorso di lavoro: il momento del pasto, fatto o saltato, il dormire, la condivisione dei luoghi che non ti appartengono, permettono di sentirti, in qualche modo, straniero e a casa al tempo stesso.

È di questa modalità nomade che si alimenta l’opera nutrendosi dei luoghi e degli incontri. Negli ultimi due miei lavori, per quanto avessi a disposizione per brevi periodi un luogo dove provare anche nella mia città, Foligno, non sono mai riuscito a lavorare in modo fertile come lavorando in altri contesti. Penso che la separazione e lo spostamento siano una condizione necessaria alla ricerca. Il proprio spazio nella mia visione può e deve essere punto di partenza e di ritorno, ma il percorso deve necessariamente farsi lungo altre strade.

La residenza non è e non può essere il proprio ‘domicilio’, deve essere altro da sé, e in questo attraversamento si inquadra per me il suo valore di innesco creativo.

Credo fermamente che la condizione necessaria alla realizzazione di un’opera sia la possibilità per l’artista di lavorare con il tempo, ma con un tempo scisso: da un lato il tempo della ricerca, dell’ascolto, un tempo materico, scomposto in caos, intuizioni, visioni e tentativi; dall’altro il tempo della sintesi, della forma vitale, in cui si delineano le possibilità attraversate e si concretizza il percorso, si giunge al compimento.

A questa modalità produttiva alternativa, che tiene conto dei tempi e dei luoghi della creazione, però, sempre più spesso manca il sostegno economico. La residenza si esaurisce nel supporto logistico, che è già molto, ma purtroppo non abbastanza. Il problema si aggiunge ad un contesto di crisi più ampio, si intreccia con la problematica relativa alla distribuzione, condizionando e minando in profondità la sussistenza quotidiana delle compagnie e degli artisti.

Non avere sostegno produttivo e non avere date a cachet significa la morte del teatro, come arte, ma soprattutto come mestiere, alimentando un’amatorialità mascherata da professionismo e sostenuta da enti locali che in molti contesti, dalle grandi città fino alle cittadine di provincia, impoverisce e svilisce il fare arte abbassando a livelli preoccupanti la qualità dei lavori proposti, la serietà e la profondità dei percorsi di ricerca.

In questo panorama le strutture residenziali dovrebbero porsi come unica possibilità di sostegno e cura per l’arte teatrale, sacrificando una parte dei fondi utilizzati per il mantenimento della struttura stessa per sostenere, anche se con poco, quell’attività artistica che è il fondamento e la ragion d’essere delle strutture stesse. In questa ottica, operatore e artista dovrebbero essere posti sullo stesso piano, perché l’uno dipende dall’altro, in una sinergia che dovrebbe portare nella stessa direzione. Lo stipendio dell’amministratore dovrebbe avere la stessa importanza del compenso dell’artista.

Michele Bandini

Michele Bandini, attore, regista e drammaturgo di Foligno, ha lavorato come attore diretto da Marco Martinelli, Maurizio Lupinelli, Gigi dall’Aglio, Butch Morris. È il co-fondatore della compagnia ZoeTeatro con cui ha realizzato spettacoli prodotti dal Teatro Stabile dell’Umbria, dal 2005. Ha co-diretto la prima messa in scena italiana del testo The Infant di Oliver Lansley. È guida dei laboratori teatrali della Non-Scuola ravennate dal 2004. Ha partecipato a radiodrammi per Radio Due Rai e per RTSI (radio svizzera). Nel settembre 2010 ha intrapreso un percorso di ricerca artistica autonomo e ha debuttato in Luglio 2011 con il suo primo lavoro Concerto In Se Minore. Attualmente è impegnato nella tournée del secondo progetto dal titolo B-Sogno che ha debuttato nel 2013, il testo è stato pubblicato sulla rivista Lo Straniero del mese di Marzo 2014. Esperto di pedagogia teatrale realizza progetti con i giovani, bambini e adolescenti, a Santarcangelo di Romagna, Ravenna, Foligno e Napoli. Dal 2012 cura la regia degli spettacoli del progetto di circo/teatro sociale Salti Immortali del gruppo Circo Corsaro realizzato a Napoli nel quartiere di Scampia. È il direttore artistico, insieme a Emiliano Pergolari, del nuovo spazio Zut a Foligno.

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Category: figurine

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