Residenze – Alcune riflessioni – Clemente Tafuri e David Beronio | Teatro Akropolis

| 19 settembre 2014

Il progetto Teatro Akropolis, fin dal suo concepimento, ha avuto come obiettivo quello di integrare le modalità di gestione di uno spazio con le esigenze creative, di studio e di produzione di una compagnia teatrale. Da qui l’idea che il momento performativo non venisse privilegiato rispetto ai momenti di approfondimento vissuti fuori dalla scena. Testimonianze ricerca azioni (il periodo di attività pubblica del teatro) è quindi una stagione compressa, o un festival dilatato, della durata di oltre un mese che dovrebbe permettere alle compagnie ospiti di riuscire a dialogare tra loro e con gli artisti che gestiscono lo spazio, lasciando la sala e i luoghi a essa connessi a disposizione, per un tempo piuttosto lungo, di coloro che desiderano trascorrere un periodo di produzione o studio presso il teatro. Questa idea è stata formulata e proposta alle amministrazioni che avevano offerto lo spazio alla compagnia Akropolis, e da subito la discussione è stata portata avanti su questi termini. Senza ancora uno sguardo approfondito sul tema delle residenze stabili o creative, l’amministrazione ha dovuto quindi discutere di questioni legate al fatto che uno spazio potesse vivere di incontri e confronti, oltre che di repliche. Solo oggi, dopo diversi anni, si sta aprendo un vero e proprio dialogo con gli assessorati per capire chi e in che modo, in Liguria, possa dedicare parte delle sue attività e dei suoi spazi alle residenze creative. E, come si può facilmente intuire, tra i principali problemi emerge quello dei finanziamenti da destinare al progetto. Il confronto con altri gruppi e altri teatri o festival diventa quindi essenziale per capire quali direzioni è bene intraprendere e soprattutto, alla luce di esperienze già fatte, capire in che modo evitare errori. Ovviamente il tutto tenendo presente le economie ristrette e le caratteristiche di ciascuna esperienza. I requisiti minimi che emergono dal dibattito riguardano la necessità di spazi adatti per il lavoro, e il suo preciso momento di sviluppo, che si ospita. Accanto a questo la possibilità di dare vitto e alloggio gli artisti. Banale, in apparenza, ma non così scontato. Una residenza dovrebbe inoltre offrire la possibilità di restituire il lavoro svolto. E intorno a questa ipotesi prendono forma due possibilità. Una riguarda le attività che un gruppo può svolgere durante la residenza per il pubblico e l’utenza del teatro ospitante. L’altra riguarda la presenza del gruppo ospitato nella stagione o nel festival del teatro. Riteniamo che entrambe queste possibilità non possano essere il frutto di una decisione a priori, non possano cioè far parte a priori di una clausola contrattuale. Sono opportunità, senza dubbio per tutti coloro che sono coinvolti nell’operazione, ma non ci sono motivi per cui queste opportunità debbano tramutarsi in doveri. Un gruppo in residenza potrebbe, ad esempio, non avere nulla da offrire durante le residenza, e chiedere attività laterali al lavoro svolto potrebbe essere di disturbo al percorso che si sta conducendo. Questo non toglie che alcuni gruppi possano avere bisogno di confronti diretti con un pubblico, o con la stessa compagnia ospitante, ma si tratta di questioni che non dovrebbero rappresentare un obbligo. Il fatto poi che il lavoro di una compagnia debba essere messo in cartellone dal teatro ospitante per il solo fatto di essere stato in residenza, rappresenta un modo di agire nei confronti dell’arte le cui logiche ci paiono piuttosto oscure. Si offre una residenza artistica a un artista o a un gruppo perché il suo progetto può essere interessante e avere margini di sviluppo importanti. Che poi questo accada non è per niente certo. E, anche nel caso che il lavoro raggiunga il suo fine, non è per nulla scontato che esso sia coerente con la direzione del teatro e l’organizzazione delle sue attività pubbliche. Insomma, il rapporto tra chi è ospitato e chi ospita, nella totale fiducia e rispetto della ricerca e della propria arte, va vissuto con profondità e dedizione da entrambe le parti, e le sue conseguenze non sono per nulla scontate.

A volte, e lo riferiamo per esperienza diretta e a seguito di diversi confronti, le attività parallele a una residenza (dibattiti, incontri con studenti, laboratori e così via) diventano una seccatura per gli artisti ospitati e una seccatura, magari necessaria a fare rete sul territorio, per chi ospita. Forse sarebbe bene, se si decide di aprire il proprio spazio a un artista e alla sua ricerca, lasciarlo lavorare in pace e trovare altre strade per approfondire, o creare, un rapporto con il proprio pubblico e le istituzioni che finanziano.

Ma è pur vero che il passaggio di un gruppo in un teatro, soprattutto quando sono prese in considerazione questioni come ricerca, sperimentazione, studio ecc., dovrebbe lasciare una testimonianza. Dovrebbe cioè rappresentare un momento significativo per il percorso artistico sia di chi è ospitato che di chi orbita intorno al teatro ospitante. Laddove le condizioni a cui abbiamo accennato non trovano una loro espressione, diventa allora necessario orientarsi in altre direzioni. Con la nascita di Teatro Akropolis abbiamo dato vita a una piccola casa editrice, AkropolisLibri. Il motivo di questo ulteriore sforzo riguarda proprio la possibilità, e in un certo senso, noi crediamo, il dovere, di dare conto del proprio percorso a prescindere dagli esiti sulla scena. Scrivere di quello che si fa non è una pratica tanto diffusa tra gli artisti, ma uno sforzo che in molti casi può dare esiti sorprendenti. Sia che a prendere la responsabilità di argomentare le fasi di creazione del proprio lavoro siano direttamente gli artisti o, come a volte capita, critici o studiosi che partecipano a queste fasi del lavoro. Non si tratta di dover spiegare ciò che si sta facendo, tenere un diario, giustificare i passi falsi, argomentare le proprie scelte intorno alla creazione di un’opera. Quello che chiediamo agli artisti che prendono parte a Testimonianze ricerca azioni (e quello che ci piacerebbe chiedere a coloro che parteciperanno alle eventuali residenze) è di scrivere in merito alla loro visione dell’arte, ed eventualmente riferirsi ai progetti su cui in quel momento stanno lavorando. In ogni caso dare a chi poi sarà spettatore, la possibilità di essere, grazie alla pagina scritta, anche lettore delle ragioni profonde che conducono a fare questo lavoro. Se fare ricerca è una attività che ha un senso ulteriore rispetto al fare semplicemente teatro, è importante che la traccia di questo percorso possa rappresentare un punto di riferimento. E scrivere del proprio lavoro significa donare una parte profonda e preziosa di sé.

Ad oggi la compagnia Akropolis, oltre alla gestione del teatro, ha la possibilità di usufruire di un auditorium (già sede di attività residenziali e laboratoriali promosse da Teatro Akropolis) e due saloni di Villa Rossi Martini, una villa storica nei pressi del teatro, i cui lavori di allestimento e prima messa in opera saranno conclusi nel 2015.

Clemente Tafuri, David Beronio
direzione artistica Teatro Akropolis

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Category: figurine

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