Questioni abitative – Marina Dammacco | Punta Corsara

| 20 maggio 2014

Questioni abitative

La ‘casa’ è sempre all’inizio di ogni storia. Fino a che, naturalmente, non la si perde. Poi diventa ricerca, concreta o emotiva. All’inizio, la nostra esperienza di residenza è stata molto vicina all’idea di asilo: asilo come casa fisica riconosciuta nello stesso modo sia da chi ci arriva, accolto come straniero, sia da chi la vive trasformandola quotidianamente come abitante; asilo come luogo di una identità immateriale, creato dal convergere di tutti gli impulsi (persone, pensieri, prospettive, problemi) in un’unica direzione.
Questa, in sintesi e in modo anche non semplice, è stata la nostra esperienza nei primi anni del progetto Punta Corsara, lì dove esisteva un luogo, l’Auditorium di Scampia, intorno al quale ruotavano tutte le attività, da quelle più visibili (la programmazione, le inchieste, i laboratori per il quartiere) a quella più sotterranea, il biennio di formazione del giovane gruppo di attori, organizzatori e tecnici da cui poi sarebbe nata la compagnia.
Dal 2011 in poi, da quando l’aspetto residenziale dello spazio è venuto meno e le esigenze di produzione e circuitazione della compagnia sono diventate prioritarie, questo asilo si è trasformato nel suo opposto, l’esilio.
In questo passaggio, dall’asilo all’esilio napoletano, sono nati i primi due lavori della compagnia, Il signor di Pourceaugnac e Il Convegno. Per il Pourceaugnac, almeno sulla carta, avevamo tutto quello che serve a dar vita ad uno spettacolo: l’idea, la compagnia al completo dall’attore al regista, passando per l’aiuto regia e l’organizzazione, un gruppo di eccellenti artisti collaboratori (per le scene, le musiche e i costumi), economie virtuali ma in teoria presenti e sufficienti, insomma c’era tutto tranne lo spazio. In un mese e mezzo di lavoro, venne meno improvvisamente l’Auditorium di Scampia e tutta una serie di luoghi possibili, almeno quattro, fino a che, per sfinimento, chiedemmo e ottenemmo la disponibilità di provare, incredibilmente, nella sala prove dell’orchestra del San Carlo. L’apice della fortuna e assieme della estemporaneità più folle, dell’anomalia. Materia per farne racconto, per tornarci dopo a parlarne con un sorriso, ripensando ai pranzi frugali, la pizze delle due e mezza, consumati tra leggii, pianoforti e accenni di melodie, ma anche, a posteriori, un forte senso di incongruenza. ‘Se ti togliamo ciò che non è tuo, non ti rimane niente’, dice Milo De Angelis che è un poeta.
In questo episodio, c’è il succo di tutto il discorso sulle residenze, da un lato una condizione talmente basilare da poter essere chiamata con il nome di ‘diritto’, dall’altra spesso una boccata d’aria eclatante, diversa per efficacia a seconda dei casi e delle sfumature, che rischia sempre di ricadere nello stato di eccezione rispetto al quotidiano, rimanendo un parziale ‘privilegio’.
Il nostro secondo spettacolo Il Convegno è nato quando la compagnia, appunto dal 2011 in poi, ha cominciato a vivere in pieno una condizione di ‘anonimato spaziale’, inteso come assenza di uno spazio proprio e continuativo per provare, per sedimentare il lavoro attoriale.
Forse è un caso, forse no, comunque questo lavoro, nato su commissione, ha preso la forma di una azione scenica, senza scene, in formazione da banda musicale che si mette addosso il suo strumento, lo accorda e va, quasi senza lasciare traccia di sè. In mancanza di uno spazio, abbiamo messo su un lavoro che, lo dice anche la scheda tecnica che mandiamo ai teatri, ‘si adatta’ allo spazio che trova, si può fare quasi ovunque.
Al di là dell’unicità di ogni lavoro, qui si tratta di evidenziare, per esagerazione, la relazione profonda tra ogni spettacolo e le condizioni spazio temporali che lo suggestionano e partoriscono. E la relazione diventa domanda: in questa osmosi tra luogo e creazione, qual è il limite tra suggestione e condizionamento, quanto uno spettacolo si arricchisce del terreno su cui nasce e quanto è giusto farsi condizionare dallo stato di salute di questo terreno?
