Seminario secondo tempo Prato _ 3 ottobre 2014

| 2 marzo 2015

Prato, Venerdì 3 ottobre 2014, Teatro Magnolfi – Prato

Il gioco delle parti

Seminario secondo tempo

Un report dei lavori della prima giornata di Seminario svoltosi in Toscana durante il secondo movimento del progetto Nobiltà e miseria – presente e futuro delle residenze creative in Italia: a seguito delle Figurine (che hanno raccolto, fra agosto e settembre, interventi e testimonianze sul tema delle residenze), un gruppo di artisti e di operatori si è riunito per due giorni di lavoro (3 e 4 ottobre 2014). Coordinato da Gerardo Guccini, introdotto da Fabio Biondi e Edoardo Donatini (ideatori del progetto) e moderato da Graziano GrazianiAttilio Scarpellini (curatori – insieme a Andrea Porcheddu – di tutti i precedenti appuntamenti di Nobiltà e miseriaSeminario e Incontro pubblico – Prato, ottobre 2013; Seminario primo tempo Torre Guaceto, giugno 2014), il Seminario di Prato ha origine dall’analisi delle documenti scritti dai titolari responsabili di luoghi di creazione, strutture e processi di residenza. Il report documenta i lavori della giornata e i vari interventi.

INTRODUZIONE

Edoardo Donatini introduce il secondo appuntamento del 2014 del progetto Nobiltà e miseria, sintetizza l’appuntamento pratese del 2013 e il primo pugliese del 2014. Il Direttore artistico di Contemporanea Festival che ospita l’appuntamento ricorda a tutti l’opportunità di incontro, confronto e riflessione comune che questa iniziativa rappresenta e rilancia la riflessione stessa verso il terzo appuntamento – dal 13 al 15 marzo 2015 – che si svolgerà a Mondaino. Nel descrivere il progetto, Donatini sottolinea quanto questa rappresenti un’esperienza importante per la comunità di chi opera, progetta e organizza teatro oggi in Italia e quanto abbia creato e continui a creare un senso di appartenenza e comunità. Porta il saluto del Presidente del Teatro Metastasio di Prato, Massimo Bressan, e presenta i partecipanti: Michele Losi (ScarlattineTeatro / Campsirago Residenza), Davide D’Antonio (TeatroInverso / Residenza I.DRA), Rosita Volani (Olinda / ex ospedale psichiatrico Paolo Pini), Clemente Tafuri e David Beronio (Teatro Akropolis), Renato Bandoli e Andrea Cerri (Fuori Luogo Teatro), Andrea Paolucci (Compagnia del Teatro dell’Argine), Luca Carboni (Compagna Gli Incauti), Rossella Viti (Vocabolomacchia), Rosa Giulia Scarongella (La Luna nel Letto), Clara Cottino (CREST), Elisa Barucchieri (ResExtensa), Stefania Marrone (Bottega degli Apocrifi), Ornella D’Agostino (Carovana), Gianfranco Pedullà (Teatro delle Arti), Renzo Boldrini (Giallo Mare Minimal Teatro), Giorgio Rossi (Sosta Palmizi), Fabio Masi (Armunia / Festival Inequilibrio), Roberta Nicolai (C.Re.S.Co.), Massimo Conti (Kinkaleri spazioK), Chiara Lagani, Daria Deflorian, Francesca Macrì, Elena Bucci, Licia Lanera, Andrea Falcone.
Infine, Donatini descrive la dinamica dell’incontro: ogni partecipante avrà a disposizione un tempo della durata di dieci minuti circa per descrivere la propria esperienza e, ad ogni sessione composta da cinque presentazioni, seguiranno momenti di confronto e discussione.

