La rete sul territorio – Andrea Cosentino

| 15 maggio 2014

 La rete sul territorio

Avevo qualche resistenza ad accettare l’invito a scrivere e parlare di residenze. Questi giorni ho poco tempo per pensare, e meno ancora per scrivere. E poi mi sembra di essere la persona meno adatta. Non sono di quei teatranti sempre in cerca di spazi in cui provare. La prima cosa che penso quando sento questa voga delle residenze è: d’accordo, le strutture non han più soldi per fare programmazione, e allora ci offrono ospitalità. Di quei pensieri che si pensano da soli e che certamente ad approfondirli sono anche superficiali ed errati, ma che essendo la prima cosa che ci viene alla mente da qualche parte dovranno pure cogliere nel segno. A volte la sostanza delle cose non la si afferra scavandogli dentro, ma guardandole da molto lontano.
Sto parlando qui di niente e gironzolando con pensieri oziosi e massime discutibili per evitare di entrare in argomento, e riempire le mie cinquemila battute o giù di lì senza dover mostrare il niente che ho da dire sulle residenze.
Ma provo a gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Prima di tutto, excusatio non petita ma necessaria: avere a disposizione uno spazio dove provare mi appassiona poco. Forse perché appartengo a una generazione che ha dovuto imparare a fare teatro senza strutture e produzioni, forse perché di questi limiti ho dovuto farne una forza, se non proprio uno stile o addirittura una poetica. Negli anni mi sono specializzato a raccontare spettacoli, non inscenarli, raccontare quegli spettacoli che altre generazioni o in altri luoghi si poteva ancora immaginare di fare. Io no, e adesso inizio ad essere troppo vecchio per cambiare abitudini. Il soggiorno tre metri per tre del mio appartamentino romano mi è sufficiente, posso gesticolare e parlare e scrivere e fumare contemporaneamente. Quanto alla dotazione tecnica, l’unica mia pretesa è molta luce in faccia e che mi si senta bene. Il mio teatro è fatto di strategie testuali, macchine spettacolari e improvvisazione. È un teatro di pensiero e relazione, che ha da un lato un lungo lavorio concettuale (posso stare un paio d’anni a elucubrare scene e scarti drammaturgici) e dall’altro lo scatto bruciante della relazione col pubblico. Il qui e ora dove tutto si decide. Non ha bisogno di una scena dove dispiegarsi. Decisamente la messinscena non mi interessa. E di conseguenza, mi scalda poco il cuore avere uno spazio fisico dove far prove.

Fatta questa lunga ma per me doverosa premessa, i miei ricordi delle poche residenze che in vent’anni di teatro ho percorso. Prima di tutto Castiglioncello, cioè Armunia, passeggiando sotto i pini o sdraiandomi sulla spiaggia devo aver concepito qualche bella sequenza di Angelica. E il piacere forse giovanile del conoscere e far comunella coi colleghi negli spazi comuni. E Massimo Paganelli e tutti gli altri. Più tardi, e fugacemente, Rubiera e la sua architettura monacale, forse troppo schiacciante per me, una atmosfera da ora et labora che non mi si addice. Il mio teatro non è orazione, civile né incivile, e il mio lavorio creativo ha troppo bisogno di distrazione, e degli attriti che la vita e il caso ci mettono continuamente davanti. E infine questi giorni, ora che scrivo, sono al Teatro Torlonia, una residenza creativa della Casa dei Teatri congiuntamente a Zetema, ovvero il Comune di Roma. Soldi (non molti) e un mese di residenza (con mille intoppi e burocrazie), però è quel che ci vuole. Quello che ho offerto è un progetto fatto di laboratori, videoriprese, interventi urbani. Il tentativo di radunare un pubblico che altrimenti non verrebbe, e non verrebbe perché non saprebbe o addirittura se sapesse diffiderebbe, e portarlo nel Teatro Torlonia. Con una serie di strategie maturate negli anni, che sostanziano il mio tentativo forse disperato, sicuramente utopistico ma innanzitutto semplicemente sano, di fare dell’arte popolare, ben sapendo che non sappiamo più cosa sia l’arte e men che meno cosa ne sia divenuto del popolo. E se ancora di popolo si possa parlare. Tutto ciò è parte integrante del mio fare teatro. E anche la ragione fondamentale per cui qualcuno oggi potrebbe chiedermi sensatamente di fare una residenza da lui. E con lui.

In conclusione: perché accettare un invito a parlare di residenze se non hai nulla da dire, o solo polemizzare? Intanto perché mi è arrivato in maniera gentile, da persone che avevo voglia di rivedere, conosciute appunto nell’epoca delle residenze giovanili, e poi per ascoltare e capire cosa accade, cosa offrite e cosa chiedete in cambio. La mia testimonianza, invece, è poca cosa.

Concludo con pochi appunti, tagliati con l’accetta.
Uno: se potete, non offrite residenze, ma produzioni. Che vuol dire spazio, tecniche e soldi.
Due: se dobbiamo davvero rimboccarci le maniche e scambiarci a costo zero, dobbiamo sapere cosa stiamo offrendoci l’uno con gli altri (e comunque per quanto mi riguarda non a quelle strutture vecchiotte che negli anni d’oro sguazzavano negli agi senza preparare il proprio ricambio, e adesso magari vorrebbero in tempi di vacche magre continuare a mantenersi nella loro piccola burocrazia ancora una volta a spese di quelli che hanno ancora entusiasmo, magari offrendogli in cambio una risibile visibilità, orrenda parola). Quello che io offro è il mio teatro, a te decidere se fa al caso tuo o meno. Se così non è c’è tanta offerta in giro. Sicuramente molto più della domanda. Quello che chiedo in cambio è il tuo rapporto, tuo di struttura, con il territorio del quale fai parte, la fiducia che hai saputo conquistare negli anni con i tuoi spettatori, o la foga con la quale se nuova ti preoccupi di conquistarla. Condividere una sfida nella quale ognuno assume su di sé la parte di rischio che gli compete.

Post scriptum stilettato.
Quello che non mi piace: la residenza da festival, quella di un circuito che quanto più si impoverisce economicamente tanto più si chiude nel suo guscio, quella del solo qui solo ora, in vista del site specific fatto solo per voi solo per me, che tanto siam sempre gli stessi a giracchiare allora nutriamoci bulimicamente di sempre nuove e irripetibili novità per giustificare la nostra rilevanza culturale, e in definitiva il nostro diritto all’esistenza.
Quello che non mi convince, e non perché abbia qualcosa in contrario, ma perché non mi sembra quello il punto: le residenze che fanno rete e si scambiano tra di loro.
Quello che vorrei da una struttura di residenze: che osi tessere e gettare la propria rete commisurandola al territorio che la ospita, e ai pesci che lo abitano.
Io sono un teatro ambulante, ovunque tu mi metta io sarò site specific, allora approfittane, proviamo a conquistare nuovi pubblici e spazi inconsueti.

Andrea Cosentino

 

Tags: , ,

Category: figurine

About the Author (Author Profile)

Comments are closed.