Seminario secondo tempo Prato _ 4 ottobre 2014

| 2 marzo 2015

Prato, Sabato 4 ottobre 2014, Teatro Magnolfi – Prato

Il gioco delle parti

Seminario secondo tempo

Edoardo Donatini riprende i lavori dell’incontro, saluta i partecipanti e i rappresentanti delle Istituzioni, prima di descrivere le modalità di svolgimento della giornata: si susseguiranno tredici interventi sul modello delle Figurine, per lasciare poi spazio alla discussione finale.

Gerardo Guccini sintetizza gli interventi del giorno precedente con un particolare riguardo per quelli che sono stati definiti “orizzonti”, sguardi verso il futuro, declinati come prolungamenti possibili di progettualità esistenti. Tuttavia tra gli elementi che arricchiscono questo mutamento cita Chiara Lagani e il suo auspicio di nuove interazioni tra sforzi privati e contesti pubblici per la realizzazione di culture teatrali da dislocare in contesti altri; Stefania Marrone per l’allusione alle potenzialità sociali e civili del teatro; Andrea Paolucci per la messa in evidenza di indicatori utili alla valutazione dell’impatto culturale su un determinato territorio. Guccini rileva, poi, una “zona del desiderio”, in ombra rispetto agli sguardi agganciati alla realtà presente: l’idea di una “vocazione residenziale”, matrice della distinzione tra la residenza come puro impiego e la residenza come avamposto culturale che ha l’obiettivo di costruire reti teatrali. Riprende le parole di Andrea Porcheddu che ha citato il valore di una residenza in contesti di interazione sociale; Elena Bucci che ha sottolineato come oggi si possa percepire in diversi contesti un’atmosfera radicata di disagio; Attilio Scarpellini che ha rilevato come, nel teatro, il rapporto con la contemporaneità trovi il suo fulcro in una sorta di nostalgia creativa, una forza del passato che si delinea sempre in relazione con il presente; Graziano Graziani che ha messo in evidenza come il teatro muti in una dinamica di cerchi concentrici.
I mutamenti storici del Novecento, riprende Guccini agganciandosi alle ultime affermazioni di Graziani, hanno determinato strutture sempre più periferiche a partire dalla funzione dei Teatri Stabili. Bisognerebbe, quindi, ripensare questo sistema mettendo in dialogo i suoi diversi strati, per scongiurare il pericolo che un livello diventi autonomo; l’autonomia infatti viene a creare sui cerchi più deboli un sommarsi di esigenze difficilmente sostenibili. Le residenze, di conseguenza, appaiono come le uniche strutture che rispondono a determinate esigenze e problematiche. Esse subiscono un carico eccessivo e, allo stesso tempo, rappresentano uno dei pochi veri fattori di rinnovamento, ma non vedono un riconoscimento sistematico proporzionale agli obiettivi raggiunti.
Nessuna funzione tradizionale – produzione, programmazione e ospitalità –, conclude Guccini, risulta sovrapponibile all’operare delle residenze. Esse possono forse avere una funzione “generativa” di teatro poiché esso nasce dove, prima, non c’era e una delle peculiarità delle residenze è proprio quella di valorizzare, convertire luoghi, pubblici, territori.

FIGURINE

Rosita Volani parla della cooperativa sociale Olinda alla quale appartiene, con sede nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Chiarisce che non si tratta di un gruppo teatrale, ma la loro scelta è stata piuttosto quella di ospitare compagnie nella struttura diretta. La vocazione residenziale, secondo lei, consiste nell’ospitare in un “luogo che, di natura, esclude” pur offrendo una serie di servizi concatenati (un bar, un ostello, un ristorante). All’inizio Olinda si era fondata sulla possibilità di essere una residenza “senza regole”, ma, dopo otto anni di attività ha cominciato a sentire la necessità di approcciarsi con un’elasticità diversa alle modalità di ospitalità. Lavorando in un luogo profondamente rigido, infatti, le residenze devono potersi modellare e relazionare con i diversi soggetti. Nessuno ama le cose impure, prosegue Volani, e la sua struttura si offre all’impurità, non si include in un settore specifico. Inoltre avendo scelto di non fare programmazione, per lunghi periodi dell’anno, lo spazio appare chiuso anche se non è così. La domanda quindi diventa: come si può proteggere una residenza se si deve dimostrare che la struttura è aperta?
A proposito di orizzonti Volani parla di elasticità e di declinazioni relazionali multiple in accordo con l’ospite.

Elisa Barucchieri muove dal concetto di desire path. La residenza è per lei una vocazione che tocca un gruppo di persone che decidono di lavorare collettivamente, è un’azione che risponde alle richieste della comunità di riferimento, dei territori specifici. Tuttavia la danza è una voce flebile nel sistema teatrale, anche se spesso questo non viene considerato: porta come esempio il fatto che il bando per le residenze pugliesi abbia presentato gli stessi criteri di valutazione tanto per la danza quanto per il teatro, pur essendo due specificità che non possono in alcun modo poter rispondere agli stessi parametri.
Come orizzonti, Barucchieri, vede nuovi linguaggi caleidoscopici che si oppongano alla catalogazione che deriva da schemi inattuali e che siano finalizzati a un dialogo e un ascolto rinnovati con le istituzioni e il pubblico. Bisognerebbe, in sintesi, trovare un senso che “accolga il proprio essere cangianti”.

Rossella Viti ammette di aver ascoltato con trasporto tutte le voci sull’argomento comune delle residenze. Una residenza è una casa: una compagnia abita uno spazio e compie dei lavori di attraversamento in un’ottica mutevole che ammette fuoriuscite da generi e parametri prestabiliti. Si lavora con il disagio, sempre, qualsiasi operazione culturale si compia, ma farlo in contesti di reale disagio – come ad esempio potrebbe essere il teatro in carcere – diventa paradossalmente più semplice perché si assume consapevolezza, il contesto diventa chiaro. Viti ritiene che le residenze possano essere un tentativo per affermare il proprio punto di vista nella fluidità.
Rispetto agli orizzonti, Viti conclude riportando alla memoria il sottotitolo della prima edizione di Verdecoprente festival: Il mio paesaggio è un nido. Il riferimento è alle rondini e alla loro fluidità, sono uccelli migranti che però hanno un nido. Le rondini che ogni anno fanno ritorno alla sua casa, sono una famiglia e parlano la stessa lingua.

