LE MIE CASE CHE NON HO. Racconti da una vita nomade – Elena Bucci

| 28 settembre 2014

LE MIE CASE CHE NON HO
Racconti da una vita nomade

Residenza, per me nomade, significa tutti gli spazi dove altri mi hanno invitato a sostare e tutti i posti dove io stessa ho cercato di ospitare il nomadismo altrui. Immagino luoghi dove sia possibile lasciar galleggiare e ridistribuire in altri assetti i pensieri abituali sul rapporto tra vita e lavoro, creazione e produzione, relazioni e solitudine. Per puro divertimento e amore dell’avventura mi ha sempre incuriosito sentirmi pioniera e trapiantare il mio lavoro in altri scenari, frantumarlo in mezzo a persone diverse che praticassero anche altre arti. L’ho fatto guidata da altri, come quando creammo dal nulla lo Spazio della memoria voluto da Leo de Berardinis, al secondo piano di una carrozzeria ai margini della zona fiera di Bologna. Ci sostarono artisti di fama internazionale e giovani compagnie al primo spettacolo. Quante albe. L’ho fatto per conto mio, sostenuta da Marco Sgrosso e dalla mia compagnia, quando mi intestardii ad innestare la mia esperienza a Russi di Romagna, dove sono nata. Il teatro, in quel paese senza un teatro, trovò casa in luoghi fascinosi e dimenticati trasformandosi secondo le persone certamente, ma anche secondo la luce, le stagioni, l’atmosfera. Passavamo giorni e notti in quei posti aspri a studiare, provare, registrare, filmare, allestire, per restituirli alla gente e restituire noi a noi stessi, persi in un orizzonte più vasto del solito. Così palazzi deserti, chiesine, l’ex macello, fabbriche dismesse, case private di amici e di famiglia hanno ospitato progetti e zingari in sosta, artisti di diverse discipline che prima li hanno vissuti e poi hanno aperto la porta al pubblico. Il Jolly, umido cinema teatro parrocchiale di eccentrica estetica, ha visto artisti eccelsi arrivare a inusuali debutti, in una sorta di gioiosa anarchia che non si può ritrovare a comando. Ho imparato ad osservare le diverse crescite e i movimenti spontanei, prima con l’illusione di guidarli e poi con la certezza di non poterlo fare. Festeggiare, mangiare, dormire insieme ha favorito l’esplosione di idee e di trasversali collaborazioni, senza divisione tra un’arte e l’altra, mescolando professionisti e appassionati. Poi ci fissammo con il recupero reale e simbolico del Teatro Comunale, chiuso da vent’anni, bello e cadente. Le false aperture al pubblico, con azioni corali che raccoglievano gruppi numerosi di artisti che lavoravano in continua improvvisazione per giornate intere hanno creato una temperatura di entusiasmo che ha portato alla sua ristrutturazione, alla possibilità di usarlo per le prove e a una gestione comunale. E’ una cosa preziosa, ma molto lontana dal luogo sempre aperto e vibrante che immaginavo e immagino. Ma nonostante un piccolo ma puntuale sostegno di Regione e Comune non si è sviluppata allora né ora una vocazione politica che ci portasse ad ottenere la gestione di tanti spazi recuperati. Immersa nel fare, continuo ad essere nomade e a viaggiare l’Italia dei teatri, ma poi torno ovunque e sempre ad essere contadina, a misurarmi con lo studio della semina che non sempre garantisce il raccolto e produco di continuo perchè è la natura del mio lavoro. Ho riaperto, per amore di indipendenza, una scuola di campagna che è sala prove e abitazione. Ci passano tanti artisti, tecnici, scrittori, operatori, famosi e no. Voglio ricordare Maurizio Viani, mago delle luci di Leo e nostro, quando ci raccontava alla fine delle prove di quanto fosse stato importante per loro giocare a fare esperimenti negli spazi bolognesi e di quanto quel perdere tempo deprecato da molti, fosse stato il nutrimento dei lavori futuri. Con le debite proporzioni, ho goduto anch’io della benedetta possibilità di guardare le ragioni degli errori e dell’errare. Molti viaggiatori stanno lavorando a meraviglia, altri fanno pubblicità e carne da macello per le fiction. Non importa. Resta il sapore e la coscienza di vivere parabole continue create da tutti e da nessuno e destinate a finire e ricominciare. Di quell’esperienza di ricchezza che non si trattiene e non si ferma spero di aver fatto tesoro quando sono stata accolta da altri, dalle prime abitazioni nella solare Armunia di Castiglioncello con e senza Leo, ad un Festival di Santarcangelo durante il quale abbiamo trasformato una colonia immensa con installazioni, pitture, teatro in collaborazione, tra gli altri, con Arboreto, creando un gruppo e innestando una corrente creativa che ha generato altri progetti di residenze nomadi, da Autobiografie di Ignoti a Rimini con Serrateatro alla Città del sonno, nel quale ho convogliato esperimenti di creazione che andavano da Belluno al Tatà di Taranto, alla sosta de La paura a l’Arboreto, con il suo corredo di documentari per studiare il rapporto tra il nostro fare in sala e lo sguardo del paese intorno. Ricordo la singolare produzione del film su Riccardo III di Claudio Morganti con il suo cast stellare sparso per le case e i tornanti di Arcidosso. Il cuore di molti spettacoli ha cominciato a battere allora, oppure in teatri sperduti delle Marche con la complicità di Amat, in scuole chiuse di piccoli paesi siciliani, in spazi particolari di teatri di città come Brescia, non assediati dalla morsa dei custodi, densi di ombre. Ora, mentre tutto si muove e trema e le parole sono bolle, penso che i nomadi in scena e coloro che hanno la pazienza di costruire luoghi di sosta, possano riscrivere la propria storia, lasciando passare aria e pioggia, semi imprevisti, coltivazioni selvatiche che sfuggano al controllo, l’arte insomma, che stupisce e svanisce.

Elena Bucci

 

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