Da luogo di esclusione a teatro di accoglienza – Rosita Volani | Olinda

| 17 settembre 2014

Da luogo di esclusione a teatro di accoglienza

Per molti anni abbiamo lavorato nel parco dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, solo d’estate, per il festival Da vicino nessuno è normale si montava un palco grande e uno più piccolo e poi c’inventavamo spazi nuovi. A fine luglio tutto finiva, si smontava e basta. Nel frattempo lavoravamo al sogno di uno spazio al chiuso: la vecchia mensa, che alle prime incursioni carbonare con attori e compagnie appassionate di archeologia industriale, aveva reagito talmente bene da convincerci che era diventata una mensa solo per caso, perché l’anima era di un teatro.
Nel 2008 abbiamo inaugurato il TeatroLaCucina.
La prima domanda che ci siamo posti è stata: ma c’è davvero bisogno di un altro teatro a Milano?

Olinda è un’associazione di volontariato e una cooperativa sociale, all’interno dell’ex manicomio di Milano, lavoriamo da quasi vent’anni a esercizi d’impresa sociale che sono profondamente interdipendenti tra loro: bar e ristorante, ostello e teatro. In questo microcosmo di periferia le residenze si intersecano alla vita dei lavoratori di Olinda con naturalezza, che significa comunque un meticoloso quotidiano allenamento all’accoglienza, in un luogo nato originariamente per l’esclusione.

Dall’inaugurazione del teatro sono trascorsi sei anni, lavorare sulla linea di confine tra teatro, impresa sociale e periferia è per il TeatroLaCucina un nutrimento straordinario con possibilità di incontri e un lusso supremo: la gestione del tempo. Ed è proprio sulla gestione del tempo che il TeatroLaCucina si differenzia dagli altri teatri e può diventare un plus in città.

L’assetto che continuiamo a sperimentare, prevede gran parte del tempo dedicato alle residenze: da settembre ad aprile. Questo ci permette di trasformare un punto debole del luogo (la percezione del pubblico che un teatro in un parco alla periferia della città, sia più difficile da raggiungere nei mesi d’autunno e d’inverno), in un punto di forza. La scelta di non fare programmazione teatrale tradizionale, risulta particolarmente giusta in questo periodo difficile, perché significa poter investire le poche risorse che abbiamo, in progetti di residenza che generano interessanti co-produzioni o collaborazioni alla produzione di spettacoli.
Come teatro di residenza restiamo incastrati in regole create per i teatri di programmazione, per poter agire abbiamo bisogno di elasticità.
Soffriamo quando non riusciamo a proteggere una compagnia dall’obbligo di mostrare al pubblico il frutto del lavoro non finito. Crediamo che le compagnie debbano scegliere se e quando confrontarsi con il pubblico.
Per questo abbiamo deciso di non vincolare a regole le residenze, in modo che con ogni compagnia ospitata si possano definire le modalità di lavoro secondo le necessità del progetto. L’obiettivo è rendere al teatro il tempo della ricerca, come avviene in molti teatri in Europa, dove il tempo è parte fondamentale dell’investimento produttivo. Nei mesi dedicati alle residenze, riusciamo a costruire un calendario con le compagnie che prevede varie tappe di studio e sessioni di prova sino ad arrivare al debutto, scardinando così un vecchio meccanismo che prevede non più di un mese di prova per una messa in scena.

Rosita Volani – Olinda

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