Gerardo Guccini introduce le Figurine richieste per questo appuntamento e le presenta come una descrizione sulle attività di ognuno. In questo secondo incontro pratese, spiega, verranno evidenziati alcuni dei temi portanti dei materiali richiesti che non ne estinguono in toto il valore, ma partono da essi e li rilanciano verso nuovi orizzonti di riflessione. I temi rintracciati sono stati i seguenti: 1) Muoversi dentro e fuori le definizioni, gli spazi, i confini; 2) Mettere radici; 3) Essere comunità singolari e molteplici; 4) Fare territorio; 5) Fare rete; 6) Scrutare l’orizzonte.
I temi elencati non si escludono a vicenda, ma nel loro ricorrere all’interno delle Figurine rappresentano tematiche dinamiche, inclusive e distinte, ragioni di poetica e di linguaggi specifici e comuni. Ognuno di essi richiede e comporta possibilità di azioni fluide, progettualità che agiscono in modi “autodeterminati”, che si costituiscono e modellano di volta in volta.
Dalla lettura delle Figurine emerge l’immagine di un “teatro-treno” che si muove e si costruisce costantemente insieme al proprio orizzonte. Progettare, come proiettare sono azioni che portano in sé l’idea del “mettere avanti”, sono prassi che mettono in atto qualcosa che appartiene al passato rilanciandolo verso il futuro.
La proposta di Guccini per la giornata seminariale è che gli interventi degli operatori e degli artisti presenti, nel loro svolgimento, si sforzino di costruire ponti tra il presente e il futuro, di immaginare prospettive evolutive possibili, “scrutando l’orizzonte”.

FIGURINE

Andrea Cerri descrive Fuori Luogo come un organismo giovane che si è innestato nel deserto culturale della città di La Spezia che appare, oggi, molto più vitale di quando hanno iniziato a lavorare in questo territorio. Fuori Luogo nasce da un progetto di residenza e si evolve, poi, grazie all’affidamento di uno spazio, all’ospitalità di altri artisti. Cerri sottolinea gli aspetti concreti dell’operato della loro organizzazione e insiste sulla dignità lavorativa che essa cerca di garantire agli artisti ospiti, mettendoli nelle giuste condizioni – rispetto a spazi ed economie – di lavoro.
L’orizzonte è rappresentato dalla possibilità di nuovi progetti, volti all’acquisizione di nuovi spazi all’interno della città che garantiscano sempre più servizi per ampliare le possibilità di residenza.

Elena Bucci rileva come il positivo scambio tra operatori, organizzatori e artisti possa contribuire alla modifica di punti di vista, alla caduta di vecchie abitudini, all’abbandono di vecchi abiti. La sua Figurina, al contrario, è rivolta profondamente al passato, all’ospitalità anarchica e pionieristica di cui è stata promotrice e di cui ha potuto beneficiare. Permane, continua l’attrice, un senso di nostalgia, poiché lo sguardo rinnovato deve dimenticare tutto ma non dimenticare mai nulla, allo stesso tempo. Non si può prescindere dai luoghi, ma bisogna rinnovare gli sguardi che si esercitano su di essi, con progetti più complementari e meno competitivi e abituandosi all’idea che una residenza possa significare cose diverse.
Gli orizzonti sono sempre rappresentati da incontri fatti di azioni: interlocuzioni, relazioni, creazioni estemporanee e non solo parole, affinché si crei una sorta di “film del presente”, un documentario dell’accadere, a partire dall’assunto per cui non siamo mai del tutto padroni del processo creativo, alcune sue parti si manifestano liberamente e vanno ascoltate.

Fabio Masi sottolinea come uno strumento per contenere le disuguaglianze possa essere la costruzione di momenti di condivisione e intreccio tra persone ed esperienze. Il senso di ogni residenza dovrebbe essere la presenza di un determinato artista in un territorio come scintilla che possa e debba mettere in moto meccanismi di moltiplicazione. La residenza stessa perde il suo senso nel momento in cui diventa una, relativamente nuova, modalità produttiva, mentre dovrebbe conservare il suo ruolo di grimaldello utile ad aprire una miriade di tavoli di discussione in un determinato territorio. Essa, infatti, concede il “lusso dell’attesa” necessario per dare avvio a un processo che si metta in rapporto con una comunità, piccola o grande che sia, grazie a una politica delle residenze.
L’orizzonte consiste nell’avere la possibilità di continuare a costruire progetti di questa natura per far crescere la polis grazie alla presenza degli artisti.

Daria Deflorian ammette di aver riflettuto sulle sue esperienze pregresse e di essere giunta alla conclusione che, nel lavoro quotidiano, non c’è una sostanziale differenza tra il fare le prove e l’essere in residenza. L’artista è un nomade alla costante ricerca di uno spazio per comporre una creazione che dia senso al suo lavoro. Nella residenza non c’è una differenza sostanziale tra il tempo del lavoro in sala prove e il tempo della vita quotidiana. Il contesto residenziale, quindi, contribuisce al lavoro dell’artista con atmosfere, sensazioni, disagi, empatie con la realtà.
Per quanto riguarda gli orizzonti, Deflorian sottolinea come la “fame” di spazi, di luoghi di concentrazione sia dettata da criteri funzionali e quanto invece sarebbe positivo se essa fosse connessa ai processi creativi. Infine, l’attrice esemplifica quanto sostenuto ricordando la sua prima residenza, in un’Armunia diretta da Massimo Paganelli: «Parlammo di tutto fuorché di lavoro, parlare d’altro aiuta a lavorare bene e questo è possibile trovando delle persone e non solo degli operatori».