Michele Losi racconta la storia di ScarlattineTeatro-Campsirago Residenza che da compagnia di giro, ha sentito la necessità di radicarsi nel piccolo borgo di Campsirago dove poi è nato il Festival e del conseguente mutamento degli spazi scaturito dall’incontro con gli artisti ospitati. Dal 2008, da quando hanno iniziato a lavorare a progetti di residenzialità, il loro concetto di residenza è mutato: da brevi periodi di ospitalità a progettualità triennali.
Tra le parole chiave del loro operare, ne rintraccia alcune emerse nei precedenti interventi quali nomadismo, territorialità e progetto. Quest’ultimo racchiude in sé potenzialità molto profonde perché consente un radicamento nel luogo della mente: la residenza non è, infatti, un luogo specifico, ma, prima di ogni altra cosa, un modo di intendere la propria progettualità artistica che trasforma anche il rapporto con le istituzioni.
Per Losi, gli orizzonti possibili si articoleranno auspicabilmente su progetti internazionali che modificheranno continuamente le aspettative degli artisti.

Francesca Macrì interviene enumerando quelle che sono le sue aspettative nei confronti di una residenza: 1. un incontro poetico; 2. un periodo adeguato di lavoro; 3. spazi in cui sia possibile “realmente” provare; 4. un teatro per fare allestimenti; 5. la possibilità di avere delle retribuzioni economiche. Si sta parlando di residenza in termini generici, sottolinea Macrì, ma esistono luoghi come L’Arboreto, La Corte Ospitale, Armunia, solo per citarne alcuni, che hanno una vera vocazione residenziale.
Gli orizzonti riguardano da un lato la possibilità di avere delle residenze all’interno dei Teatri Stabili – come è successo alla sua compagnia Biancofango al Teatro di Roma con il progetto Perdutamente –; dall’altro la nascita di residenze metropolitane – come nel caso del Rialto Santambrogio. Questo spazio è stato infatti fondamentale per molti artisti romani e ha rappresentato la possibilità di un dialogo privilegiato con operatori e critici, permettendo alle compagnie una crescita artistica. Bisogna allora, conclude Macrì, dare a Titolari e Attori la possibilità di riconoscere e nominare tutte quelle persone che – come scriveva Calvino – all’interno dell’inferno “non sono inferno”, per dargli vita e spazio.

Stefano Moretti condivide con i presenti il fatto che, a differenza di ciò che è stato scritto nel contributo per il Prologo del primo movimento di Nobiltà e miseria – che si apriva con la definizione del termine residenza – ora non sente alcuna ansia di nomenclatura; è trascorso del tempo dalla stesura ed è mutata la sua riflessione. Portare avanti un progetto di residenza vuol dire mettere a disposizione il proprio nido – citando Rossella Viti – per gli altri. La peculiarità di una residenza dev’essere l’apertura, la condivisione. L’incontro poetico è importante, ma non può essere la prima cosa, non può essere un obbligo, il Titolare di una residenza può fare sentire silenziosamente la sua presenza.
A proposito di orizzonti, Moretti manifesta il suo desiderio di avere la possibilità di conoscere in profondità sempre più persone e realtà.

Massimo Conti riprende il discorso avviato il giorno precedente da Chiara Lagani, in riferimento alle residenze nate negli anni Novanta. Si tratta di una generazione che, nell’impossibilità di trovare delle relazioni concrete di circuitazione e di disponibilità di spazi, ha sentito la necessità di avere una casa. In assenza di un sistema che potesse garantire questo, si sono quindi avvalsi del lusso di comprarsi uno spazio per metterlo in condivisione, in comune. Il sistema, infatti, ha progressivamente smesso di esistere, fino al suo completo disfacimento con la chiusura dell’ETI. Il welfare è finito – riprendendo quanto affermato il giorno prima da Scarpellini – ma possono ricostruirlo i Titolari e gli Attori.
Ciò che rimane fuori da questo sistema-centro (inesistente), sono: la scena dal vivo, il teatro di ricerca, i festival e le residenze. Per tale motivo, non avendo altri riferimenti né possibilità di relazione, non rimane che chiedere tutto alle residenze.
Gli orizzonti sono il teatro, le idee di futuro. Quello che sta accadendo presso lo Spazio K è una ricerca volta al futuro, una ricerca di risorse per una dignità.

Rosagiulia Scarongella partendo dalla “complessità” emersa dai precedenti interventi, presenta l’esperienza della sua compagnia – La luna nel letto, che fa parte di Teatri Abitati, la rete di residenze teatrali della Regione Puglia – nata da un’associazione culturale che si è insediata in un territorio e ha iniziato a fare attività per le scuole. È stato questo che ha consentito di mettere radici e creare una comunità: dalla gestione di uno spazio privato, questo luogo si è identificato come pubblico, in quanto vissuto dalle persone. Sono divenuti successivamente compagnia di giro, finché nel 2008 sono stati riconosciuti come residenza. Questo ha certamente voluto dire “regole”, “ordine” e “definizione”, ma non è stato colto come una limitazione, il loro operare ha cercato negli anni di inserire la fluidità e la variabilità – propria della produzione artistica – all’interno di queste regole. Il territorio è di forte stimolo per la creazione e ha consentito di instaurare delle relazioni e fare rete tra le diverse esperienze residenziali, non solo regionali. Nella loro esperienza, prosegue Scarongella, la complessità ha innescato la relazione tra “nomadismo” e “stabilità”.
Tra gli orizzonti, mette in luce come pur non essendoci stati ancora risvolti in merito al futuro di Teatri Abitati, il loro atteggiamento non è depressivo ma di rilancio, continuando a lavorare sul territorio e con gli abitanti, i primi beneficiari della creazione artistica.

