Dialogo sulle residenze – Rossella Viti | Vocabolomacchia teatro.studio – Verdecoprente festival

| 24 settembre 2014

Raccolgo queste righe sviluppando un dialogo di pochi mesi fa sulle residenze. L’interlocutore di allora si fa più ampio ed anche credo il mio sguardo, mentre si avvia alla conclusione la mia seconda intensa esperienza di titolare di residenze artistiche: in due anni 16 compagnie hanno abitato Verdecoprente festival, lasciando importanti tracce su questo nuovo ‘dialogo’ a distanza.

Al mio primo interlocutore devo l’incontro con molte domande che effettivamente si affollano sulla scena delle residenze, domande che hanno risposte chiare e piuttosto condivisibili, come “la residenza è una risorsa per il processo creativo?” ma che nello stesso tempo ci pongono di fronte ad una nebulosa di esigenze e punti di vista assai diversi, le stesse che la galassia ‘scena, produzione, processo’ mette continuamente in campo, riflettendosi in tutta la sua complessità in quell’esperienza dal nome nuovo ma dall’essenza antica che sono le residenze creative. Una riflessione guidata da un’altra domanda: “Le residenze ci dicono che sono cambiati i tempi e i modi di produzione? Che al modello novecentesco dell’attingere costantemente al repertorio, si sostituisce una pratica in cui il tempo di creazione di uno spettacolo può durare mesi, costruirsi attraverso fasi di ricerca distanti nel tempo, in spazi diversi, a contatto con realtà diverse, abitudini e abitanti diversi?”

Penso di si, che stiano cambiando tempi e modi di produzione, ci sono meno risorse economiche e nella ricerca di minor spreco qualcuno riscopre valori e pratiche che il 900 però ci aveva ben insegnato, con il teatro dei gruppi, il lavoro del regista (pedagogo), la drammaturgia dell’attore che studia il corpo e scopre la sua poetica, nella drammaturgia che nasce nelle prove ed è spesso scrittura collettiva, scrittura per la scena che non è testo letterario o copione di repertorio, non solo parola verbale, nelle lunghe sessioni che sono improvvisazione prima ancora di essere prove, nelle esperienze dei teatri fuori dai teatri, nella denuncia civile e nel teatro in contesti di guerra, nella scoperta dello spettatore ‘in presenza’. Nei viaggi verso maestri, persone, contesti, in grado di farsi specchio del tuo cammino e di nutrire il processo che stai seguendo. In sintesi nella scoperta del teatro come forte categoria comunicativa e relazionale, un ‘gioco’ che lo spinge con forza ad invadere altri campi ed a stringere alleanze, capace com’è di creare nuovi rapporti con persone e pensieri, ambienti e linguaggi. Non a caso il 900 è anche l’alba del teatro e dell’arte terapia e del teatro sociale che hanno creato domande a cui forse la nuova drammaturgia continua a rispondere.

In molti di questi contesti è sempre il processo, e non il prodotto, al centro del percorso, elemento coagulante e nutriente, necessario e a volte scelto come strada che esclude la restituzione pubblica, la produzione finale. Tutta la cultura teatrale del 900 è attraversata e rappresentata dalla molteplicità e dalla ricchezza di questi percorsi, di maestri illustri o di illustri sconosciuti. Percorsi e storie che una certa cultura accademica dal pensiero e dalla pratica di stampo ottocentesco, ma attenta alla commerciabilità del prodotto, ha sempre tentato di ignorare, definendo come elitaria, sperimentale con accezione negativa, marginale e diversa tutta la scena che ha mosso e sostenuto, con la voce dell’attore, il suo pensiero critico, la consapevolezza del corpo e delle sue pulsioni, l’esperienza vera e totale della partecipazione all’atto performativo. E’ in questo spazio, a mio avviso, che si incontra la scena contemporanea.

Se è vero che in questi ultimi anni si vanno riscoprendo queste visioni, è anche vero che sono la testimonianza e la traccia di un procedere incessante e silenzioso. Il percorso che può offrire l’esperienza di residenza penso sia proprio nella sua possibilità di farsi spazio e tempo sospeso che crea (può creare) le condizioni necessarie per seguire altri tempi – spazio, quelli del processo creativo. E allontanarsi dalla preoccupazione di una risposta performativa ‘adeguata’, comprensibile , spendibile nell’immediato. E’ una questione di tempi e del respiro che portano con sé, aprendosi in ritmi che si nutrono di incontri, scambi, esplorazioni, di altre domande.

Convinta che il contesto italiano sia in movimento e che non dovrebbe perdere l’occasione politica di confrontarsi e costruire nel pensiero collettivo, come non fa in genere la politica istituzionale, senza ipocrisie e paure di perdere terreni conquistati, considero la residenza un ‘luogo sacro’ abitato dalla ‘possibilità’, e così la chiamo a prescindere dall’abito di cui si veste. Una possibilità che ha sostanza nella non-forma, nella fluidità dell’attraversamento e dell’abitare. Residenza come Paesaggio in divenire, architettura del tempo sospeso, concretamente tessuta sul contesto e sulla comunità di riferimento, che sia un’altra realtà artistica, organizzativa, sociale.

Alimentata da uno sguardo collettivo e strutturato a livello locale, ma non solo, la residenza va sostenuta come progetto artistico culturale in una sistema nazionale, riconosciuta come risorsa, valore necessario, bene comune.

Siamo sicuri che questa sia una nuova visione? Forse è più visione da rinnovare e da leggere con sguardo contemporaneo, ponendosi di fronte ad alcuni nodi da sciogliere, che pongo in forma di domanda: con quale velocità e leggerezza sarebbe consumata e spazzata via la ‘nuova visione’ se improvvisamente si tornasse in tempi di ricchezza e risorse? quanto il pensiero di chi fa, produce, organizza arte si sofferma sul riconoscere a questa diversa modalità di lavoro il suo reale valore? quanto rischiamo che una certa leggerezza nei confronti di storie che non sono solo il passato storico, ma nostre radici profonde, si trasformi in un fagocitare veloce che consuma senza vedere, o si riduca semplicemente a gestione funzionale e furbetta della rappresentazione in tempi di crisi?

Fra le tante identità che una residenza può assumere nel suo essere in relazione con il contesto di riferimento, non possiamo accettare che si trasformi in escamotage e comoda situazione per antichi problemi, una data di rappresentazione in più, scambi di borderò, visite di cortesia, se non vogliamo schiacciare, per molti anni ancora, il respiro vitale e profondo di cui necessita la scena italiana.

Rossella Viti
Verdecoprente residenze in Festival

 

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Category: figurine

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