Per un teatro di promozione umana – Andrea Paolucci | Teatro dell’Argine

| 17 settembre 2014

Per un teatro di promozione umana

Certo, quando vent’anni fa, il 17 maggio 1994, cominciava ufficialmente con la firma dal notaio il cammino di venti giovani artisti e della neonata Compagnia Teatro dell’Argine, non si parlava di “nuovo pubblico”, “audience development”, “inclusione culturale”, “creative cultural industries”, “teatri aperti”, “residenze creative”.
E noi non ci si sentiva investiti di un ruolo “pubblico” nel fare gli spettacoli che già facevamo, la formazione che cominciavamo a fare e il lavoro sul territorio che fin da subito abbiamo fatto. D’altra parte, nonostante la nostra casa fosse una stanza in un centro civico gentilmente concessa dal Comune di San Lazzaro e condivisa con molte altre realtà associative e di volontariato, non gestivamo ancora uno spazio pubblico o (un po’ di) denaro pubblico.
Avevamo vent’anni. Non gestivamo ancora quasi neanche noi stessi, figurarsi.

Eppure c’era qualcosa, già allora, di molto chiaro per ognuno di noi: il teatro non è solo quella cosa che un artista, o un gruppo di artisti, pensa, realizza e mette in scena in sala prove e poi su un palco e poi, se è fortunato, su molti palchi in giro per l’Italia.
E io non faccio (non voglio fare) solo l’attore (il regista, il drammaturgo). Voglio fare teatro.
Dunque, che cosa è il teatro? O almeno, che cosa è il nostro teatro?
Bella domanda. Dopo vent’anni è sempre lì.

Volendo procedere per parole chiave, sicuramente la prima parola sarebbe relazione.

Relazione. Relazione degli artisti fra loro, degli artisti col pubblico, degli spettatori fra loro. E poi, relazione di tutte queste persone con l’arte, la cultura; con le idee, la politica, i bisogni; con testi, azioni, musica, scene, luci, legno e chiodi; con i classici e i contemporanei, con i poeti e i macchinisti. «Nel teatro la parola è doppiamente glorificata: è scritta, come nelle pagine di Omero, ma è anche pronunciata, come avviene fra due persone al lavoro: non c’è niente di più bello», scriveva Pasolini in Affabulazione.
Capite bene che, partendo da questa idea di teatro e di relazione, per noi concetti come “rete”, “lavoro sul territorio”, “formazione del pubblico”, “teatro aperto alla città” acquistano significati molto concreti e molto stratificati.

Centrifugo, centripeto. Ci eravamo messi insieme perché sentivamo il bisogno di non disperdere un comune patrimonio di idee, competenze e sogni, di continuare a studiare e trovare nuove vie, di coltivare il territorio in cui avevamo messo radici, ma al contempo anche di uscire, non tanto e non solo nel senso della compagnia di giro (senso che pure si è attuato qualche anno dopo), ma nel senso di andare a vedere, in Europa prima e poi nel mondo, che cosa succedeva. Sarà questo fatto di stare in provincia. Il terrore che, poiché fai base in provincia, il passo dal fare un’arte provinciale è breve. E allora via: a vedere i festival europei, poi, dal 1998 con l’arrivo dell’ITC Teatro, a cercare di portare nel nostro spazio quello che là avevamo trovato, e poi a fare delle cose insieme a questi nuovi amici europei, e poi (ma gli anni stanno correndo veloci) la creazione dei progetti internazionali più complessi, europei ma non solo, teatrali ma non solo, sempre e comunque artistici, sempre e comunque umani.
La qualità artistica si nutre del dialogo con la comunità di riferimento e degli scambi internazionali e si investe dei temi forti del contemporaneo: dialogo interculturale e intergenerazionale, cittadinanza attiva e diritti, inclusione sociale e culturale, memoria viva e una costante riflessione sul presente determinano la necessità e il desiderio di sviluppare modalità artistiche, culturali e anche gestionali diverse e innovative.

Identità. Quando, più di un anno fa, ci siamo accorti che stava per arrivare l’anno del ventennale, ci siamo chiesti a lungo che cosa avremmo potuto fare per festeggiare senza autocelebrare, per sfruttare questa come occasione di riflessione anche sulla nostra identità di gruppo. Identità è sempre stata una parola molto difficile al TdA. Fonte di discordia, persino. Perché, sì, d’accordo, non voglio fare solo l’attore, ma questo Argine sembra proprio onnivoro, quando non schizofrenico, e lo è tanto che a volte è difficile far capire chi siamo anche a quelli che ci stanno più vicini e noi stessi abbiamo delle crisi di identità, ogni tanto.

Persone. Lavoriamo non solo sul palco, ma anche in platea, cercando di ascoltare la nostra comunità di riferimento e il mondo intorno, di capire quali bisogni, quali interessi ci sollecitano o noi vogliamo sollecitare. Ma non ci fermiamo in platea, ci piace uscire fuori, fuori dalla quarta parete, ma fuori anche dai muri fisici del nostro amato ITC Teatro, perché c’è una Città là fuori, che non è San Lazzaro e non è nemmeno Bologna metropolitana, è un mondo di cittadini che il teatro non sanno neanche cosa sia, anche se vivono accanto a noi. Poi (perché siamo un po’ inquieti) andiamo ancora più in là e arriviamo ai limiti della Città, diciamo “limiti” ma si potrebbe anche dire “margini” perché chi vive lì a volte non è neanche un cittadino, se è vero che essere cittadini vuol dire avere dei diritti. E al margine, a volte, non ci sono i diritti. Figuriamoci se c’è la cultura. L’arte, poi, non ne parliamo.

Azioni. Lavoriamo come artisti, quindi facciamo spettacoli e li portiamo in giro; poi, sempre da artisti, facciamo vivere l’ITC Teatro, curando una programmazione che lo tiene aperto sempre dalla mattina alla sera per più di 220 giornale all’anno; poi (ci ripetiamo), ancora come artisti, ci occupiamo di didattica, facendo laboratori con più di 3.000 persone all’anno dai 3 agli 83 anni, delle culture, formazioni, competenze più diverse; infine, facciamo progetti, tanti, diversi fra loro, sempre artistici e sempre umani, dal Teatrobus ai progetti europei, dagli scambi con la Tunisia, la Bolivia, il Senegal, passando per Lampedusa alla Pluriversità dell’Immaginazione di Stefano Benni.

Leva. Dialogo interculturale e intergenerazionale; inclusione sociale e culturale; strumenti artistici di cittadinanza attiva e democratica; raccolta e diffusione di memoria e di memorie; sguardo e riflessione sui temi caldi della contemporaneità; formazione del pubblico e lavoro sul territorio; coinvolgimento di bambini, ragazzi, giovani e adulti di ogni età e cultura; costruzione di reti territoriali, nazionali e internazionali; scambi di teorie, metodologie e pratiche a livello nazionale e internazionale: insomma, il teatro come leva per l’avanzamento e lo sviluppo non solo del mondo dell’arte e della cultura, ma anche per quello dell’educazione e del sociale.

Seguire la rotta tracciata da queste parole chiave vuol dire avere uno sguardo su un teatro multidisciplinare, interculturale, dall’alto valore sociale e dall’imprescindibile qualità artistica. Un teatro nuovo radicato nel tessuto della città che guarda dritto negli occhi il mondo.

Andrea Paolucci 
Teatro dell’Argine

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