Il grande campo delle residenze – Fabio Biondi | L’arboreto-Teatro Dimora

| 26 settembre 2014

“La crisi economica, accentuatasi nell’Italia del seicento, spinge sulle strade braccianti delle campagne, operai e artigiani di città rimasti senza lavoro gettandoli a misurarsi con la sottile competenza e la durissima concorrenza di specialisti del lavoro nomade come i merciai, i calderai, i seggiolai, gli arrotini, i vignaiuoli, gli spazzacamini, i sarti ambulanti e le chiuse corporazioni girovaghe dei muratori e dei pastori (che parlavano un gergo diverso da quello degli addetti ai mestieri nomadi); ben distinti però (anche se il passaggio da un mestiere all’altro non era infrequente) dai professionisti dell’illusionismo teatrale, e farmaceutico come i ciarlatani, gli erboristi, i funamboli, i mangiatori di fuoco, i contorsionisti, i giocolieri, i cantastorie, i favolatori, le cantatrici, le indovine […]”

Piero Camporesi, Il paese della fame

È da tanto tempo che parlo la lingua delle residenze, con la sapienza di uno studente ignorante che rischia di andare fuori corso, e la cognizione di un artigiano che tutti i giorni si applica al proprio manufatto sapendo che non riuscirà mai a terminarlo nel modo migliore.
L’ho fatto per tanto tempo, con grande intensità, che ora ho paura di non capirci più nulla, di perdermi nelle tante definizioni possibili e impossibili, approvate e disapprovate.
In questi ultimi anni le residenze sono diventate un po’ importanti, popolari e comuni, tanto da acquisire il numero civico, l’abitabilità. I terreni sono diventati edificabili e le istituzioni hanno concesso la licenza per costruire dimore, risanare fatiscenti edifici, quartieri periferici, centri urbani.
Per molti anni, in compagnia di bravi e onesti contadini, abbiamo lavorato nei campi, siamo stati dei coltivatori diretti delle residenze, solitari, un po’ isolati gli uni dagli altri, non separati dal mondo ma sicuramente appartati dai paesi, dalle luci delle città e dalle grandi vie di transito. Abbiamo acceso dei fuochi per segnalare la nostra presenza e comunicare a distanza con gli altri contadini residenti, gli artigiani e i commercianti in cerca di fortuna, i nomadi e i viandanti sulla strada del ritorno.

“Non a chi sta seduto a casa ma al viandante sul cammino del ritorno si avvicina la durata”.

Peter Handke, Canto alla durata

 

Poi, le strade sono diventate percorribili e i nuovi mezzi di trasporto hanno permesso di ridurre le distanze e raggiungere le case isolate e i piccoli villaggi che nel frattempo sono diventati anche stazioni di sosta e accoglienza per stranieri.
Da anziano contadino, mi permetto una domanda retorica: di che cosa stiamo parlando quando parliamo di residenze, ora?
Delle culture dei paesaggi che hanno suggerito la nascita delle residenze. Delle geografie e delle storie, delle province italiane, che hanno tratteggiano il panorama e la varietà delle specie. Delle nuove dimore che portano in dote la bellezza del primo sguardo per sostenere il rinnovamento dei teatri contemporanei. Delle vocazioni e delle necessità di abitare i territori e le comunità come se fossero opere d’arte, affreschi collettivi.
Di spazi polifunzionali, senz’anima, dove fare le prove. Delle miserie per sfruttare l’entusiasmo delle nuove generazioni. Di pretestuosi espedienti per trovare soluzioni alternative alla crisi economica. Delle distrazioni dei teatri che non hanno fatto il loro dovere.
Quando parliamo di residenze possiamo parlare di tutto questo e di molto altro ancora, ma rischiamo di parlare anche dell’esatto contrario se non si iniziano a definire delle priorità, delle responsabilità che le residenze potrebbero e dovrebbero assumersi per comprenderne il significato profondo e innovativo, ordinario e straordinario.
Il grande campo delle residenze – l’ecosistema delle specie – è composto di tante varietà: una grande ricchezza presente in natura, cresciute con il favore del sole e l’ingegno degli uomini. Forse, alcune tipologie di residenza sono un po’ più spontanee, di natura, germogliate per incanto dall’ambiente circostante; altre installate dagli uomini, con artificio, dentro fertili solchi che ne hanno immediatamente favorito lo sviluppo.
Nelle rotazioni delle colture, le residenze dovrebbero avere il sapore buono e antico della terra arata, della semina, dei raccolti delle stagioni, di un anno intero di lavoro; il candore dei vestiti che i contadini indossano nei giorni di festa, il profumo delle ciliege e delle albicocche che si possono mangiare direttamente dalla pianta, senza passare dal mercato.