Clara Cottino presenta il CREST come uno dei Teatri Abitati pugliesi e allude al suo Prologo presentato durante l’edizione 2013 di Nobiltà e miseria. Nel 2008, quando il progetto ebbe origine, si pensava che la potenzialità di una residenza fosse quella di mettere radici, quando, invece, essa possiede una dimensione liquida, sia a livello gestionale degli spazi, che di relazioni pubbliche, che di rapporto con il territorio. Quest’ultimo, in particolare, è uno straordinario moltiplicatore di possibilità di incontro e relazione. In una rete di residenze non c’è confine tra il “creativo” e il “politico”: ogni azione è “creativamente politica”. La capacità produttiva deve essere, non solo una delle colonne del proprio bilancio, ma anche uno dei punti fermi della propria proposta teatrale. Lo stato fluido delle residenze deriva proprio dalla necessità di mettere radici delle compagnie, ma l’operatrice si domanda anche se si debba essere pronti a tornare a essere compagnia di giro.
Rispetto agli orizzonti, prosegue Cottino, a tutti piacerebbe riuscire a prefigurare il futuro, vivere in un Paese in cui le amministrazioni seguano i percorsi fatti e finanzino e legiferino di conseguenza. Ma chi gestisce una residenza sta imparando a convivere con uno stato di subalternità connaturato alla prassi residenziale. Bisogna, dunque, prendere atto della fluidità e della necessità di mantenere viva e attiva la modalità produttiva e la possibilità di essere sul mercato. É superfluo, invece, continuare a distinguere tra titolari e fruitori di residenza perché “del doman non v’è certezza” per nessuno.

Andrea Porcheddu riprende i temi toccati negli interventi che lo hanno preceduto. Il primo ha riguardato una riflessione sul futuro: in quanto “sismografi sensibili al terremoto italiano”, gli operatori culturali stanno assistendo al più grande corso di ri-sistematizzazione del settore dello spettacolo dal Dopoguerra. Il secondo tema ricorrente è stato il rapporto tra strutture e artisti, strutture ed enti locali. Le residenze stanno diventando forme di co-produzione e, in questo senso, da un lato, la prospettiva degli artisti è strutturalmente più sensibile, mentre quella dei titolari li porta a chiedersi cosa voglia dire “ospitare”. La residenza, purtroppo, incalza Porcheddu, è diventata anche un modo per produrre senza soldi, ma il suo valore continua a risiedere in un lavoro con territori marginali e nella possibilità di intercettare, proprio a partire da essi, nuove forme.
Da un lato, quindi, troviamo forme di organizzazione in un sistema che cambia, dall’altro “sismografi su una terra che trema”. La domanda che il critico lancia verso gli orizzonti possibili, dunque, è: che Italia (e che teatro) prevediamo da qui a cinque anni? Perché sembra si espliciti sempre più la necessità di progettualità più alte, a più ampio respiro.

DISCUSSIONE

Elena Bucci porta all’attenzione di tutti il fatto che riflettere sui luoghi del disagio voglia dire interrogarsi sul rapporto con il pubblico teatrale generalmente inteso. I luoghi del disagio, oggi, in Italia, da un certo punto di vista, sono tutti quei luoghi immersi nella bruttezza e nella povertà spirituale. In quest’ottica, la residenza dovrebbe essere un luogo di rilancio, di combattimento, di unità e non di separazione, per eliminare e non aggiungere ostacoli.

Rosita Volani a partire dalla sua esperienza all’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, sottolinea come non tutti siano tagliati per lavorare nei luoghi del disagio. È necessario che il titolare e l’artista si scelgano a vicenda per creare rapporti positivi e produttivi.

