RESIDENZE: nuovi tempi e nuovi spazi per le creazioni poetiche – Francesca Macrì | Compagnia Biancofango

| 26 settembre 2014

RESIDENZE: nuovi tempi e nuovi spazi per le creazioni poetiche

I principali motivi di disagio che provo di fronte al funzionamento del teatro, ma in generale dell’arte, sono legati ai tempi imposti nella produzione dei lavori, alla non protezione dell’oggetto artistico, cioè alle condizioni in cui si genera l’arte. Sono dell’idea che proprio perché l’artista si espone e si fa attraversare dalle forze che ci circondano nella vita (sono queste forze a generare la necessità di espressione), il momento di creazione gli richieda un isolamento, un raccoglimento, che sono fondamentali per riformulare nell’opera d’arte il suo contatto con la realtà. Soprattutto in Italia, in teatro, permane una tendenza a non studiare, a non prepararsi come attori con la disciplina di cui ognuno necessita, ma ci si accontenta di una dote più o meno naturale verso il lavoro.

Danio Manfredini, Lettera al Comitato di occupazione di viale Bligny e Usi, pubblicato in Piuma di piombo – il teatro di Danio Manfredini di Lucia Manghi

Non riesco a non pensare la residenza fortemente legata al concetto di tempo. Tempo per cercare, tempo per sbagliare, tempo per costruire-distruggere-ricostruire-ridistruggere, dialogare e crescere. Poco importa che questo luogo lo si senta casa – bisognerebbe dare più dignità al nomadismo degli artisti e riconoscerne anzi la potenza –, ad una residenza si chiede innanzitutto di concedere quello che sempre più viene tolto a questo lavoro: il tempo e gli strumenti per poterlo utilizzare al meglio. Non tutti i luoghi possono essere residenze, non tutti i progetti artistici possono essere accolti e ospitati in ogni residenza. Credo sia fortemente necessario dialogare a partire da questo punto.
La residenza ha avuto, nella nostra storia artistica, un’importanza fondamentale. Non abbiamo girovagato in svariati luoghi, ci siamo scelti con la Corte Ospitale e insieme abbiamo affrontato il percorso – di un anno e mezzo – che ci ha condotto alla creazione di PORCO MONDO, il nostro penultimo lavoro. Poi con HAMLET lo abbiamo portato avanti, sebbene in modalità differenti (ogni creazione ha necessità differenti).
Quando parlo d’importanza fondamentale mi riferisco soprattutto e in primo luogo all’importanza poetica. Walter Zambaldi (direttore della Corte Ospitale) ha dialogato poeticamente con noi più e più volte, con intelligenza e competenza. Ha pensato per noi aperture al pubblico e agli addetti ai lavori che hanno rappresentato punti di svolta del percorso creativo. E non si è intromesso nell’intervento-osservazione-dialogo, sempre poetico, dell’altra coproduzione che avevamo per PORCO MONDO, Officina 1011 di Roberta Nicolai.
Queste parole per sottolineare l’importanza che per noi ha avuto una residenza che è stata un incontro e che ci ha dato un lungo tempo di raccoglimento e isolamento.
A tutto questo bisogna poi aggiungere, e non è una banalità ricordarlo: sale prove perlopiù fornite di parquet, sempre pulite, calde (alzi la mano chi non ha provato per anni in sale gelide), con camere a disposizione o una camerata sempre in ordine e organizzata in maniera da avere uno spazio autonomo, un teatro in cui poter provare ad allestire (condizione niente affatto semplice da trovare).

Dunque io ad una residenza devo e voglio chiedere: tempo, spazio, incontro artistico e poetico.

Certo rimane la nota dolente. Rimandata, ma non meno importante. L’economia. Le residenze, anche quelle lunghe, devono essere messe in condizione di fornire economia alle compagnie. Dopo la necessaria sperimentazione del modello residenza, soprattutto in un periodo di forte crisi culturale ed economica per questo paese, bisogna con forza e insieme rendere queste strutture in grado di pagare gli artisti che vengono ospitati e di coprirne totalmente le spese (mi riferisco a quelle di vitto e di spostamento). Solo in questo modo e con questo orizzonte culturale le residenze potranno dirsi un modello compiuto. Non è più possibile prescindere dall’economia e certo ad oggi non si possono soffocare oltre le condizioni già fortemente di disagio della quasi totalità delle compagnie italiane, con più o meno esperienza alle spalle.

Ma il pensiero sulle residenze non può e non deve risolversi nelle strutture di provincia e di periferia perlopiù strutturate per questo. È necessario allargare il pensiero introducendo l’importanza che anche i teatri stabili o gli spazi teatrali forniti di grandi palcoscenici si aprano alle residenze. Parto da un dato personale con la pretesa di renderlo universale. Con HAMLET, un progetto artistico che condividiamo con altre compagnie, abbiamo per la prima volta fatto una residenza in un teatro stabile, sul palcoscenico del teatro Argentina di Roma. La creazione di HAMLET, prodotta in primo luogo dal teatro di Roma, ha seguito e subito la notoriamente complessa situazione dello stabile romano, prima dell’arrivo dell’attuale direttore: voluto da Gabriele Lavia, HAMLET si è confrontato con Ninni Cutaia per poi arrivare a dialogare con Antonio Calbi. Questo per dire che Cutaia, in quella manciata di giornate in cui è stato direttore del teatro di Roma, e consapevole dell’importanza per noi di confrontarci con un palcoscenico imponente come quello dell’Argentina, ci ha permesso una residenza.
Calbi, con il suo arrivo, ha portato avanti il sostegno di Cutaia e anzi ne ha consentito una seconda. Questo resoconto fortemente privato, non ha la finalità di parlare di HAMLET, ma di sottolineare l’importanza assoluta di poter fare residenze nei teatri stabili. È necessario mettere gli artisti nelle condizioni di poter fare teatro su tutti i palcoscenici. Per fare questo è necessario che si acquisiscano competenze ed esperienze. Le competenze e le esperienze implicano un tempo, non di allestimento ai fini di una realizzazione spettacolare nell’immediato, ma di sperimentazione, di convivenza e di abitudine ad uno spazio che per anni ci è stato escluso e che ora dobbiamo pretendere. Nel delirio esterofilo che da sempre caratterizza questo paese, non si fa che esaltare tutto quello che viene dall’estero, ma nessuno ricorda mai che nella tanto amata Germania e soprattutto a Berlino, buona parte dei registi e delle compagnie ora così acclamate, ha avuto la possibilità di confrontarsi con certi palcoscenici in taluni casi anche sotto i 30 anni.
Ecco: se per noi non è stato così, dobbiamo pretendere e lavorare perché lo possa essere ora. È necessario formulare, ipotizzare e pensare insieme residenze presso grandi palcoscenici (per progetti ovviamente che a questi palcoscenici si vogliono rivolgere) consapevoli da un lato della differenza che esiste fra queste residenze e quelle finora sviluppate, dall’altro della uguale necessità. La residenza è e deve essere anche una possibilità di crescita, di acquisizione di competenze che solo nella concretezza del fare si possono ottenere.

Francesca Macrì
Compagnia Biancofango

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Category: figurine

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