Perché, ovviamente, la residenza non è solo spazio fisico. E’ chiaramente un contesto che ha il grande merito, e anche il dovere, di dare priorità a quella parte di lavoro che sta prima dello spettacolo e che chiamiamo ricerca e lo fa in due modi, uno dinamico e veloce, l’altro più sottile e silenzioso, Da un lato, la residenza ti immette in una convergenza di professionalità, artistiche e artigianali, in un incrocio di sguardi, professionali e non, casuali e meditati, che sono il cibo, il pane, l’energia del lavoro. Dall’altra, e finalmente, ti astrae dal tuo luogo di riferimento, magari problematico, ricreando un ambiente protetto, un cortocircuito tra vita e arte in cui tutte le tensioni riescono, almeno un poco, a sublimarsi.
E quindi penso agli ultimi due lavori, Petitoblok e Hamlet Travestie, figli di due esperienze di residenza per noi fondamentali, quella con Armunia, a Castiglioncello, e con Olinda, all’ex Paolo Pini. Si tratta di mondi nati intorno ad una vocazione residenziale, dove abbiamo trovato non solo lo spazio, ma persone capaci di entrare in relazione con il lavoro che stavamo facendo. Le scene dei nostri spettacoli sono nate nei luoghi di residenza perché le abbiamo letteralmente trovate lì, ce le hanno suggerite, ci hanno insegnato come costruirle e ci hanno aiutato a crearle nel poco tempo disponibile. Abbiamo incontrato maestri falegnami come Paolo di Armunia, tecnici disponibili, ottimi cuochi (anche se sul cibo, siamo una compagnia parecchio esigente e numerosa, che non ha mezze misure gastronomiche e si relaziona alla fame usando solo i registri emotivi più estremi dell’odio e dell’amore). Questo è fondamentale, cioè è fondamentale che chi decide di offrire residenze a una compagnia sia prima di tutto in grado di comprendere e prevedere le esigenze reali del lavoro teatrale. La residenza non è la neutra assegnazione di un luogo dove non si paga l’affitto. È uno scambio di competenze, una esaltazione reciproca per così dire, di idee e desideri. Si sa che gli attori hanno bisogno dell’agio di orari particolari, particolarmente notturni per esempio, di non perdere troppo tempo a cucinare se sono in tanti, hanno bisogno di poter fare rumore e di chiedere, al momento opportuno, la presenza di uno sguardo esterno. Dico questo perché a volte, soprattutto quando le residenze sono inserite nel tempo frenetico di un festival, c’è il rischio che queste esigenze di base non possano essere soddisfatte, diversamente da periodi di lavoro personali e più di quiete. Poi ci si adatta, si trovano soluzioni, ma quando accadono questi inciampi, seppur risolvibili, si ha la sensazione appunto di non essere intonati, accordati, rispetto all’obiettivo comune del lavoro, che è poi il segno della necessità stessa di una residenza o del fatto che possa essere un arricchimento anche per chi ospita, non solo per chi viene ospitato.
Quando invece questa corrispondenza si realizza veramente, allora ha senso parlare di ‘sostegno’, con il sostegno di, in collaborazione con, in co-produzione con. Insomma, bisogna lavorare in due per fare bene una residenza.
In due o in più, quando poi consideriamo anche l’importanza degli incontri, del condividere lo spazio con chi fa il tuo stesso lavoro. Quando provavamo l’Amleto al Pini, una mattina, ci trovammo a discutere sulla drammaturgia accanto a Mario Perrotta che faceva colazione. Osservandoci mentre finivamo assorbiti nelle nostre stesse battute, in fraintendimenti, intuizioni e correzioni, ci disse che gli sembrava di trovarsi dentro una scena di Uomo e galantuomo di Eduardo. E così, ci illuminò rispetto ad una condizione di compagnia famiglia costantemente in prova, a volte ingombrante e rumorosa, dilagante, che finisce per coinvolgere chiunque si trovi, anche per caso, ad assistere ad un suo atto teatrale. Una residenza è fatta di questi piccoli doni, forzati o gratuiti, del lusso di poter sentire per ore le impressioni di chi ha visto il tuo lavoro. Come è capito con Massimiliano Civica dopo il debutto del Petito, nella colonia di Rosignano, interrogandoci rispetto alla necessità o meno di rivedere una scena, anche se all’ultimo momento.