Renzo Boldrini parla della necessità di riflettere sul sistema e sulle fragilità legate alla lettura del reale e sottolinea che le residenze rischiano comunque di non riuscire a sostituirsi alla mancanza di politiche culturali. Agendo dal basso, offrendo all’artista una filiera di produzione corta e assicurando un diverso rapporto con gli enti e le amministrazioni locali, le residenze possono agire trasversalmente e riscrivere le dinamiche di rapporto con una cittadinanza attiva, possono garantire programmazioni e produzioni, creare reti, uscire dall’asfissia sistematica.
Gli orizzonti, per Boldrini, consistono nel creare una tradizione di residenzialità all’interno del sistema, qualificando la domanda e riequilibrando la dimensione dell’offerta, in un’ottica in cui la funzione regionale abbia una ricaduta effettiva – anche intesa quale partenza di processi artistici – sui territori.

Roberta Nicolai apre il suo intervento volgendo la riflessione direttamente sugli orizzonti e costata come il termine residenza si stia riempiendo, grazie ai soggetti presenti all’incontro, di contenuti differenti ma profondamente affini. Nella consapevolezza di questa diversificazione di esperienze, si auspica che il “dire” sia aderente e propositivo al “fare”. Per trasformare le zone d’ombra del sistema è necessario mettere le radici in questa molteplicità senza necessariamente cercare di uniformare il panorama. Le singole azioni messe in campo sono spesso talmente radicate nel territorio da non poter prescindere dalla sua unicità. Questa è la ricchezza delle residenze che altre realtà teatrali italiane non hanno, mentre esse sono state in grado di creare modalità nuove di cui il sistema stesso ha bisogno – come è emerso puntualmente dall’intervento di Guccini – facendosi garanti di un diritto del cittadino-artista e del cittadino-spettatore. Il sistema deve riguardare chiunque voglia crescere al suo interno per sviluppare ciò che si è iniziato a seminare, contro qualsiasi tipo di conservatorismo e di pensiero dominante, ma a favore di una comprensione profonda di possibili modalità di contaminazione, di modifica. In questa fluidità e mutevolezza consiste la forza delle residenze, conclude Nicolai; nella possibilità di lasciare un segno senza offrirsi alla competizione risiede, infatti, il passaggio da uno stato di “resistenza” – intesa nell’accezione di accumulo – a un momento di “rilascio” in cui sia possibile contrastare il pensiero che ha fatto della cultura qualcosa in cui non ci si riconosce più.

Ornella D’Agostino parla della Sardegna come di un luogo potenzialmente d’eccellenza per le residenze, ma – come evidenziato nella Figurina – nella realtà dei fatti, non si è arrivati a questo. Le realtà soffrono per l’isolamento e la staticità regionale. Il sistema, prosegue D’Agostino, riguarda tutti perché crea delle sacche di marginalità e disfunzionalità. Più che altrove, il dibattito sulle residenze potrebbe creare in Sardegna occasioni di avvicinamento tra luoghi e persone. Nella dialettica tra stabilità e mobilità, in un luogo che vive di isolamenti, stare fermi ha un significato relativo e si sente il bisogno sempre più forte, guardando agli orizzonti possibili, di dare visibilità a determinati progetti e processi artigianali.

Andrea Falcone mette in luce, riferendosi all’esperienza della sua compagnia a Spazio K, come fare residenze permetta di creare nuove modalità di lavoro: con Kinkaleri si è infatti affiancata la condivisione di un’azione sul territorio alla possibilità di una poetica composita – grazie all’incontro con altri artisti – che non vive un’intermittenza ma è assolutamente insistente. Volgendo il pensiero agli orizzonti, Falcone porta all’attenzione l’esempio del Teatro Rossi Aperto per riproporre una serie di domande scaturite da un incontro svoltosi a Pisa, dopo due anni di occupazione: il senso del loro fare è aprire una sala prove? È creare nuovi luoghi di ospitalità? Nonostante siano domande complesse, il risultato ottenuto da questa realtà è un’attenzione partecipativa molto alta. Le aperture possibili, proprie delle residenze, aiutano a creare occasioni per fare della teatralità un privilegio per i cittadini, prima che per gli spettatori. Nelle grandi città, infine, la necessità di residenze è ancora più forte che nelle periferie.

Attilio Scarpellini ricapitola quanto emerso dagli interventi. Il diffuso senso di impurità che si è delineato in molti contributi – ad iniziare da quello di Elena Bucci e Rosita Volani – si configura, in realtà, come una condizione artistica e poetica del teatro tout court e la residenza può veicolare, in questo senso, l’immagine di un ethos per cui il dilemma modernistico che contrappone vita e arte tende a sciogliersi. Il tentativo di rispondere a problemi sistemici con soluzioni declinate su singole esperienze biografiche è sintomo di un generale mutamento del contesto. Un altro punto emerso durante la giornata, nello specifico grazie all’intervento di Massimo Conti, riguarda l’elusione del potere: il sistema ha già fallito, lasciando dietro di sé, però, una rete di eticità diversificate. A questo è fortemente connessa un’ulteriore questione, ovvero la creazione di “case” che consentano di mettere radici e, allo stesso tempo, assicurare forme di elasticità e fluidità. Ma si deve fare attenzione, avverte il critico, perché vi è un nomadismo positivo – che accoglie nella propria terra gli altri – e vi è un nomadismo distruttivo – che colonizza i territori, ci passa sopra e poi se ne va altrove. Un’altra posizione è quella rappresentata da Roberta Nicolai, che afferma: “il sistema mi riguarda”. Il tema etico affrontato inizialmente impedirebbe di parlare ora di futuro; l’etica pratica il presente e questo trova una conferma negli orizzonti enunciati, sempre nutriti da un’azione che è in corso, rileva in sintesi Scarpellini. Si palesa, quindi, la necessità di trasformare tutte queste differenze in un soggetto plurale. Infine, il critico fa riferimento alle residenze metropolitane e ai casi romani del Rialto Santambrogio e del Teatro India, concludendo che dei problemi di interlocuzione con il sistema esistono ed è inutile negarlo.

