Residenza Resistenza – Maurizio Lupinelli

| 15 maggio 2014

Residenza Resistenza

Ho sempre guardato alla residenza creativa come ad un momento fragile e vitale. L’ho sempre concepito come un punto di partenza per instaurare un dialogo, non solo con l’opera a cui sto lavorando, ma con l’essere in un luogo, per sostare, guardare, percepire e dialogare. La residenza rimane per me un luogo di frontiera, dove poter incontrare persone, creare dei legami, condividere una parte del cammino e accompagnare un pensiero non necessariamente legato all’atto creativo.
In questi ultimi anni sta crescendo l’esperienza delle “residenze creative”. Si offrono spazi ad artisti e compagnie, in un momento così difficile per il teatro. Mi sembra una buona cosa, ma, d’altra parte, mi interrogo sul valore e la necessità di tutto ciò. Mi domando se per residenza si intenda veramente investire sui percorsi degli artisti che abbiano come primo obbiettivo quello di creare relazioni con il luogo e le persone che lo vivono, per poi trarre possibili relazioni con il percorso artistico.
Talvolta, invece, percepisco il rischio che le residenze si riducano a dei contenitori, o mascherino l’impossibilità di sostenere fino in fondo un percorso produttivo, venendo a mancare la vocazione di “ospitare la perdita di tempo”.
Sono domande che mi pongo costantemente e se devo trovare una risposta adeguata mi sento in difficoltà. Credo, in verità, che siano problematiche legate al senso del “fare teatro” oggi, e questo non solo dal punto di vista degli artisti, ma anche dei luoghi istituzionali e non. È necessario, a mio parere, che tutti si pongano degli interrogativi a riguardo. Per il mio lavoro la residenza è un modo per dar vita ad una necessità: trovare un luogo dove si possa “perdere del tempo” per interrogarsi e condividere pensieri, corpi, luoghi, illusioni, inciampi e cadute, dove la creazione sia una chiave per dialogare con l’antichità del presente, che per il mio lavoro si traduce in una parola: “resistenza”. Fortunatamente, nella mia esperienza ho trovato dei luoghi, pur diversi, che avevano per vocazione l’utopia del resistere. Penso a posti come l’ex Manicomio Paolo Pini di Milano, Armunia a Castiglioncello, L’arboreto di Mondaino, dove prima di tutto ci sono persone che sentono il bisogno di ascoltare e ascoltarsi.
In questi ultimi anni il lavoro della compagnia Nerval Teatro si è sempre più concentrato su tematiche che hanno a che fare con il disagio. In un primo tempo con progetti specifici sul territorio di Castiglioncello (LI) assieme a un gruppo di ragazzi disabili della Cooperativa Sociale Nuovo Futuro di Rosignano Marittimo (LI), con il sostegno di Armunia e della Regione Toscana, dando vita ad un laboratorio permanente e realizzando spettacoli, che negli anni hanno avuto un largo seguito a livello nazionale e internazionale.
Dal 2007 la compagnia ha la residenza artistica a Castiglioncello e, grazie al sostegno di Armunia, realizza i progetti sul territorio e le produzioni della compagnia stessa. Credo, dal mio punto di vista che sia il “ sostare” in un luogo che ci dà il senso di un fare che non sia una certezza, nel senso di scoprire quello che non conosciamo. Nel mio caso, da sempre, ho cercato luoghi particolari dove poter incontrare persone che potessero stimolare il mio fare teatro, con la volontà di condividere un pezzetto di strada e di vita in comune e che fossero legate ad un evento artistico e umano, come gli ex degenti del Paolo Pini, i disabili di La Spezia, gli adolescenti di Scampia, gli abitanti del quartiere Le vaschette di Marghera o i disabili di Castiglioncello.
Questi luoghi e questi incontri mi hanno molto influenzato nel portare avanti un discorso sul teatro, sulla sua necessità e il suo perché.
Si parla spesso di “poetica”. È un termine che non condivido, poiché, a mio parere, il teatro nasce là dove c’è la voglia scoprire quello che non c’è. Di conseguenza, quale luogo migliore per il teatro, se non in mezzo alla gente e ai luoghi come punti di partenza per evocare cosa vuol dire oggi essere antichi? Il teatro è antichità, saper guardare l’oggi con lo sguardo degli antenati, per mantenere fertili i sensi e lo sguardo.
Quindi è la pratica del sostare sul campo a creare quelle alchimie che fanno mettere in movimento un pensiero o una visione. L’opera è solo un risultato. Nel lavoro della compagnia prima di tutto è fondamentale capire il perché siamo lì in quel dato momento; l’atto teatrale viene in un secondo tempo. Per noi la cosa fondamentale sono le persone, con la loro vita, il loro modo di essere, le loro aspettative. Tutto questo diventa materiale, si trasforma in una traccia di lavoro che provoca degli intrecci tra noi e loro. È grazie a questo lungo processo che possiamo elaborare materiali per un’eventuale opera, nella quale, per un periodo più o meno lungo, artisti e persone danno vita ad una piccola comunità, che è appunto la vita.

Maurizio Lupinelli
Nerval Teatro

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Category: figurine

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