Gerardo Guccini riprende dall’intervento di Elena Bucci e di Fabio Masi la rettifica di alcuni termini chiave. L’attrice ha parlato di progetti mutevoli, creativi, reattivi, di progettualità, quindi, che rispondano alle esigenze molteplici delle situazioni e delle persone. Karl Popper, nel suo La miseria dello storicismo traccia il profilo delle istituzioni come organismi non prodotti da volontà autoriali. I progetti, dunque, sono la reazione alla manifestazione di imprevisti imponderabili. Fabio Masi, invece, ha parlato del profilo ancora più indeterminato della processualità, in quanto mobilitazione dell’esistente. In una dimensione storica, il processo si fa antitesi del prodotto. In una dimensione lessicale, il processo sfocia in un esito (il prodotto). Le residenze, conclude Guccini, non lavorano in vista di un prodotto, ma sempre in vista di un esito, sia esso un prodotto o meno.

Graziano Graziani sottolinea come il teatro sia un comparto lavorativo che sta interamente diventando un luogo del disagio. In situazioni di ricchezza, si possono compiere delle scelte, in situazioni di povertà, invece, lo spettro delle possibilità si contrae sensibilmente. Il sistema teatrale italiano si configura come un sistema strutturato per cerchi concentrici: dal teatro pubblico si restringe nei festival, e, quindi, nelle residenze. Le residenze diventano, allora, luoghi di utopie concrete, ma non il luogo elettivo in cui risiedono tutte le soluzioni possibili. Sussistono una serie di contraddizioni, prosegue Graziani: il meccanismo burocratico divora i tempi di creazione dell’artista; i titolari delle residenze possono farsi carico di questo onere, ma le residenze sfuggono alla griglia del sistema teatrale italiano. Un esempio può essere quello del “tempo perso” che è, di fatto, alla base del processo creativo. Il sistema teatrale infetta il pensiero di esigenze anche umanisticamente economiciste.
Il teatro, sintetizza infine, Graziani, è un lavoro e deve poter giustificare la questione del “tempo perso” che ontologicamente fa parte dei processi creativi. Il vero problema è la tipologia di relazioni che si mettono in piedi con un progetto di residenza.

Gianfranco Pedullà mette in evidenza come il nuovo Decreto Ministeriale vada a coprire le fasce alte ma non quelle più basse che devono tornare alla logica dei borderò. Viviamo in una dimensione di povertà non ideale, ma pragmatica, reale. Dal Decreto, fondamentalmente, vengono tagliati fuori i giovani e, di conseguenza, le residenze.

Renzo Boldrini riprende l’idea dei cerchi concentrici definita da Graziani attribuendo la sua sistematicità malsana all’assenza di un sistema centrale. La residenza si configura, quindi, come un tentativo periferico di colmare le mancanze del centro.

Fabio Masi rileva come si possa incorrere nel rischio del fallimento, mettendo a disposizione del tempo per la ricerca, in un Paese come il nostro, in cui essa non viene riconosciuta. Per superare il disagio attraverso il teatro bisogna sforzarsi di immaginare futuri possibili, nuove città, nuove comunità.

Attilio Scarpellini sottolinea come si sia progressivamente spostata la definizione di contemporaneo verso una sua assunzione come luogo che integra nostalgie e il riconoscimento di zone d’ombra del presente – riprendendo il pensiero di Agamben. Nel corso degli interventi, prosegue il critico, il discorso si è evoluto dal piano della creazione esposto dagli artisti – un piano autonomo e singolare – a quello presentato dagli operatori che si è conquistato un altro territorio della redenzione sociale, della progettualità politica e di un riscatto possibile. Questi due piani, in teatro, sono più forti che in altri settori e tendono a fondersi, ma manca il piano di una critica che inquadri la creazione stessa, che crei un terreno di prolungamento delle operazioni artistiche. A supplire a questa carenza, infatti, ci sono oggi solo gli operatori.
“L’arte non parla di arte”, non è autoreferenziale e proprio per questo può parlare a tutti. Se la residenza è una risposta ai difetti del sistema non porterà a nulla. Se il sistema ha fallito non lo si può sostituire con un altro sistema altrettanto fallimentare: “è impossibile sostituire un centro con un altro centro”.
Le residenze, conclude il critico, devono contribuire a ricreare i territori.

Massimo Conti guarda alle residenze come a una potenzialità, ma il problema del sistema, nell’ottica di una progettualità da mettere in atto, permane.

Attilio Scarpellini riflette su quante volte la critica si sia interrogata, ultimamente, sul legame politico tra le opere e gli spazi e ribadisce la necessità di un cambiamento di prospettiva, tornando a guardare, non tanto allo spazio, al percorso, alla poetica, ma all’opera nella sua autonomia.