Graziano Graziani propone un’ulteriore sintesi tra i termini che sono emersi dagli interventi. Sono parole antinomiche che, se da un lato, difficilmente permettono di uscire dal contesto binario, dall’altro, possiedono un gradiente di possibilità: residenze metropolitane/residenze provinciali; nomadismo/stanzialità; attenzione al territorio/spazio immaginativo; teatri abitati/residenze creative. Sono tutti aspetti di un’interpretazione che ha a che vedere con l’urgenza di un territorio e di una compagine artistica. Il teatro, afferma il critico, è un luogo relazionale che deve tornare ad essere piazza, luogo intermittente per consentire l’incontro e il dialogo. La necessità tassonomica – già rilevata nella giornata precedente – può risultare del tutto superflua agli artisti ma è utile a studiosi e critici e può esserlo anche nel confronto con le amministrazioni. Ogni aspetto citato dai Titolari e dagli Attori può essere letto in una doppia ottica: pesante o leggera. Quello di cui c’è davvero bisogno, sottolinea Graziani, è un alleggerimento della pesante filiera burocratica. Grazie alle residenze, gli artisti hanno modificato le loro modalità produttive – come, prima, era successo nel contesto dei festival – accogliendo le possibilità di confronto con altri soggetti. Grazie alle residenze, infatti, si sono aperte possibilità di ridefinizione della spesa del denaro pubblico, contro alcuni casi di parcellizzazione di misere economie, una dimensione diffusamente bulimica del sistema e casi di iper-produzione, a favore di una conservazione e di una ridistribuzione più razionale e propositiva delle energie. Uscire fuori dalla parcellizzazione corrisponde allora a una ridefinizione dei luoghi; significa immaginare che il “luogo della possibilità” sia anche quello in cui per ogni singolo gesto non venga richiesta una rendicontazione. Il critico riporta, infine, una riflessione sulle residenze metropolitane: anche se è oramai diffusa l’attenzione verso la valorizzazione di questa molteplicità, sono esperienze che esistono in altre città europee e sono spesso connesse all’attività delle Accademie e dei principali Teatri pubblici. I teatri devono quindi essere piazza, devono prevedere la coabitazione e devono tornare a essere luoghi aperti, ma per fare questo devono immaginare un tempo che sia propizio all’apertura, per non correre il rischio di rientrare in una griglia sempre più burocratizzata.

Licia Lanera rileva alcuni denominatori comuni dei discorsi fatti: i concetti di apertura e di territorio. Il teatro, darwinianamente, ha saputo adattarsi alle condizioni date, ma non la burocrazia sistemica. In sintesi: se da un lato viene richiesto a un teatro di mutare e accogliere nuove possibilità identitarie, dall’altro deve fronteggiare la difficoltà di rispondere a parametri anacronistici.

Massimo Conti interviene per rilanciare la potenzialità dell’incontro e per manifestare il desiderio di accogliere questa esperienza – una ricchezza enorme di funzioni e relazioni, ognuna con la sua specificità – quale spinta per instaurare una relazione con tutte le istituzioni, ma partendo da una identità già definita. Tutta questa polverizzazione di esperienze (residenziali), prosegue Conti, ha bisogno di trovare la sua necessità e tutte le forze in campo dovrebbero potersi manifestare nella loro complessità.

Fabio Masi conclude la discussione sottolineando quanto sia necessario proteggere una flessibilità di approccio nei confronti dell’artista in residenza. Per fare questo è necessario, da un lato, creare un contesto che sopperisca all’assenza della politica locale – in riferimento al problema della filiera corta, che vede spesso il confronto con le amministrazioni locali inesistente – dall’altro, si dovrebbe evitare di diventare centri di “resistenza”, come dichiarato da Nicolai, per i quali non vi è alcuna possibilità di sviluppo.

*** Pausa***

DISCUSSIONE

Andrea Paolucci apre l’incontro pomeridiano, riportando al centro della discussione il concetto di “piazza” espresso da Graziano Graziani, per ridefinire quel luogo di incontro in cui sia possibile prendersi del tempo, in cui il teatro possa trovare pratiche vicine al cittadino e sia così possibile un radicamento nel tessuto della città.
La riflessione di Paolucci si rivolge poi direttamente agli orizzonti nel tentativo di consegnare la propria idea del “teatro di domani”: ci sono delle esperienze in atto di allargamento della piazza della cultura a un pubblico molto più ampio. Per spiegare questo, porta l’esempio della biblioteca Sala Borsa a Bologna, o delle Ideas Store londinesi, biblioteche comunali che hanno rinunciato al termine definitorio “biblioteca”, in quanto respingente, e si sono inventate delle funzioni per cercare di essere molto più vicine al quartiere in cui si trovano. Tutto questo processo ha prodotto un decuplicarsi dei prestiti librari che, nel linguaggio teatrale, corrisponderebbe a un decuplicarsi della vendita di biglietti. Dovrebbero quindi svilupparsi idee e collaborazioni, conclude Paolucci, volte alla creazione di un luogo inclusivo.

Michele Losi interviene per porre una questione specifica ai rappresentanti del Ministero presenti all’incontro, in riferimento alla sua esperienza in Lombardia. In questa regione è presente una legge (la Legge n. 21) che pone sullo stesso piano, con finanziamenti diversi, tanto i grandi teatri quanto le piccole compagnie. Losi si chiede, quindi, come si porrà il Ministero di fronte alla realtà delle residenze, se la Regione dovesse continuare a non prestare un’attenzione specifica al tema. Afferma, infine, che anche se la sua struttura non dovesse essere riconosciuta, lui e i suoi colleghi non smetteranno di fare residenza.

Edoardo Donatini specifica che i rappresentanti del Ministero e delle Regioni non sono stati invitati all’incontro per dare risposta a quesiti simili, ma in quanto Osservatorio. L’obiettivo del progetto Nobiltà e miseria è, infatti, quello di discutere insieme, come comunità, quale sia la configurazione delle residenze, non analizzare nello specifico decreti o leggi.

