Residenza come annidamento – Leonardo Delogu

| 3 giugno 2014

Residenza come annidamento

Racchiudere in uno scritto le tensioni poetiche che animano un processo di ricerca ha qualcosa di entusiasmante, dà la sensazione di avere l’opportunità di fermarsi per fare chiarezza soprattutto per se stessi dato che, chi si incammina in un viaggio di conoscenza esperienziale come quello dell’arte, naviga prevalentemente in un territorio sconosciuto, incomprensibile, misterioso, a volte spaventoso. Un viaggio dentro l’ombra indistinta delle cose dove appaiono, improvvisi, inaspettati e rari, degli squarci di chiarezza.
Racchiudere questo viaggio in uno scritto di una pagina e mezza, ha anche qualcosa di violento, nel momento in cui senti che molto è l’indicibile, l’impronunciabile, e che quello che dirai sarà comunque una parte limitata, che non esiste senza quell’ombra costitutiva del processo di creazione. Questo, tanto più se lo strumento attraverso cui s’indaga, è quello del teatro, arte per eccellenza effimera, passeggera, che non lascia tracce, se non qualche riverbero nella memoria di chi è stato testimone.
Parlerò quindi solo di ciò che è venuto alla luce, in una qualche chiarezza, e data la parzialità strutturale di questa azione sarò anche sintetico e lapidario, non per arroganza ma perché come già detto il dicibile è di gran lunga inferiore rispetto all’indicibile, quelle che appaiono come certezze, sono solo una temporanea credenza dentro un mare di indecisione.
Per me il teatro è un percorso di conoscenza e di trasformazione, di cui il visibile (la performance come evento) è solo una manifestazione temporanea.
Da un punto di vista biografico, il procedere dentro un cammino di costruzione di un personale percorso di ricerca, è consistito in maniera prevalente in un viaggio a ritroso, di scarnificazione, per cercare l’architettura primaria che caratterizza il fatto performativo.
La relazione tra lo spazio/tempo, il corpo e lo sguardo/testimone mi sembrano le tre condizioni necessarie.
Per me il teatro è una pratica rituale di abitazione dello spazio e di costruzione di una comunità temporanea.
Per me il teatro è un lavoro di ricucitura del visibile con l’invisibile, risponde alle leggi del dare e dell’avere, ricolloca l’uomo in un rapporto paritario tra sè e il fuori da sè, compensa con l’espressione della bellezza e della vitalità, l’espressione della distruzione e della morte (non entro in ciò che reputo sia bello e vitale e ciò che sia distruttivo e mortifero, ma certo è tutto molto più complesso di un nome).
La direzione verso la quale sto orientando la mia ricerca negli ultimi anni, è quella della relazione tra il corpo e il paesaggio.
Non esiste un corpo senza il paesaggio che lo contiene, come non esiste un paesaggio senza un corpo (umano, animale, vegetale) che lo abita. Non esiste performance se non c’è uno sguardo pronto a raccogliere la relazione che si dispiega tra corpo e paesaggio. In ultimo a fronte di tante energie spese a scandagliare l’interno della psiche e dell’emotività umana, mi sembra che non ci sia differenza tra dentro e fuori e che siamo dentro una sostanziale continuità tra interno ed esterno.
A questo punto diventa fondamentale rispondere alla domanda: quale corpo? quale paesaggio? quale sguardo? per arrivare a dire quale “narrazione” inseguo?
Mi interessa un corpo vero, dentro l’ascolto del proprio bisogno, vicino alla propria fisiologia. Un corpo respirante, attento, in ascolto, trasmittente, vitale. Un corpo in grado di farsi canale, energetico nel senso che è in grado di effettuare dei passaggi di stato non psicologici, ma legati all’assorbimento e traduzione delle forze che lo animano (forza di gravità e antigravità, forze centrifughe e centripete, forze elettriche e campi magnetici). Mi interessa quindi un corpo concreto, in grado di esserlo sia nell’azione che nella stasi apparente. Mi interessa un corpo centrato e allo stesso tempo aperto.