Elena Bucci instilla in tutti il dubbio che, forse, le ricchezze si stiano sviluppando in luoghi che non sono sotto gli occhi di tutti.

Francesca Macrì torna alla natura dell’arte. L’artista ha bisogno di una casa, sia essa all’interno di un Teatro Stabile, o in un piccolo spazio. La riflessione che sta caratterizzando l’incontro non si sta interrogando sulle economie e suggerisce di invitare a questi appuntamenti degli economisti della cultura.

*** Pausa***

FIGURINE

Edoardo Donatini riprende i lavori sintetizzando i contenuti della mattinata, per poi dare la parola ai Titolari e agli Attori del pomeriggio.

Licia Lanera definisce la sua come la generazione dei senza casa – personale e artistica – che cercano nella residenza la casa che non avranno mai. L’attrice esprime la sua solidarietà nei confronti di Francesca Macrì e reclama, come membro di una generazione che ha voglia di mettersi in gioco, la possibilità di avere delle economie e degli spazi stabili. In Italia, rileva Lanera, quando viene emanata una nuova legge, immediatamente, si trovano vari modi per aggirarla. Il pericolo, oggi, è che le residenze diventino qualcosa di chiuso, morto, asfissiante – come succede già in alcuni casi; la necessità, invece, è creare dei distinguo tra chi lavora e chi non lo fa, andando contro qualsiasi forma di assistenzialismo.
A proposito di orizzonti, Lanera afferma che gli attori sono “crociati della bellezza” e lo stesso dovrebbe essere valido per i Titolari. Questi ultimi dovrebbero lavorare sul territorio, aprirsi agli artisti e considerare la residenza una vocazione.

Gianfranco Pedullà evidenzia il valore del legame tra tradizione e innovazione e sottolinea che il punto centrale dell’operatività di un Titolare, figura profondamente ibrida, debba essere la formazione di pubblici nuovi. La residenza fa il lavoro che i circuiti non riescono a fare, aprendo spazi di libertà e cercando di preservare un artigianato e una tecnica del teatro.
Rispetto agli orizzonti, Pedullà auspica che la residenza diventi un luogo in cui, formando pubblici nuovi, si riesca a far riscoprire come attuale qualcosa di antico, al fine di costruire una civiltà teatrale che scopra e che sappia cambiare i propri codici comunicativi.

Davide D’Antonio imposta il suo discorso enumerando alcuni punti essenziali: 1 è lui, ma ognuno dei 12 membri della compagnia potrebbe avere qualcosa da dire, lavorando su aspetti differenti della residenza. 2 sono i territori in cui lavorano: nell’area del Comune di Brescia e in quella della Provincia. 3 sono gli enti che, nel 2002, hanno provato a lavorare insieme a un progetto di rilancio delle residenze lombarde – poi divenuto Être – prima di scindersi. 4 sono le compagnie che lavorano stabilmente a I.DRA con l’obiettivo di farsi conoscere sul territorio. 7 sono gli anni passati dall’uscita del Bando Cariplo che se da un lato – grazie alla Fondazione Être – vede riconosciute ventidue compagnie, ha destabilizzato il contesto della Regione Lombardia che continua a non essere presente sul tema delle residenze. 8 sono le tipologie di residenza che hanno individuato per un futuro progetto triennale; la residenza andrebbe quindi intesa come strumento declinabile. 10 sono gli anni di esistenza di I.DRA.
Per quanto riguarda gli orizzonti, D’Antonio auspica una diversificazione del concetto di residenza. Il loro è uno spazio privato che beneficia del sostegno di tre Fondazioni e della vincita di un bando europeo. L’obiettivo futuro è conoscere il proprio pubblico e saperlo coltivare.

Edoardo Donatini interviene chiedendo a D’Antonio in cosa si differenziano le varie tipologie di residenza.

Davide D’Antonio allude alla tipologia della co-residenza – una residenza condivisa – e allude alla possibilità di ottenere finanziamenti ibridi a seconda dei casi.

Edoardo Donatini legge il caso presentato come la possibilità di applicare il concetto di residenza a varie tipologie e declinarlo a seconda delle necessità.

Davide D’Antonio invita ad andare oltre la dicotomia tra residenza creativa e organizzativa.