Gianni Cottafavi interviene per ricordare che la Regione Emilia-Romagna, insieme alla Regione Toscana e alla Regione Puglia, ha sostenuto il progetto Nobiltà e miseria perché ha sentito la necessità di capire meglio cosa stesse accadendo nell’ambito delle residenze, riconoscendole a tutti gli effetti come parte dell’attività culturale del nostro Paese. Nello specifico, la Regione Emilia-Romagna opera in un’ottica di finanziamenti allo spettacolo su una logica di programmazione, ovvero leggendo, ogni tre anni, cosa accade nel mondo dello spettacolo dal vivo e cercando di capire se i propri strumenti e i propri meccanismi di finanziamento siano quelli più idonei a rispondere alle esigenze, o debbano venire modificati i criteri di valutazione per raggiungere i risultati che la Regione si prefigge.
Nel tentativo di far chiarezza sulle dinamiche attuali, in cui si sta lavorando per predisporre il piano delle attività per il triennio 2015-2017, Cottafavi presenta alcuni elementi di complessità che apportano complicazioni rispetto alla progettualità della Regione: una Giunta uscente, le elezioni impreviste ,e infine, la cancellazione delle Province.
Le Province, nella Regione Emilia-Romagna, erano degli interlocutori importanti per il settore dello spettacolo e avevano il compito di individuare dei soggetti da sostenere sul territorio. L’analisi portata avanti dalla Provincia ha consentito, infatti, la nascita di molte delle realtà che hanno raccontato la propria esperienza nelle tre sessioni di lavoro di Nobiltà e miseria, anche grazie a un sistema normativo regionale che ha consentito di sviluppare progetti diversi l’uno dall’altro.
Tra gli elementi di complessità della macchina burocratica, spiega Cottafavi, si inseriscono ora le normative anti-corruzione che entrano in contrasto con i meccanismi di finanziamento finora adottati dalla Regione e mai basati su automatismi. Questo modo di procedere ha sempre rappresentato un valore perché, sul territorio, la differenziazione fra i centri dello spettacolo è così ampia che è sempre stato necessario considerare un “fondo unico per lo spettacolo” interdisciplinare, distribuito tra prosa, musica, danza. Le compagnie ricevevano finanziamenti non solo per la produzione ma anche per la gestione di spazi teatrali, per la programmazione e per l’ospitalità. Questo ha fatto sì che non si sia accusata la necessità di normare i cosiddetti “teatri abitati”.
Cottafavi conclude, manifestando la sua condivisione rispetto alla sintesi che ha preceduto il suo intervento sul tema della funzione delle residenze. Questa specificità deve essere valorizzata in quanto offre alle comunità contesti di sviluppo di nuove forme di teatro. La sua proposta politica mirerà quindi all’introduzione di norme, in Emilia-Romagna, per instaurare un dialogo tra i decreti ministeriali e il territorio e individuare progettualità residenziali.

Ilaria Fabbri riflette sulla necessità di riportare in evidenza due questioni: da un lato, la riaffermazione dell’esigenza di una professionalità; dall’altro, l’impossibilità di risolvere i problemi delle residenze solo attraverso la loro regolamentazione. In una realtà storica in cui le professioni dello spettacolo non sono ancora riconosciute come tali, in un ragionamento che si apre all’Europa e al concetto di impresa, si dovrebbe cercare – sostiene Fabbri – di ragionare intorno a temi etici e politici, lasciando allora ai politici il compito di costruire ponti sul futuro e ai soggetti che operano quello di costruire un presente adatto al cambiamento. Questo consentirebbe di comprendere all’interno del concetto di professione tutta l’etica necessaria per ricostruire un rapporto con la cittadinanza attiva ma a partire da una specificità, ovvero dallo sguardo dello spettacolo, del fare quel mestiere, senza cadere nel generico.
L’altra questione che Fabbri pone al centro dell’intervento è legata alla necessità di lasciare libere le residenze da norme e regolamentazioni – o, possibilmente, di normarle quanto basta per garantirne il finanziamento pubblico o privato. Nella sua esperienza, ha sempre cercato di mettere in campo questo pensiero, rintracciando nella progettualità di artisti e operatori – su un determinato territorio – elementi di valutazione che entrassero in relazione con gli indirizzi indicati dalla Regione e con gli obiettivi complessivi del sistema. Per trovare questo punto di congiunzione tra l’etico e il politico, c’è bisogno certamente del prodotto (organizzativo, artistico, ecc.) ma soprattutto di una capacità camaleontica. La bellezza delle residenze sta infatti nella leggerezza e, per queste ragioni, esse non possono venire congelate in norme. Deve, tuttavia, esserci una dialettica con le istituzioni, ma le residenze dovrebbero rimanere in aree normative non stabilizzate, sarà poi compito di chi lavora costantemente con la politica, saper tenere l’asse dei diversi discorsi.

Giorgio Rossi sottolinea come siano importanti le riflessioni scaturite dall’intervento di Ilaria Fabbri: se la politica non entra in relazione con gli artisti, non sarà possibile una profonda comprensione e condivisione di un progetto artistico. La creatività, sostiene il coreografo, va difesa a prescindere e non ha regole, per tale motivo ci sono i funzionari: portare avanti una lotta del diritto ad esistere – e di conseguenza anche a morire, senza procrastinare l’idea di immortalità presente nel nostro Paese.

Franco D’Ippolito inquadra la situazione pugliese in relazione al nuovo decreto ministeriale, rilevando come in Puglia, al passaggio politico-amministrativo, si sia accostata un’ulteriore discontinuità, ovvero la conclusione della programmazione europea 2007-2013 e l’avvio di quella 2014-2020. Questo è un fattore determinante perché ciò che è stato definito “il miracolo Puglia” trova in buona parte la sua ragione nell’utilizzo innovativo che la Regione ha fatto dei fondi europei.
D’Ippolito si unisce a quanto sostenuto da Gianni Cottafavi in merito all’ingresso del nuovo regolamento comunitario in materia di aiuti di Stato entrato in vigore il 1 luglio 2014, che impone che ogni finanziamento pubblico alle attività dello spettacolo dal vivo, al patrimonio e agli audiovisivi sia assoggettato ai regimi di aiuti all’impresa. Constatando la concomitanza dell’entrata in vigore del suddetto con la pubblicazione del nuovo decreto di riordino del FUS, D’Ippolito esprime amarezza per il fatto che non venga fatto alcun riferimento a questa novità che stravolge la modalità di finanziamento allo spettacolo.
D’Ippolito si ricollega, infine, a quanto detto da Graziano Graziani in riferimento alla valutazione quantitativa per il conferimento di denaro pubblico sostenendo che, anche se attualmente non ci sono normative che lo applicano in maniera corretta, un criterio quantitativo è inevitabile. Il problema, conclude, è decidere quale sia la quantità ritenuta necessaria per una valutazione. Riuscire a concordare questo corrisponderebbe a fornire un contraltare all’unica risposta che l’istituzione riesce a dare in questo momento, un’alternativa a quelle griglie di difficile comprensione e poca aderenza con le attività.