“Finalmente l’inverno è finito e dalla terra, dove era caduto un seme, sbuca un filo verticale verde. Il sole comincia a farsi sentire e il segno verde cresce. E’ un albero, ma nessuno lo riconosce adesso, così piccolo. Man mano che cresce però, si ramifica, ogni anno gli sputeranno le gemme sui rami, dalle gemme sbucheranno altri rami, dai rami altre foglie e via di seguito. Dopo qualche anno, quel filo verde di prima è diventato un bel tronco pieno di rami. Più avanti ancora avrà costruito una grande ramificazione sulla quale farà sbucare foglie, fiori e frutti.”

Bruno Munari, Disegnare un albero

Fuori dal seminato, nelle mani degli uomini, le residenze sono state forgiate come centri per esercitare le discipline dello studio e della ricerca; botteghe d’arte per la trasmissione del sapere; officine per la lavorazione e la produzione delle materie prime; spazi d’incontro per le relazioni sociali; contenitori per l’organizzazione di spettacoli. Di tutto, di più.
Se non ci sono vie maestre che conducono direttamente alla verità delle residenze (di cui nessuno, credo, ne sente la necessità), come si educano le volontà degli uomini che definiscono i concetti di residenza? Come si mantengono in vita le teorie e le pratiche delle residenze e le differenti espressioni del presente?
Forse, dai corpi e dalle voci delle persone, singolari e plurali. Forse, dalle esigenze politiche, culturali e amministrative di un ambiente. E ancora. Perché abbiamo scelto di costruire un progetto di residenza? Perché ci siamo adattati a realizzare un progetto di residenza?

“Il progetto è un atto di fiducia, perché investe il futuro e quindi proietta la realizzazione dei desideri e della volontà su tempi definiti all’insegna, sempre, del rischio. Ciò che progettiamo per la nostra vita futura può avere successo o può invece naufragare nell’insuccesso.”

Giancarlo Lunati, Etica e progettualità

 “Un progetto è un atto che presuppone un’esperienza interiore e deriva da quella totalità che è l’essere umano: c’entrano tutte le dimensioni dell’uomo, ed anche la mente, ma è davvero errato ridurlo ad un puro processo razionale, ad un sapiente mestiere. Né d’altro canto tale processo può essere inteso se non come guida che regola e mette in relazione il senso dell’equilibrio e del rapporto d’armonia, qualità e gusto, i necessari richiami alla storia, alle tradizioni, e bisogni personali; senso del genius loci, senso estetico, senso di freschezza e semplicità. Ciò che entra in quella cruciale prassi del progettare è, potremmo dire, la coscienza dell’uomo. Coscienza come senso dell’essere, che è alla base di tutto, di noi stessi, dal quale deriva anche il pensare. Questa guida, questo qualche cosa che dura, è noi stessi. Il progetto scaturisce da qualche cosa che non si può definire, ma è l’evidenza più costante e più forte che abbiamo. L’allenarsi al progetto implica che: tra Teoria e Metodo vi debba essere un luogo dell’apparizione evocativa.”

Riccardo Dalisi, Progettare senza pensare

“Ma la creatività è un’altra cosa, non vi è nulla che la spinga da dietro, ha un motore proprio, o meglio, non ha motore. Il progettare esprime l’uomo: attraverso il proprio progetto, l’uomo si autorappresenta, esprime le proprie capacità ed i propri limiti. Un progetto è capacità di tradurre risorse e potenziali in possibilità concrete. Il progettare è sforzo di gettare luce sulla propria condizione vedendola proiettata nel futuro. Progettare è procedere.”

Riccardo Dalisi, Progettare senza pensare

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