A proposito di residenze – Mariano Dammacco

| 20 maggio 2014

A proposito di residenze

Le residenze teatrali sono una parte importante della mia esperienza di questi ultimi quattro anni, da quando cioè ho scelto di lavorare in piena autonomia produttiva oltre che artistica, fondando e gestendo insieme ad altre persone una piccola compagnia teatrale, in forma di associazione culturale dal punto di vista giuridico, priva di sostegni e finanziamenti da parte degli enti pubblici e soprattutto priva di uno spazio stabile di lavoro. È la seconda volta, nei 22 anni del mio percorso teatrale in qualità di autore e attore, che ho una mia compagnia: prima dell’attuale Piccola Compagnia Dammacco, con base a Modena, negli anni novanta a Bari ho infatti fondato e diretto la compagnia Japigia Teatro.

Le residenze sembrano destinate, per loro merito e per le dinamiche complessive del nostro ambito professionale, a diventare un elemento sempre più importante dello scenario teatrale italiano.

Come dicevo, insieme agli altri attori della mia compagnia negli ultimi quattro anni abbiamo vissuto quasi una decina di incontri con le cosiddette residenze tra Lombardia, Emilia Romagna, Puglia e Toscana. In alcuni casi siamo stati in residenza creativa e in altri siamo andati in scena all’interno di rassegne organizzate da una residenza. In tutti i casi rinnovo la mia gratitudine a quanti hanno scelto di ospitarci e partendo da queste esperienze, concrete e limitate nel numero e quindi senz’altro parziali, provo a organizzare una breve riflessione.

Una sala da lavoro, magari attrezzata con un impianto audio e qualche faro teatrale, una o più stanze dove dormire, una cucina dove prepararsi da mangiare sono la prima ricchezza delle residenze, la più evidente. Questi aspetti sono di primaria importanza perché rendono possibile la ricerca artistica e produttiva di realtà che altrimenti rischierebbero di smettere di esistere, e quindi il primo merito delle residenze sta, a mio modo di vedere, nel salvaguardare l’esistenza di una pluralità di voci che le difficoltà del mercato tendono invece a mettere a tacere.

Altro aspetto fondamentale di talune residenze creative sono la particolare condizione di isolamento dalla routine quotidiana e, cosa ancora più importante, la possibilità di mostrare il proprio lavoro in divenire e non ancora messo in forma ad altre donne e uomini di teatro e di parlarne quando ancora si è tutti estranei alle tensioni dell’esito, che spesso inibiscono o viziano il dialogo tra una compagnia o un artista e gli operatori che programmano o investono sul lavoro di quell’artista.

Inoltre, siccome non credo che mi sia stato chiesto un contributo perché mi limitassi a evidenziare le qualità più fruttuose delle residenze, proverò a sollevare almeno una questione in termini critici.

È capitato in più di un’occasione di essere programmati in una rassegna organizzata e gestita da una compagnia titolare di una sua residenza stabile, e spesso abbiamo dovuto lavorare in condizioni tecniche, organizzative, economiche e soprattutto di cura dell’evento a dire poco critiche e fragili.
Non mi riferisco tanto ai tempi o alle modalità di allestimento ristretti né a una bassa qualità delle dotazioni audio e luci (dopo vent’anni di lavoro ci si fa una certa abitudine), quanto piuttosto alla promozione dell’evento, in alcuni casi inesistente sia sui media che sul web, come pure nel passaparola, con conseguente platea deserta o quasi. Posso tranquillamente assumermi gran parte della responsabilità perché il nome mio o della mia compagnia evidentemente non sono di grande richiamo (però spesso queste rassegne sono interamente composte di nomi poco noti e abbiamo già detto che questo è un merito politico e culturale di grande rilevanza), però probabilmente è giusto chiedersi se per caso non vi sia anche la responsabilità della compagnia titolare della residenza.

Viaggiare per 200 o magari 900 chilometri per fare spettacolo con pochissimi spettatori, magari quattro o cinque, senza nemmeno rientrare nelle spese è un vero peccato: per noi, per chi ci ospita e per gli spettatori che non avranno preso parte all’evento. Tutto lo sforzo che in migliaia di artisti e operatori teatrali attivi fuori dai contesti produttivi più ricchi e istituzionalizzati facciamo in Italia in questo momento, non dovrebbe nonostante tutto confluire nel fare accadere il Teatro, nell’incontro tra attori e spettatori?

Capita che la compagnia che mi ospita mi spieghi che in effetti la notizia non c’è sui giornali e sui social network perché loro nei giorni precedenti erano in trasferta per una loro prima nazionale oppure che la sera prima nello stesso spazio avevano fatto il pienone per il loro spettacolo.

Comprendo la fatica estenuante e il continuo rincorrere gli impegni necessari ad andare avanti dei miei interlocutori perché tale fatica è anche la mia… però non posso fare a meno di chiedermi se così facendo non si corra il rischio che l’evento teatrale (il mio di ospite della rassegna in questo caso) diventi solo uno strumento necessario perché la compagnia di casa possa portare avanti il suo più ampio percorso.

Mi fermo qui pensando che saranno proprio le giornate del 6 e 7 giugno il momento opportuno per approfondire questa e altre questioni con l’intento comune di contribuire alla crescita del ruolo, o dei ruoli, delle cosiddette residenze. Ho infatti accolto l’invito alle giornate in Puglia perché credo che tutti, in questo particolare momento, dovremmo trovare stimolo nelle difficoltà economiche, politiche e culturali ad agire con maggiore rigore e qualità ed efficacia senza cedere alla tentazione di giustificarci con le difficoltà e per questo lavorare male, con la rabbia e l’egoismo della necessità di sopravvivere e credo di interpretare in questo senso la volontà di riunirsi e confrontarsi degli attori delle residenze.

Mariano Dammacco
Piccola Compagnia Dammacco

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Category: figurine

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