Davide Beronio porta all’attenzione di tutti il caso ligure di Teatro Akropolis sottolineando come nella regione manchi completamente una regolamentazione a proposito di residenze. Gli obiettivi della loro struttura sono aprirsi al pubblico, modificare i luoghi in relazione alle necessità artistiche, ricercare modelli organizzativi sostenibili e permanenti, nel senso fisico del termine (stare in un luogo) e temporale (un esempio: creare un corrispettivo editoriale del lavoro, come elemento vivo, duraturo, consultabile).
Al di là dei modelli gestionali, prosegue Beronio, per tracciare degli orizzonti bisogna tenere alti i temi artistici. Il concetto di residenza dev’essere condiviso, politico e culturale prima di essere convogliato su territori specifici. Bisogna affermare un elemento identitario prima di dar forma a un luogo.

Stefania Marrone struttura il suo discorso ponendo l’accento su alcuni elementi chiave della sua Figurina. Il primo tema è il rapporto tra residenza creativa e titolare di residenza. Nel caso dei Teatri Abitati in Puglia si crea un rapporto tra le compagnie che si prendono cura di uno spazio e del suo territorio e la definizione di residenza che si offre continuamente al tradimento a seconda dei singoli casi. Il secondo tema riguarda la Bottega degli Apocrifi che da Bologna si è trasferita a Manfredonia (nel 2004) per “coltivare deserti piantando alberi”. Qui sono state create condizioni di ascolto e dieci anni di lavoro sul territorio hanno consentito alla compagnia di non risultare più un corpo anomalo rispetto al contesto. Il terzo tema vede la relazione tra i bisogni culturali e le realtà sociali che si risolve nella necessità di fare i conti con la realtà in cui si vive. Il quarto e il quinto tema riguardano, invece, il bisogno di misurare le distanze e, simultaneamente, riuscire a creare ponti.
Gli orizzonti, per Marrone, sono: stare insieme e crescere con altre strutture. La residenza non è la sola risposta, ma rappresenta una possibilità e un approccio. La coabitazione di diversi gruppi artistici, la contaminazione delle conoscenze, il binomio anarchia/territorio e la possibilità di liberare il tempo, possono essere tutti spunti di riflessione che proiettano i discorsi presenti al futuro.

Graziano Graziani sottolinea l’esigenza tassonomica di creare un quadro sinottico delle residenze. Su un asse il critico inserirebbe i concetti di leggerezza/pesantezza; sull’altro quelli di stabilità/nomadismo. Non si tratta di sistemi oppositivi tra modalità ma di rilevare come alcune realtà abbiano una vocazione a mettere al centro del loro operare una “leggerezza” (un esempio: offrire all’artista la possibilità di liberare un tempo), mentre altre propongono interventi ad aspetti tangibili rivolti alla cittadinanza (un esempio: la manutenzione del territorio). Non c’è contraddizione tra le tipologie, ma il rischio di un surplus di burocrazia che appesantisce. Esistono quindi due funzioni delle residenze, non sono oppositive, ma si deve cercare di capire cosa innescano sul versante delle estetiche: la residenza come modalità produttiva ha delle ricadute sui linguaggi. Il ragionamento può muoversi da aspetti pratici come l’ampiezza dello spazio e arrivare fino a geografie più concettuali ed estetiche. Bisogna riempire di significati il termine “residenza” chiedendosi: cosa manca? Quali sono le carenze presenti? La residenza è una possibilità, ma se non cominciamo a chiamarla con il proprio nome, potremmo perderla.

DISCUSSIONE

Elena Bucci constata come la discussione stia avvenendo in un “tempo di crisi”, questo potrebbe far nascere qualcosa di nuovo.

Licia Lanera in riferimento all’intervento di Beronio, afferma che la prova aperta in chiusura di una residenza è utile unicamente allo spazio, non agli artisti. Citando dalla sua Figurina, Lanera commenta: «Chi si prenderà cura di noi, palline da ping pong, che spezzettiamo una produzione in 13 residenze di 3 giorni ciascuna?».

Davide Beronio interviene per cercare di spiegare meglio la sua affermazione. Porta come esempio il loro festival in cui non viene mostrato l’esito della residenza, ma l’esito di laboratori, con successivo incontro con l’artista.

Edoardo Donatini chiede a Lanera cosa vorrebbe invece che fosse una residenza.