Mi interessa un paesaggio autentico, in cui gli elementi che lo compongono abbiano la possibilità di esprimersi secondo la propria natura, nella realizzazione del proprio potenziale vitale. Questo lo ritrovo fondamentalmente dove la mano dell’uomo ha fatto dei passi indietro rispetto alla propria tendenza al dominio, all’organizzazione spaziale, alla funzionalizzazione dello spazio (Campi incolti, spazi abbandonati, giardini spontanei, bordi, lateralità urbane).
Mi interessa espormi in degli spazi in cui sia ancora possibile entrare in relazione con il potenziale vitale che li anima. Sicuramente non più i luoghi dedicati alla cultura come i teatri.
Non potendo definire lo sguardo che viene a raccogliere il mio lavoro performativo la speranza è quella di contribuire attraverso il lavoro all’allenamento di uno sguardo accogliente in grado di cedere potere e spazio. Mi piace l’idea di contribuire alla costruzione di uno sguardo che retrocede dalla definizione del dettaglio, dalla smania di capire e di nominare. Mi interessa allenare uno sguardo che, lasciandosi attraversare contribuisce al dispiegamento del mondo fuori da sé.
A partire da questo, che forse può sembrare un pesante apparato concettuale, ma che è il frutto di una traduzione verbale della mia esperienza di attraversamento della scena, ho portato il mio lavoro più sulla costruzione di progetti complessi e stratificati che sulla creazione di singoli spettacoli. Progetti che hanno un carattere di temporalità espansa, poco definita, che implicano lo sfondamento in forme non propriamente pertinenti alla scena. Camminate, accampamenti, realizzazione di giardini, conferenze danzate, costruzione di comunità temporanee.
Da questo punto di vista che definirei biologico, nel senso di vicino alle leggi della vita, mi interessa guardare il tema delle residenze. Il tempo delle residenze, mi appare come il tempo dell’annidamento, all’interno dell’utero materno, della cellula fecondata.
Un tempo di gestazione in cui c’è qualcuno che ti accoglie e ti nutre. Questo farsi sponda e appoggio, è esattamente quello che serve affinché l’individuo/progetto creativo, compia il proprio viaggio di crescita, per giungere pronto al momento della venuta alla luce, alla visibilità, allo spettacolo.
La qualità dell’annidamento e della gestazione sono il primo imprinting, sono la forza maggiore che influenza l’esito. Oggi la biologia sta capendo che la qualità dell’intorno è molto più determinante del patrimonio genetico della potenziale creatura. Il dna appare alla biologia come materia inerte, che si muove e si modifica, a seconda delle spinte e delle forze che lo azionano dall’esterno.
Credo che non ci sia un bene e un male, un meglio e un peggio. Ci possono essere delle tendenze che possono fare statistica ma ogni progetto artistico necessità di un contesto a lui proprio. Non credo sia importante definire uno standard. Personalmente però vorrei mettere in evidenza alcune cose, rimanendo nel parallelismo con la creazione biologica.
Il feto per nascere ha bisogno di tempo, di calore, di umidità, e di nutrimento. Queste sono le cose basilari, poi possiamo sperimentare cosa succede se gli facciamo ascoltare Mozart o Chopin, se lo portiamo a camminare o stiamo sdraiati tutto il tempo.
Sarebbe interessante però che chi si prende la responsabilità di progettare e gestire uno spazio di creazione si facesse le seguenti domande:
C’è abbastanza tempo ? (quanto tempo diamo alla creazione? per quanto tempo ospitiamo? Siamo interessati alla qualità del tempo o alla quantità delle produzioni fatte?)
C’è abbastanza calore? (Siamo abbastanza vicini con la presenza e con la concretezza al progetto in residenza? Oppure è un numero tra i tanti che ospitiamo? Comunichiamo vicinanza, prossimità affezione, cura?)
C’è abbastanza umidità? (siamo abbastanza accoglienti, morbidi, in grado di far vivere il progetto fuori dal peso della forza di gravità?)
C’è abbastanza nutrimento? … Su questo punto, credo non ci sia bisogno di fare ulteriori domande.
Forse farsi profondamente queste domande può aiutarci a fuoriuscire veramente da una logica commerciale della produzione per occuparci responsabilmente della fragilità, caratteristica imprescindibile di ogni atto creativo.

Leonardo Delogu

Tags: , ,

Category: figurine

About the Author (Author Profile)

Comments are closed.