Due come noi. Per esempio – Elvira Frosini e Daniele Timpano

| 28 maggio 2014

Due come noi. Per esempio

Anche oggi parliamo di teatro. Anche oggi. E che dobbiamo fare? Se ne parla tanto. Si fa poco. Poco poco. O si fa tanto? Dicono se parliamo di residenze. Oddio, ma che c’abbiamo da dire noi, sulle residenze? E che vuoi dire, sulle residenze? Il paesaggio è desolato, altro che residenze. Ma perché, in Italia c’è un paesaggio?

Prendiamola larga.

Prendiamo un Paese, un Paese messo male, quasi collassato, incarognito, però con qualche bel guizzo ogni tanto, sì con qualche parte ancora un po’ vitale, dove ci scorre ancora un po’ di sangue. Dentro il Paese c’è un altro paesuccio, piccolo piccolo, che conta poco ma che si crede di contare: il paesuccio del teatro. Là, nel paesuccio del teatro, ci vivono personcine grandi e piccole, potenti potentucci ed impotenti, che nella loro vita un giorno hanno pensato che il teatro fosse il più bel modo di vivere nel mondo. E che i teatri fossero dei posti per tutti. Ecco, prendiamo due che – come noi – un giorno hanno pensato che il teatro fosse il più bel modo di vivere nel mondo e che i teatri fossero dei posti per tutti; due come noi che con fatica hanno perfino uno spazietto prove loro a Roma, sudato, penato, tenuto su anno dopo anno stringendo i denti e affilando le unghiette; due come noi che, come quasi tutti in questo lavoro, fanno tutto, ma proprio tutto: amministrazione, distribuzione, grafica, segreteria, pubbliche relazioni, produzione, inviare le mail, essere presenti sui social, prendere il trenino a spese proprie per andare a parlare con la gente, e poi ancora, mangiare, dormire, rimediare l’affitto e il mutuo, pagare le bollette, litigare coi vicini, fare la lavatrice, vedere qualche amico, ricordarsi i compleanni, ritagliarsi due giorni di vacanza, e che infine scrivono, leggono, pensano qualche volta, e qualche volta riescono a creare uno spettacolo. Qualche volta vanno pure in scena.

Ecco, in questo quadro, due come noi, che non siamo certo mosche bianche e non siamo neanche messi peggio di altri, ma che ci fanno con una residenza? Forse riescono a non pensare a niente altro che al lavoro che vorrebbero fare. Tutto il giorno. E non è poco. Eh sì, “residenza” uguale piccolo guscio protetto, dove sei al riparo dai crucci quotidiani, di contorno; residenza uguale condizioni materiali di produzione che non avresti standotene a casa: spazio, tecnici, assistenti; e soprattutto residenza uguale interlocutori, gente con cui parlare, gente nuova che conosci. Insomma, quando funziona veramente, una residenza è il momento bello da ricordare. L’estate scorsa, per esempio, siamo stati mezzo agosto in un agriturismo a Sarzana, ospiti di Fuori Luogo, per lavorare a Zombitudine. Come si è lavorato bene! Il mare era a due passi, ma ci siam andati un giorno solo, il resto del tempo tutto il giorno a lavorare. Perché? Perché quel momento, quella quiete, era preziosa, e non l’avremmo avuta facilmente a Roma, e allora ci siamo immersi nella scrittura: giornate intere davanti ad un monitor a scrivere e scrivere, a due passi da un mare che non abbiamo visto, a spremerci il cervello, a scavarci occhiaie e borse sotto gli occhi, comprando le verdure dal contadino dell’azienda agrituristica: zucchine, pomodori, melanzane, cipolle rosse buonissime a colazione, a pranzo, a cena. Vita da drammaturghi? Da disadattati? Nonostante la fatica, siamo stati benissimo. Tutto era bellissimo. Quasi una vacanza, in isolamento, lontani dalla nostra Roma maledetta sempre più allo sfascio. E poi il mese intero passato a Genova, al Teatro della Tosse, a completare questo lavoro strampalato sugli Zombi, sostenuti, curati, circondati di attenzione e messi in condizione di lavorare bene, ma davvero bene, mentre ci dicevamo increduli: “ma si dovrebbe poter lavorare sempre così!”. E ancora indietro il tempo passato a Torino, da Stalker teatro per creare Digerseltz, la bella residenza ad Arti vive di Soliera (vicino Modena) per Sì l’ammore no, i bei giorni ad Isola del Liri ospiti di Area06 e quelli stupendi passati a Parigi per scrivere Aldo morto alla Cité des Arts, in un Atelier lungo la Senna, le grandi vetrate da cui ammirare la città, le grandi passeggiate serali dopo ore di lavoro a tavolino; e soprattutto le tante, tante volte ad Armunia: le prime residenze le abbiamo fatte là, grazie a Massimo Paganelli, che sempre sia lodato. Quanti ricordi. Quanti incontri. In certo senso molte cose, specie per Daniele, sono cominciate là a Castiglioncello. Quando pensiamo alla nostra idea di residenza artistica pensiamo a quel misto di calore, informalità, eremitaggio e insieme confronto con gli altri, che abbiamo conosciuto per la prima volta là, da Paganelli. Siamo stati fortunati, le residenze che abbiam fatto valevano molto, ci han dato mezzi, sostegno, rapporti umani a volte duraturi. È vero che ogni tanto ci capita di veder bandi di residenze che non ti offron niente, praticamente solo un letto e poi ti paghi il viaggio, da mangiare e hai forse uno spazio in cui provare, e il tutto ti sa di strano e non capisci più se compagnie ed artisti in questo paesuccio del teatro siano il centro del discorso o solo l’ultima ruota di un carro malridotto… È questione di fortuna, di capitar bene, di scegliere? È poteruccio contrattuale? Oppure è che tutto è troppo casuale e gli standard non sono uguali per tutte le cosiddette residenze? Ma c’è bisogno di un sistema di residenze? Oppure via così e ognuno se ne stia a casa propria come può? Ha senso poi produrre se la circuitazione dei lavori è così faticosa, limitata, stentata, quasi “tollerata”?