Graziano Graziani specifica che la riflessione sulla leggerezza, ripresa come esempio da D’Ippolito, era legata tanto alle istituzioni quanto agli organizzatori, ma condivide il discorso che mira a una semplificazione. È fondamentale, infatti, che ci siano delle regole nell’uso del denaro pubblico. Queste devono essere poche e chiare per garantire – come auspicato da Ilaria Fabbri – una flessibilità che possa consentire un’evoluzione.

Davide D’Antonio constata l’emersione, negli interventi dei rappresentanti delle Regioni, della necessità di un’assunzione di responsabilità nei processi descritti e rende atto dell’importanza di definire un quadro che – in una prospettiva futura – dovrebbe essere sintetico, efficace e unico.
Torna poi al concetto di “funzione” delle residenze, per cercare di andare oltre la definizione in sé: la funzionalità è molto ampia – tanto da comprende programmazione, produzione e ospitalità – e racchiude elementi differenti. D’Antonio si chiede, quindi, quale potrebbe essere il principio in grado di definire una residenza e di rispettare le sue diverse declinazioni. La definizione di funzione generativa, se per un operatore o un artista racchiude al suo interno tutto il senso del loro operare, potrebbe non essere esaustiva per un legislatore, né trovare facile traduzione in parametri normativi.

Graziano Graziani aggiunge che quando si inseriscono parametri troppo complessi (come succede, ad esempio, nei bandi) vince sempre il più grande e si esclude la marginalità, ciò che non è in grado di stare sul mercato con le regole del mercato. Il critico ritiene fondamentale considerare il piccolo, prevedere per questo una via di accesso e lasciargli la possibilità di provare. Questo atteggiamento è il fulcro della democrazia.

Donatella Ferrante sottolinea come ci sia un fattore fondamentale nel confronto che sta avendo luogo che fa riferimento direttamente al rapporto tra Stato e Regioni; entrambi si trovano ad affrontare un problema nodale, ovvero la lacerazione tra il sistema centrale e i diversi livelli regionali. Questo problema colpisce non solo lo Spettacolo dal vivo, ma è una ferita storica di tutto il Paese che dovrà essere sanata nel tempo. Ferrante sottolinea tuttavia che – forse per la prima volta – un decreto regolamentare prevede un ambito (quello delle residenze) in cui Stato e Regioni possono dialogare. Il problema è ora quello di definire delle regole e trovare una “griglia” di riscontro sui fatti, sulla fertilità delle residenze, ma si tratterà di fare delle scelte insieme alle istituzioni regionali. Questa sfida viene accettata dal Ministero per trovare assieme formule normative che, da un lato, tengano conto di una necessaria flessibilità e, dall’altro, comprendano al meglio la destinazione dei finanziamenti pubblici.
Ferrante ribadisce l’importanza di alcuni elementi di riflessione sottolineando come essi rappresentino un nuovo tassello rispetto al precedente incontro di Nobiltà e miseria avvenuto a giugno a Torre Guaceto e li riassume in due punti: il tema del rapporto del territorio con il sistema nazionale e la dinamica che si può sviluppare in termini generativi; il tema delle residenze metropolitane, per le quali si dovrà comprendere innanzitutto quale sia la prima istituzione di riferimento.

Attilio Scarpellini risponde alla domanda posta da Davide D’Antonio sulla definizione di funzione delle residenze e ritiene importante sottolineare che se si partisse dai fatti che coinvolgono direttamente la legislazione, la definizione che ne risulterebbe sarebbe in qualche misura legata a una modalità imprenditoriale, a qualcosa che è virato verso la produzione. Questo entrerebbe profondamente in contraddizione con il concetto di “lentezza” attribuito alle residenze e scaturito dagli interventi di operatori e artisti presenti all’incontro. Un’imprenditoria lenta, infatti, al giorno d’oggi non sarebbe concepibile.

Elena Bucci coglie la profonda spinta sulla quale si è strutturato il dialogo dei due giorni trascorsi e osserva come la riflessione sulla natura delle residenze abbia consentito di interrogarsi più in generale sul teatro e sulla cultura, su come stiano cambiando le modalità di relazione con il pubblico, nonché di comprendere come guarire l’enorme spaccatura tra il livello nazionale e quello locale. In questo momento istituzioni, artisti e operatori, stanno pianificando un nuovo stato di fatto, e anche se la riflessione si radica proprio su dei principi che dovrebbero essere fondanti, Elena Bucci intende cogliere questo confronto come un segno positivo per l’importanza che assume lo sguardo rivolto, senza paura, al malessere generale del Paese. Le residenze sono nate sempre, sia in città che in luoghi periferici, per fare vivere quello che di nuovo si manifestava e per contrastare e rilanciare l’esistente; l’interrogativo, quindi, conclude l’artista, non si rivolge a un futuro singolo di sussistenza ma alla possibilità di garantire un panorama ampio nel quale definire un’idea di civiltà e cultura.

Edoardo Donatini rileva l’altissimo livello della discussione che si sta portando avanti e invita i partecipanti a continuare a scambiare opinioni.

Elisa Barucchieri ribadisce un concetto che ha solo vagamente menzionato nel suo intervento: per la realtà di Teatri Abitati, è un punto molto importante quello delle piccole istituzioni, ma bisogna fare attenzione per non correre il rischio di sfruttare la flessibilità propria delle residenze solo per risparmiare soldi.

Michele Losi rilancia le possibilità offerte dal progetto Nobiltà e miseria e invita i presenti a pensare alla creazione di una rete; questo potrebbe essere un fattore estremamente arricchente perché anche all’interno di momenti di confronto informali, nascono delle progettualità e si rintracciano idee condivise rivolte al futuro.