Licia Lanera risponde alla domanda di Donatini, affermando che la residenza dovrebbe essere una “scelta”, attraverso la quale avere la possibilità di tutelare lavori artistici specifici. L’attrice individua nella residenza alcune specificità: dalla tecnica necessaria alle prove, al tempo – inteso sia in rapporto alla durata della residenza, sia in riferimento al luogo in cui stare senza “l’ansia di doversene andare”.

Clara Cottino si esprime in termini pacatamente critici e sottolinea che “i furbetti sono ovunque” e che spesso le amministrazioni pubbliche confermano i finanziamenti a dei truffatori. Non ci sono parametri che tengano in ogni caso, poiché oltre al parametro quantitativo bisognerebbe immaginare degli osservatori qualitativi che aiutino a guidare le assegnazioni. Accettando lo stato fluido della situazione come una potenzialità e non come un limite, bisognerebbe trovare una modalità per assicurare una promozione adeguata di certi progetti e scartarne altri meno meritevoli, nella consapevolezza che tutto sconfina in una questione politica che deve tornare a riguardarci.

Franco D’Ippolito mette in evidenza come la residenza non sia e non debba essere un luogo di co-produzione, né mettere meramente a disposizione uno spazio, la fornitura di una tecnica, un alloggio. D’Ippolito afferma di comprendere la diffusa frustrazione degli artisti ma la residenza è molto più di un luogo in cui provare e non può curare i guasti creati dal sistema – cosa che si deve, invece, imporre ai “grandi” del sistema stesso. Non esiste un “teatro” delle residenze.
Pensando agli orizzonti si potrebbe auspicare che venga compiuto quanto ancora non si è riusciti a fare fino a questo momento e si risolva la dicotomia tra le tipologie residenziali per cui l’una sembra negare l’altra. Ma bisogna anche prestare attenzione all’eccesso di pluralismo. Una valvola di sicurezza possibile per le residenze potrebbe essere rappresentata da una razionalizzazione che porti il sistema a ragionare e ad attuare delle misurazioni in termini di attività. È necessario, conclude D’Ippolito, un cambiamento radicale della prospettiva. Per modificare la situazione, si dovrebbe smettere di lavorare (definirsi) in termini di “attività” e iniziare invece a lavorare (definirsi) in termini di “funzione”. In questo modo, si riuscirebbero a risolvere le differenze tra le tipologie.

Davide D’Antonio porta all’attenzione di tutti il modello francese che prevede una differenziazione tra la distribuzione, la produzione e l’ospitalità.

Franco D’Ippolito cita la bozza del testo di Intesa Stato-Regioni in cui non si allude mai ad attività, ma si presenta il sistema delle residenze come una coniugazione di produzione, programmazione, promozione, formazione del pubblico e gestione organizzativa, in grado di: realizzare un nuovo equilibrio tra visioni artistico-culturali, sostenibilità sociale ed efficacia economica; consolidare il rapporto tra spazio gestito, comunità di riferimento e ricerca creativa degli artisti accolti; favorire sinergie economico-finanziarie fra sovvenzioni pubbliche e private provenienti dai fruitori e dal sistema delle imprese del territorio; condividere esperienze dirette a livello regionale e interregionale. Questa, sottolinea D’Ippolito, è la declinazione multipla di una funzione, non c’è una parola sulle attività ed è una definizione possibile del sistema delle residenze.

Clemente Tafuri esprime le sue perplessità rispetto ai cosiddetti prodotti degli artisti ospitati. Il rapporto tra l’ospitante e l’ospitato può avere declinazioni diverse più o meno fruttuose e positive. Non si può parlare di aspetti strettamente legati al lavoro, ma di questioni burocratiche, organizzative, strategiche e, in generale, non bisogna sottovalutare la responsabilità condivisa con gli artisti.

Licia Lanera sottolinea di non voler ridurre l’apporto delle residenze, ma chiede che non si replichino in esse gli errori del sistema teatrale italiano.

Roberta Nicolai parla di residenze come di luoghi nuovi di creazione: non connetterle al sistema teatrale generale sarebbe un errore perché le taglierebbe fuori dallo stesso. Occorre un mandato specifico e un’organizzazione che prenda proprio dal girone residenziale – l’ultimo nato – le energie necessarie alla modifica del sistema tutto.

Fabio Biondi rileva come ogni residenza abbia un cuore, una storia e una necessità e come non si possano creare gerarchie tra essi. Allo stesso tempo, però, è necessario liberare la residenza dalle responsabilità che, per mandato, non dovrebbe avere e che la riducono ad un avamposto di prassi meccaniche che non riescono a reagire alla sclerosi del sistema. Bisogna, in sintesi, liberarsi dal peso di dover risolvere un problema più grande di quelli legati alla residenza stessa.