In questo momento, che tutti si parla di sistema sistema sistema, sistema Italia sistema Roma mettiamo a sistema fare sistema, ma questo sistema che è? E soprattutto chi è che lo fa ‘sto sistema se pochi si parlano e se si parlano si parlano a crocchie, a cerchie, a scuderie, a cantierucci, a lobbette? Nel paesuccio del teatro, nel suo paesaggio fatiscente, le residenze spuntano qua e là come punte di iceberg, come piccoli scogli, a volte fruttuosi e sicuri, a volte infidi e scivolosi. Un sistema di residenze non esiste, e se esiste qualcosa che gli assomiglia è un sistemino disordinato, frutto della buona volontà, e a volte della furberia, di qualcuno. Un sistema di residenze che è? Dovrebbe essere un campo in cui coltivare, proteggere, far crescere? Un sistema continuativo, coordinato, commisurato alle forze creative esistenti o perfino in grado di crearle, generarle? Ogni teatro, dagli Stabili ai privati agli stabili di innovazione, o chi per loro, dovrebbe metter su un pezzo di un sistema di residenza stabile e continuativo? Poi si sa, i burocrati avran da dire la loro, che la cosa è complessa, che non ci sono i soldi, che non è semplice. O invece forse è semplice, e basta avere un po’ di coraggio e la determinazione per farlo? Speriamo allora che un’occasione come questa sia un utile confronto? Speriamo.

Elvira Frosini e Daniele Timpano
Compagnia Frosini / Timpano

Elvira Frosini, performer, autrice e regista, fondatrice di Kataklisma, lavora da sempre sul corpo come prodotto di cultura, convenzioni, rapporti di potere, politica. Ha realizzato numerosi lavori teatrali. Tra gli ultimi, Sì l’ammore no, Ciao Bella, Digerseltz, Zombitudine, con il quale si avvia sempre più verso la scrittura drammaturgica. Parallelamente crea performance urbane e site specific, tra cui Duets in square, Istruzioni per la sopravvivenza, Time e il ciclo dedicato alla bandiera italiana, Serie B. I suoi lavori sono stati rappresentati in numerosi teatri, festival e contesti performativi in Italia e all’estero, tra i vari: Teatro Palladium di Roma / Romaeuropa Fondazione, Festival Inequilibrio / Armunia a Castiglioncello, Teatri di vetro di Roma, Festival Short Theatre di Roma, Teatro Civile Festival, Presente Futuro al Teatro Libero di Palermo, Place à l’Art Performance e La Nuit Blanch, Teatro della Tosse di Genova. Nel 2012 ha lavorato nel progetto del Teatro di Roma, Perdutamente, al Teatro India, realizzando laboratori e alcuni studi di lavoro per Zombitudine, produzione 2013/14 in collaborazione con Daniele Timpano. Ha ideato e realizzato nello spazio Kataklisma di Roma la rassegna Generatore X (dal 2004 al 2007), Uovo – spazio performativo aperto (dal 2004) e dal 2008 il progetto Novo critico – incontri tra critica e nuova scena contemporanea. Dal 2010 organizza “Ecce performer – progetto di formazione e creazione per la scena contemporanea e la drammaturgia”.

Daniele Timpano, drammaturgo, regista e attore teatrale​, ha scritto e interpretato diverse opere teatrali, tra cui Teneramente Tattico, Profondo dispari, Oreste da Euripide, Caccia ‘l drago ispirato a J.R.R. Tolkien, vincitore nel 2005 del premio Le voci dell’anima; Gli uccisori del chiaro di luna da Marinetti e Majakovskij; Ecce robot!, ispirato a Go Nagai e pubblicato da Minimum Fax; Sì l’ammore no, scritto e diretto con Elvira Frosini e finalista al Premio Tuttoteatro.com Dante Cappelletti; Aldo morto, vincitore del Premio Rete Critica 2012, segnalato per il Premio In-box 2012, finalista ai Premi Ubu 2012 come migliore novità italiana, e Zombitudine. Due suoi testi, Dux in scatola, finalista dei premi Scenario e Vertigine, pubblicato da Coniglio nel 2006 e sulla rivista Hystrio nel 2008, e Risorgimento pop, scritto e diretto con Marco Andreoli, sono stati tradotti e presentati a Parigi per Face à face. Questi, insieme ad Aldo morto, compongono una trilogia edita da Titivillus nel 2012 con il titolo Storia Cadaverica d’Italia. Ha lavorato per RaiRadio3 nella trasmissione Rombi tuoni scoppi scrosci tonfi boati, realizzata per il centenario del Futurismo italiano ed è stato tra gli ideatori e organizzatori della rassegna romana indipendente Ubu Settete – fiera di alterità teatrali, sei edizioni dal 2003 al 2007. Per il progetto speciale Aldo morto 54, realizzato con il Teatro dell’Orologio di Roma in collaborazione con Kataklisma e Fondazione Romaeuropa, ha vinto il Premio Nico Garrone 2013.

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