Gerardo Guccini riprende il discorso sulla filiera e cita gli interventi di Gianni Cottafavi e Franco D’Ippolito in proposito, sottolineando come essa abbia subito un allargamento ulteriore entrando nel campo del livello europeo. La presenza delle normative europee e la loro messa in atto, infatti, richiedono un impegno e una collaborazione strette tra le realtà e gli apparati politici. La regolamentazione europea viene applicata a un mondo teatrale che obbedisce a regolamentazioni diverse. In Francia, Belgio, Germania le normative favoriscono la produzione, la formazione e, in generale, la professionalizzazione dell’artista. Una cosa diversa è una normativa che si cala in una realtà in cui quest’ultimo elemento non è garantito. La diversità, prosegue Guccini, comporta una mediazione da parte della realtà politica che ha bisogno di un’assistenza informativa e documentaria da parte delle realtà artistiche. Ma si può anche evidenziare un movimento contrario: come la realtà politica deve calare la norma sulle specificità delle realtà artistiche, così la realtà artistica ha bisogno della realtà politica per esprimere in termini confacenti ai linguaggi dei regolamenti quelle che sono le sue specificità. In sostanza, non si tratta di pervenire all’individuazione di griglie o norme, ma di vedere riconosciute delle dinamiche che accolgano le diverse specificità.

Fabio Biondi sottolinea come le residenze, nelle loro diverse declinazioni, debbano avere tutte una tensione a dialogare con il mondo, in entrata e uscita. Le residenze urbane o metropolitane nascono in relazione con un territorio locale, ma bisogna anche avere la consapevolezza che i territori provinciali hanno delle loro peculiarità. Questa attenzione fa la differenza nel momento in cui si mette in campo una progettualità locale che possa avere anche un respiro nazionale. Biondi riprende la domanda di Scarpellini riguardante il grado di passione che può essere investita, oggi, nei confronti dei progetti di residenze: si può ancora parlare di ottimismo? La risposta è che se siamo ancora qui, insieme, a riflettere sull’argomento, vuol dire che qualcosa “è stato già detto senza dirselo”. Nella dinamica seminariale di Nobiltà e miseria, infatti, si può ritrovare un atteggiamento comune che, di fatto, si esprime in azioni e pensieri. Nelle intenzioni dei curatori del progetto, prosegue Biondi, non c’era il fine di descrivere una modalità di residenza, ma di stimolare un confronto e una conoscenza. Il lavoro fatto sulla letteratura delle residenze – i Prologhi prima, le Figurine poi – rappresenta una ricchezza, una stratificazione che, di per sé, dimostra che la residenza, in quanto tale, ha le capacità e le caratteristiche per non contrapporsi al sistema perché ha creato dei cortocircuiti in territori nuovi. La funzione di Gerardo Guccini nel concepimento di questa riflessione è stata fondamentale. Le residenze hanno il potere di generare qualcosa che non c’era in un territorio, partendo da quel determinato territorio. Bisogna insistere, difendere la bellezza delle residenze e aiutare tutti a comprendere che questa missione va compiuta insieme. Bisogna capire come fortificare l’ecosistema e garantirne l’esistenza a prescindere da quella delle singole realtà. La residenza è una bottega d’arte in cui avviene una trasmissione di sapere in un luogo, con tutti i rischi che comporta una trasmissione tra maestro e allievo durante un percorso condiviso, senza giudizi e senza la necessità di una risultante. L’obiettivo del progetto Nobiltà e miseria era anche quello di offrire alcune interpretazioni possibili del concetto di residenza, per capire quale responsabilità essa si possa assumere al fine di diventare sede di atti di pensiero e di coraggio e non solo luogo in cui si esercitano capacità gestionali e tecniche. Bisogna guardare avanti, conclude Biondi, per capire cosa sia la residenza, quali siano i suoi linguaggi e i suoi strumenti di lavoro e di gestione del territorio, per riscrivere le regole del gioco del sistema e capire per cosa si sta lavorando e come migliorarlo, come costruire “stanze nuove che ospitino memorie e passanti”.

Graziano Graziani invita i presenti a non guardare all’Europa come ad un “esasperatore di normative”. Pensando alle esperienze del Nord Europa, il critico fa riferimento ad alcune modalità di valutazione strutturate per griglie qualitative e quantitative. In Portogallo, invece, si riscontra un caso inverso. In Portogallo, dove non c’è un Ministero della Cultura, Graziani ha ritrovato una forma di residenza nuova: una modalità di finanziamento di realtà che operano in autonomia e alle quali l’ente finanziatore non chiede neanche una relazione finale, ma forme di racconto utili al monitoraggio delle esigenze. Il piccolo ufficio che è diventato il Ministero – la cui spesa è stata arretrata fino ad estinguersi a causa della spending review –, prosegue Graziani, spesso chiede ad una fondazione privata con sede anche a Parigi e a Londra, di finanziare alcuni progetti. In questo caso, quindi il privato aiuta il pubblico, non viceversa. Anche in Italia, nella logica economicistica che domina il mercato, si potrebbero elaborare modelli funzionali all’individuazione di soggetti in grado di ricoprire questo ruolo. Il cambio di paradigma che auspica Graziani consisterebbe nello smettere di pensare ai finanziamenti in base alle logiche attuali. Oggi, infatti, la fascia medio bassa del settore dello spettacolo, viene finanziata in base ai criteri dell’evento e del servizio, ma non si considera, ad esempio, il valore che può avere un presidio culturale. Il presidio culturale è una “piazza” – a Roma o a Parigi sono stati fatti interessanti esperimenti in questa direzione –, un luogo ibrido di raccoglimento in cui è possibile svolgere azioni culturali diverse. Forse, anche le residenze potrebbero essere considerate in questi termini. Esse hanno sicuramente qualcosa a che fare con il prodotto e con la produzione, ma anche con il territorio. Prendere in considerazione il paradigma del presidio culturale aiuta a tenere aperta una porta sul futuro, a creare qualcosa che non c’è.
Infine, Graziani porta all’attenzione di tutti una considerazione personale: nelle ultime tre stagioni, salvo notevoli eccezioni, gli sembra che nei festival girino spettacoli di più bassa qualità, “più stanchi” rispetto al passato. Allo stesso tempo, artisti come Claudio Morganti, Massimiliano Civica, Roberto Latini si sono leggermente allontanati da determinati circuiti. La residenza può essere quel luogo elastico che favorisce l’atto creativo dell’artista che vuole tirarsi fuori dalle logiche di sistema che consumano, per forza di cose, la creatività e le spinte innovative. Rispetto alle residenze metropolitane, Graziani invita i presenti a una riflessione comune, e sottolinea, con una provocazione, che la maggior parte delle nuove produzioni del Teatro India sviluppano momenti di prova al Rialto Santambrogio, che non viene considerato a norma dalla legislazione vigente.