Andrea Falcone auspica la nascita di un’etica delle residenze. I titolari delle strutture devono garantire prassi positive che favoriscano la garanzia di un reddito per l’attore.

Attilio Scarpellini muove dalla consapevolezza del fallimento del welfare state e sottolinea che il dibattito corrente sulle residenze somiglia a quello europeo che ha visto protagonista la socialdemocrazia. Le residenze devono definirsi in base alle esperienze che producono perché il teatro del diritto è finito. Un buon punto di partenza sarebbe chiedere alle residenze cosa esse siano e cosa possano dare al sistema attuale, poiché i vecchi rapporti tra l’arte e le amministrazioni sono finiti. Bisogna, poi, tener conto di una dimensione del tempo libero che non può essere economizzato. Il critico ricorda come nel corso del primo appuntamento di Nobiltà e miseria, nell’ottobre del 2013 a Prato, lui stesso abbia sostenuto il concetto di “lusso del tempo”, ma, prosegue, non può esistere inoperosità perché tutti sappiamo cos’è l’azione e siamo incapaci di attività contemplative.

FIGURINE

Chiara Lagani afferma di aver scritto la propria Figurina come Titolare, ma di accorgersi, ascoltando i discorsi della giornata, che esiste, nella sostanza, una “attorialità della titolarità”. Ogni attore è tale, prosegue, per la sua generazione. I “Teatri 90”, ad esempio, avevano una vera e propria ossessione per lo spazio e la residenza appariva come un’idea assolutamente implicita a questo desiderio. Così, è andata consolidandosi una necessità, l’idea di una bottega d’arte che era già una forma di residenza. Una fitta rete di relazioni e luoghi in cui poter creare sono un’utopia concreta che rende i concetti di rete, territorio e radice, simili, difficilmente distinguibili dalla pratica. È questo, prosegue l’attrice, ciò che accade all’Ardis Hall di Ravenna.
Rispetto agli orizzonti, Lagani intravede la possibilità di ridisegnare le dinamiche tra sforzo privato e spazio pubblico.

Andrea Paolucci parte dalla triade artisti/spazio/territorio. A seconda dell’articolazione delle tre parole nascono diverse identità. Per il Teatro ITC di San Lazzaro di Savena (Bo) il punto di partenza è sempre l’essere artisti, quello d’arrivo il territorio. Il problema riguarda come declinare l’azione artistica per portare a teatro le persone. Si deve: essere bravi; interpretare i bisogni della platea; guardare alla città nella quale si è radicati; considerare le periferie di quella stessa città. Spesso manca il “tempo del respiro”, del pensiero, mentre permane l’esigenza di portare avanti determinate azioni.
Infine, Paolucci, parlando degli orizzonti possibili, porta i colleghi ascoltatori a riflettere sull’esistenza di alcuni indicatori – economici, di pubblica sicurezza e sanità – che aiutano a considerare i grandi vantaggi di una buona azione culturale.

Giorgio Rossi presenta l’esperienza di Sosta Palmizi e dichiara che fin dai primi spettacoli, la compagnia ha vissuto nella residenzialità intesa come un “vivere insieme, condividere”, non come un luogo. L’unica vera risorsa per creare delle residenze – come evidenziato nel suo contributo – sono le persone. La residenza è uno spazio da riempire e le sovvenzioni occorrono per dar modo agli artisti di creare.

DISCUSSIONE

Davide D’Antonio riporta la sua opinione per cui una residenza dev’essere un progetto condiviso, non un servizio da fornire all’artista, semmai al pubblico.

Gerardo Guccini chiude la discussione riprendendo il concetto della funzione della residenza riportato da D’Ippolito e da D’Antonio. Le residenze, infatti, non appaiono come caratterizzate da alcuna funzione specifica (produzione, distribuzione, ospitalità). Quella residenziale è, forse, una funzione primariamente genetica, genitoriale, unica, originaria: muta gli assetti e costruisce comunità e idee di teatralità. Ma le istituzioni non sempre riconoscono questa funzione sociale. La conoscenza del pubblico, le esperienze condivise sono possibilità aperte che la residenza può abbinare a un sapere artigianale.

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Seminario secondo tempo Prato _ 4 ottobre 2014

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