Tutto questo è, in termini di modalità di lavoro, il migliore dei mondi possibili. Letta in questo modo, la residenza imprime inevitabilmente una accelerazione creativa al lavoro, anche se ovviamente non è in modo automatico sinonimo di qualità.
La sensazione però è che purtroppo, l’idea di residenza stia diventando sempre più la risposta ad una mancanza, il modo più immediato di sopperire ad una debolezza più grande, diciamo sistemica. Quando la residenza è offerta in sostituzione di qualcosa, per esempio di un giusto compenso economico per tutte le fasi del lavoro, le prove quanto le repliche; quando diventa un forma di ospitalità confusa con la programmazione, allora si snatura e non risolve il vero cruccio di ogni compagnia: non solo dar vita ad uno spettacolo ma dargli lunga vita o per lo meno una vita giusta, un tempo giusto di crescita e maturazione, attraverso la circuitazione.
In questi casi, finisce quasi per diventare gravosa, tanto che conviene rinunciare.
Ci capita di intravedere questo rischio, magari è solo uno spettro, ma conviene condividerlo, ribadendo in ogni caso l’importanza della residenza come strumento iniziale e essenziale.
Veniamo da una regione che ha, nero su bianco nella sua legge regionale, una voce di spesa da destinare alle residenza quando poi nei fatti, in Campania non esistono veramente soggetti preposti, cioè capaci, come si diceva prima, per sensibilità e competenza, di offrire residenze.
In questo, è importante il lavoro che sta facendo Interno5 al Teatro Area Nord di Piscinola (insieme a Libera Scena Ensamble, sono stati riconosciuti come residenza multidisciplinare da Regione e Ministero) e che faceva già prima, nel suo spazio al centro storico.
E quindi, noi diamo per scontato che per avere una residenza bisogna spostarsi. A parte la Puglia e ora da poco la Calabria, il sud è fatto di buchi, di zone d’ombra per cui automaticamente la geografia mentale delle compagnie si concentra sulla Toscana, sull’Emilia o sulla Lombardia.
A Napoli poi, siamo in tanti a non avere una sede di lavoro e a dover trovare case temporanee, di volta in volta. Se all’asilo si contrappone l’esilio, all’opposto di un sistema, c’è la sopravvivenza. È davvero un peccato immaginare le residenze come misura d’urgenza, appunto di sopravvivenza, e non di continuità.
Ovviamente parlo della nostra esperienza personale, che è diversa come dicevo da quelle della Puglia e della Calabria, più improntate appunto alla continuità di un discorso artistico organico. Questo apre altre questioni, sull’equilibrio di una compagnia tra la creazione e la programmazione.
Ma rimango vicina alla nostra esperienza di compagnia senza fissa dimora.
Le nostre residenza sono state sempre relativamente brevi, concentrate a ridosso dei debutti. E anche questo, il tempo come lo spazio, incide sulla modalità di lavoro. Abbiamo vissuto residenze funzionali alla necessità produttive, nostre e del mercato intorno a noi.
Non conosciamo, se non in forma di laboratorio, esperienze residenziali lunghe e per questo, non sappiamo valutarne le potenzialità o criticità.
Però siamo ritornati nei luoghi che ci hanno ospitato più volte e per lavori diversi, quasi a declinare in questo modo un’idea di continuità e affinità che la residenza dovrebbe rappresentare.
Insomma, per ritornare all’idea iniziale della casa, ci sentiamo privilegiati e allo stesso tempo vagabondi, perché la ricerca di questa casa spesso coincide con un viaggio da fare. Noi per ora ci siamo abituati all’idea di poterlo trovare in posti diversi e continueremo così, fino a che questa spinta centrifuga avrà il suo valore e la sua funzionalità. Sperando però in una possibile maturazione generale, strutturale, che permetta all’asilo e all’esilio di coesistere, di godere dei vantaggi di entrambi o per lo meno di ricondurre il proprio percorso all’atto responsabile di una scelta, piuttosto che alla soluzione di una mancanza.

Marina Dammacco
Punta Corsara

Tags: , ,

Category: figurine

About the Author (Author Profile)

Comments are closed.