Fabio Biondi riprende le questioni sollevate da Graziani, considerandole fondamentali, ma richiama l’attenzione di tutti sul valore delle residenze come luoghi d’arte, luoghi di passaggio tra il tempo della vetrina e quello del ritiro, come spazi di confine in cui è permesso, per una limitata porzione di tempo, esserci e non esserci. Che esse agiscano su ricerca, formazione o produzione, non importa, le residenze dovrebbero essere alleggerite delle tante responsabilità che hanno e conservare il loro ruolo di botteghe d’arte in cui si nutrono artisti e operatori. Infine, Biondi rende tutti partecipi di una riflessione che sta maturando da tempo: la resistenza che molte residenze rappresentano può anche voler dire saper lasciare andare le cose, dando ad altri la possibilità di seminare e raccogliere. Bisognerebbe capire cosa si può fare, come nutrire i progetti e, nel caso non si sia in grado di fare nulla, lasciare andare.

Gianni Cottafavi cita la normativa italiana anti-corruzione che valuta, caso per caso, la quantità di rischio al quale ci si espone. Tale rischio si calcola sulla base di una variabile di discrezionalità. Il problema è introdurre meccanismi quanto più possibile misurabili, sulla base di calcoli, riducendo il più possibile gli aspetti non misurabili, che vengono sottoposti al giudizio e alla responsabilità di commissioni formate da più persone. La riduzione della discrezionalità rischia di ridurre proporzionalmente una quantità di ricchezza e di bellezza che non sono ancora misurabili. In Europa la situazione è diversa perché il Decreto del 1 luglio 2014 non entra nel merito dei finanziamenti, ma dà a tutti una serie di criteri, come la sede legale in una regione di appartenenza, che permettano di competere in un determinato territorio.

Franco D’Ippolito sottolinea che un altro vincolo può essere avere una sede con un’operatività fiscale e amministrativa in un determinato territorio.

Stefano Moretti esprime il desiderio che si crei una costellazione di residenze dove trovare tempo e strumenti. Inoltre, l’idea della leggerezza è figlia delle Sei proposte per il prossimo millennio (Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, ndr) di Italo Calvino, che potrebbero diventare le sei proposte per le prossime residenze. Le sei proposte non rispecchiano qualità quantificabili, ma possono rappresentare una “mappatura poetica” che aiuti a concepire degli strumenti di misurazione. Le sei proposte riprese da Calvino e sovrapponibili al fenomeno delle residenze sono: leggerezza – declinata in molti modi –; rapidità – di risposta, di cambiamento, non di lavoro –; esattezza – cura, precisione di una residenza o un residente nel dire cosa sono o non sono le residenze stesse –; visibilità – il lavoro in residenza, a volte, non vuole e non può essere visibile, ma l’importante è essere trasparenti anche nell’esplicitare i legami con gli altri strati del sistema –; molteplicità – delle residenze, ma anche delle attività all’interno di una residenza, delle generazioni che sono in residenza, ma anche del ricambio necessario –; coerenza. L’ultima lezione non è stata scritta da Calvino e forse, conclude Moretti, è un’utopia.

Attilio Scarpellini esordisce dicendo che, affinché ci sia futuro, bisogna continuare a movimentare le condizioni del presente. Il futuro è spesso concepito come un atto di previsione, non di immaginazione. Più spesso, si tende a spostare nel futuro il cambiamento già in atto, per questa ragione il futuro è qualcosa di cui bisogna diffidare perché riscrive le condizioni di partenza in cui viene concepito. Per parlare di futuro, chiarisce il critico, bisogna eliminare il prevedibile e pensare che l’economia sarà sempre la stessa, che lo Stato continuerà a proteggere gli artisti. Questa è una pratica non del tutto produttiva, quanto potrebbe essere quella di ripartire da poche cose importanti come il desiderio e la necessità. François Truffaut diceva che l’unico modo per fare un film era dirsi: “O faccio questo film, o muoio”. È un desiderio che va oltre i limiti della temporalità, che, anzi, la produce ed esorcizza l’incognita del futuro. Di progettualità, in sintesi, si potrebbe morire. I bandi europei, ad esempio, prosegue Scarpellini, riprendendo Graziani, sono improntati su una logica economicistica, sono estremamente complicati e i vincitori sono già scritti tra le righe delle premesse. Tornando al discorso sulla discrezionalità, il critico ammette di fare un discorso forse impopolare dicendo che meno discrezionalità significa meno capacità decisionale e meno capacità decisionale significa meno responsabilità. A cosa serve la trasparenza se essa diventa una sorta di indice esterno per valutare una situazione che nessuno avrà più il coraggio di interpretare? Nessuno vorrà più decidere niente. Al contrario, forse, le residenze non hanno bisogno di trasparenza, ma di una certa opacità, di un segreto, di rallentare il tempo. Altrimenti, esse non si distingueranno da altri tipi di produzione spettacolare. L’occasione che gli incontri di Nobiltà e miseria rappresentano consiste nella possibilità di confronto e trasmissione di una fiducia. Concludendo, Scarpellini si dice d’accordo con la definizione della residenza come bottega d’arte di Fabio Biondi, soprattutto in un contesto in cui persino il teatro pubblico si carica di logiche privatistiche. In quanto tali, le residenze vanno protette come luoghi in cui si coltivano relazioni e si compiono “atti generanti”.

Edoardo Donatini conclude il secondo tempo di Nobiltà e miseria. Ringrazia Donatella Ferrante, Ilaria Fabbri, Gianni Cottafavi e Patrizio Cenacchi; Gerardo Guccini, Attilio Scarpellini, Graziano Graziani e Andrea Porcheddu, e tutti coloro che hanno partecipato alle due dense giornate, scegliendo di dedicare il proprio tempo alla riflessione condivisa.

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